Andrzej Zybertowicz, consigliere per la cultura del presidente della Polonia, ha concesso un’intervista a “La Repubblica” apparsa sull’edizione di sabato 20 giugno.
L’illustre studioso afferma di avere scelto come suo interlocutore il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari in quanto si tratta del “giornale più lontano dalle mie idee”.
La dialettica risulta tanto più utile ed efficace per avvicinarsi alla verità quanto più sono lontane le posizioni di chi si confronta. Dubitiamo tuttavia che il pubblico cui si rivolge “La Repubblica” sia in grado di recepire il messaggio diffuso da Zybertowicz, precisamente in quanto un discorso di contenuto identitario viene rigettato “a priori” da chi – mantenendosi acriticamente fedele ad una visione ecumenica e mondialista – tende a mettere nello stesso sacco i nazionalisti e i razzisti, le istanze favorevoli all’autodeterminazione e le violenze a sfondo razziale.
Non si dimentichi che il quotidiano di via Cristoforo Colombo si è fatto eco a suo tempo della campagna intrapresa contro gli indipendentisti catalani dal suo omologo “El Paìs” di Madrid. Dimenticando che questa causa – a differenza di altre analoghe dell’Europa orientale – ha sempre appartenuto al filone della lotta contro il fascismo.
Secondo i redattori de “La Repubblica”, basta che uno stato si conformi ai principi della democrazia liberale per squalificare “a priori” ogni istanza separatista.
Applicando questo criterio, avrebbero avuto ragione i fautori dell’Algeria francese.
Non ci si deve dunque meravigliare se il quotidiano già appartenuto all’ingegnere De Benedetti è divenuto l’organo ufficiale del mondialismo nostrano.
Lo studioso polacco pronunzia però due affermazioni che – qualora fossero adeguatamente meditate – potrebbero mettere in crisi le false certezze degli ex comunisti italiani. I quali – fin dal tempo di Veltroni, autore della loro ultima revisione ideologica – hanno ripudiato il pensiero di Marx tanto nella sua versione leninista quanto versione socialdemocratica di Kautsky e di Bernstein per aderire al liberalismo; sia pure nella variante propria degli Stati Uniti d’America, dove il termine “liberal” è riferito alla sinistra.
Quanto segna tuttavia una sostanziale continuità tra il periodo marxista, vissuto dal giovane Veltroni alle Botteghe Oscure, e la fase successiva, di marca liberal democratica, è la concezione dell’ideologia di riferimento come lo strumento destinato a realizzare una “reductio ad unum” del mondo.
Ha dunque buon gioco Zybertowicz a denunziare come la sinistra italiana perseguisse nel passato e persegua anche oggi lo stesso obiettivo: “erano premature – dice infatti lo studioso polacco – le tesi marxiste sull’estinzione dello stato e sono ugualmente precoci le tesi sulla urgenza del cosmopolitismo”.
Come il suo paese – tradizionalmente nazionalista – aveva resistito al marxismo nel nome della propria identità, così oggi rifiuta quello che Zybertowicz chiama il “cosmopolitismo”: e lo fa in entrambi i casi in quanto la Polonia si oppone alla perdita della sicurezza ontologica.
“Per restituire questa sicurezza – dice lo studioso – dobbiamo conservare gli elementi di identità che danno il senso di appartenenza collettiva”.
Quanto accomuna il marxismo del passato ed il mondialismo del presente è la loro comune opposizione a tutte le categorie ed istanze identitarie, siano esse nazionali, regionali o religiose.
Come l’opposizione al “socialismo reale” fu a suo tempo motivata precisamente con l’aspirazione all’indipendenza ed alla libertà religiosa, così queste stesse istanze portano oggi a contrastare il cosmopolitismo. Se certa sinistra italiana se ne rende conto, dovrà scontare lo stesso ritardo culturale che le impedì a suo tempo di prevedere la caduta del Muro di Berlino, e che oggi non le consente di scorgere quanto di reale vi è – al di là di certi limiti ed errori nel loro modo di esprimersi – nei movimenti identitari presenti in tutta l’Europa occidentale, ed anche nel nostro paese.
“La Repubblica” tende invece a sottolineare solamente certi loro richiami al fascismo.
Certamente si sbaglia chi – nell’ambito di questi movimenti – si rifà al regime di Mussolini, ma ancora di più cade nell’errore chi si ostina ad applicare al presente le categorie del passato.
La conversazione tra Wlodek Goldkorn, inviato de “La Repubblica”, e Zybertowicz non sembra – purtroppo per il rappresentante del pensiero politico occidentale – svolgersi tra due contemporanei, ma fa venire alla mente il contrasto, vissuto all’inizio dell’Ottocento dagli illuministi e dai romantici. Non a caso, lo studioso polacco afferma senza mezzi termini: “cari illuministi, avete perso. Ora tocca a noi”.
Coerentemente con questa premessa, egli afferma che “bisogna riportare la ragione scientifica al ruolo di una delle istituzioni filosofiche, non considerarla come cassazione”.
Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, quando si esce dall’ambito delle scienze esatte e ci si applica all’interpretazione della storia.
L’Illuminismo partiva dal presupposto che la ragione si collocasse al di fuori della storia, e che costituisse lo strumento con cui valutare i suoi esiti, al fine di ripulirli da tutte le superfetazioni prodotte dalle tradizioni e dalle superstizioni. Da qui trae origine la “tabula rasa” operata dalla rivoluzione francese, che si era in particolare accanita contro la religione. Lo stesso Voltaire, però, riferendosi alla chiesa, aveva affermato: “écrasez l’Infame”.
La Restaurazione indusse i rivoluzionari europei a quel ripensamento da cui sorse il pensiero romantico. Secondo il quale, la ragione non si pone al di fuori della storia, ma al contrario si identifica con essa.
Per ricercare la ragione, occorre dunque indagare la storia, attraverso la memoria collettiva dei popoli.
Ecco perché il Romanticismo è identitario in tutte le sue espressioni: gli scrittori compongono romanzi ispirati alla storia nazionale, i musicisti si ispirano alle melodie popolari, i pittori ritraggono la gente comune, ed i pensatori politici postulano l’indipendenza delle nazioni.
La stessa contraddizione che si era determinata ai primi dell’Ottocento tra gli illuministi ed i romantici si ripete oggi tra i fautori delle ideologie universalistiche, tramontate con la fine del fascismo e del comunismo, e di sostenitori della tendenza identitaria.
Certamente, Goldkorn non è né fascista, né comunista. Si tratta tuttavia di un liberale, che come tale rimane fedele alla tentazione di una “reductio ad unum” del mondo, all’insegna della sua ideologia di riferimento. Il suo interlocutore polacco è invece dedito ad affermare la propria identità nazionale.
Non pare possibile alcuna conciliazione tra le due posizioni contrapposte.
Per giunta, gli identitaristi tendono a considerare le democrazie liberali troppo tolleranti nei confronti dell’Islam, che a sua volta apertamente le disprezza.
Questi regimi appaiono dunque oggi nella classica condizione dei vasi di coccio tra i vasi di ferro.
Né per altro verso pare migliore la condizione della chiesa, divisa tra i “mondialisti” e gli “identitari” più di quanto lo fu a suo tempo tra i “progressisti” ed i “conservatori”: adesso ci sono perfino due papi.

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Mario Castellano 24/06/2020
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