I giornali del gruppo editoriale che comprende "La Repubblica" di Roma, "La Stampa" di Torino ed "Il Secolo XIX" di Genova continuano nella loro campagna per conoscere la verità sulla morte di Giulio Regeni, e chiedono al governo italiano di non consegnare le navi da guerra acquistate dall'Egitto se le autorità del Cairo non rivelano le informazioni in loro possesso.
Premettiamo naturalmente che nulla può giustificare la tortura e l'uccisione di una persona, per giunta straniera e mai sottoposta a processo.
Si riscontrano però nella vicenda alcuni aspetti che sono rimasti poco chiari.
Appena perduto il contatto con Regeni, la radio di stato italiana ha dato la notizia della sua scomparsa. Normalmente, prima di dichiarare sparita una persona si lascia trascorrere più tempo.
Se nel caso specifico non ci si è attenuti a questa regola, ciò significa che Regeni era oggetto di una particolare attenzione da parte delle autorità diplomatiche e/o dei nostri servizi di sicurezza.
Se così era, questi stessi soggetti avrebbero dovuto sconsigliare un comportamento che poteva causare - specialmente nei paesi dove la tutela dei diritti civili e personali non è certamente quella vigente negli stati di diritto - dei rischi molto gravi. Il principale dei quali consiste nel varcare il limite tra la competenza della polizia e della magistratura e quella riservata ai servizi segreti. I quali - in Egitto come dovunque - devono rispettare soltanto le loro regole di ingaggio, e - qualora non vi si adeguino - ne rispondono esclusivamente in sede disciplinare.
Regeni aveva scelto come oggetto della sua investigazione - compiuta per conto di una università inglese - l'attività dell'opposizione clandestina al regime. Svolgendo un simile lavoro, il rischio di cadere tanto nell'illegalità, quanto soprattutto in una provocazione è molto elevato, ed il nostro connazionale si era per l'appunto imbattuto in un provocatore.
Essendosene reso conto, come risulta dalle sue stesse dichiarazioni, sarebbe stato consigliabile e più prudente disporre l'immediato rimpatrio di Regeni.
L'altro errore, ancora più grave, in cui egli incorse, era consistito nel non limitarsi ad osservare l'attività dell'opposizione, ma dedicarsi anche a sostenerla e finanziarla (con quali risorse?).
A questo punto, i servizi segreti lo inquadrarono come un soggetto dedito alla destabilizzazione del regime, e venne così decisa la sua eliminazione.
Una volta, nel paese di adozione, un collega di nostra moglie, con cui avevamo fatto amicizia - si trattava di un giurista molto stimato e prestigioso, in seguito nominato presidente di corte d'appello - ci invitò ad assistere ad una riunione di un ordine professionale. Giunti all'appuntamento, ci rendemmo subito conto che questo incontro dissimulava un raduno di dirigenti dell'opposizione, all'epoca semiclandestina. Prendemmo atto di tutto quanto du detto, e su richiesta di alcuni dei presenti ne riferimmo, di ritorno in Italia, in varie sedi. L'opposizione, però, non era stata in alcun modo incoraggiata, organizzata, nè tanto meno finanziata da noi. Il rischio che assumemmo in quella circostanza fu comunque estremo. Quando cambiò il governo, la persona che aveva presieduto la riunione ci chiamò quale consulente presso il ministero di cui assunse la responsabilità.
Nel caso Regeni, non era invece in vista nessun cambiamento della situazione politica locale.
Ci si può domandare ora per quale motivo l'Italia assuma verso l'Egitto un atteggiamento conflittuale. La risposta è semplice: noi appoggiamo (senza molta convinzione) il governo libico di Tripoli, mentre le autorità del Cairo sostengono il generale Haftar.
Con la differenza che i russi, i turchi e gli stessi egiziani sono presenti sul terreno - direttamente o per interposta persona - ma noi ce la siamo svignata. Resta dunque ben poco da difendere, se non la vita degli ufficiali che assistono la "guardia costiera" e dei soldati della sanità militare addetti ad un ospedale da campo.
Disturbando l'Egitto, i loro rischi non diminuiscono, ma anzi aumentano.
Perchè dunque cercare il confronto con il vendicativo generale Sisi?
Per aiutare Erdogan, che però - in materia di dirtti umani - non ha nulla da invidiare al suo collega.
Fuori dal contesto dell'Occidente, o si interviene in forze o è meglio farsi gli affari propri. E di affari nostri, da quelle parti, ne abbiamo ben pochi.
Quanto ai nostri residenti, sarebbe bene che l'autorità diplomatica li ammonisse su come comportarsi.
Con noi, ciò non avvenne.
Per cui, se siamo usciti vivi da una guerra civile, lo dobbiamo soltanto alla nostra prudenza, oltre che all'amicizia di qualche ottimo diplomatico, che ci sconsigliò passi falsi fatali.

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Mario Castellano 20/06/2020
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