Si dice che Henry Kissinger, nel negoziare con Aldo Moro, provasse quasi una sensazione di fastidio fisico...
Si dice che Henry Kissinger, nel negoziare con Aldo Moro, provasse quasi una sensazione di fastidio fisico, dal momento che le tergiversazioni e le circonlocuzioni (oggetto d’altronde di ironie anche in Italia) cui abitualmente ricorreva lo statista pugliese erano quanto di più lontano dalla sua mentalità, formata nella chiarezza sistematica del pensiero idealista tedesco.
Eppure, Kissinger era maestro di diplomazia: il suo modello era costituito dal principe Clemente di Metternich, sapiente tessitore delle trame del Congresso di Vienna. Quell’evento fu anche al centro delle ricerche storiche condotte dallo studioso tedesco, americano di adozione.
La sua visione dell’atto fondativo della restaurazione si rifletteva nel disegno politico che perseguì operando al servizio di diversi presidenti, da Kennedy in avanti.
Il fondamento dell’edificio costruito tra il 1814 e il 1815 era rappresentato dalla funzione attribuita all’Austria. L’impero costituiva nel contempo l’architrave di un equilibrio pacifico nel continente europeo e l’antemurale destinato a contenere le due potenze semiasiatiche che premevano sui suoi confini orientali, la Russia e la Turchia. Metternich non si faceva illusione su quale fosse la reale frontiera del nostro continente: “l’oriente – era solito dire – comincia alla Landstrasse”, cioè la strada di circonvallazione dove in quel tempo finiva la capitale dell’Austria.
Tutto quanto si trovava oltre quel limite, poteva essere considerato parte dell’Europa solo in quanto sottoposto al dominio di una potenza occidentale.
Se l’Austria, in quanto erede del Sacro Romano Impero, svolgeva un ruolo egemonico sul vecchio continente, lo si doveva alla vigenza del principio di legittimità, e se nello stesso tempo l’impero asburgico costituiva il suo antemurale verso l’est, lo si doveva alla sua potenza militare.
Non c’era dunque posto, nella visione di Metternich, per l’aspirazione delle diverse nazioni all’indipendenza: il principio della sovranità popolare risultava incompatibile con quello di legittimità, e la frammentazione dell’impero avrebbe aperto la porta ai potenziali invasori dell’Europa, attestati sui confini dell’Austria.
Un altro americano, il presidente Woodrow Wilson, avrebbe patrocinato il principio di autodeterminazione, facendosi assertore al tavolo della pace di Versailles della “finis Austriae”.
Dopo un quarto di secolo, la Russia sarebbe arrivata fino al cuore dell’Europa.
Kissinger intendeva la missione dell’America come volta ad assumere lo stesso ruolo di stabilizzazione dell’Europa e di contenimento delle minacce provenienti dall’est che era stato proprio dell’Austria.
Nella sua maggiore opera di storico, intitolata “ Diplomazia della Restaurazione”, si coglie la similitudine tra il Congresso di Vienna e la Conferenza di Yalta. Il segretario di stato era però ben cosciente di come l’America fosse troppo eccentrica rispetto alla mitteleuropa perché la storia potesse ripetersi. Di qui derivava il suo pessimismo sulla precarietà degli equilibri costituiti dalla diplomazia. Ciò lo induceva a farsi assertore della politica di potenza nella difesa degli interessi degli Stati Uniti.
Al di là dunque della incompatibilità di carattere, egli vedeva in Moro il fautore di un disegno politico opposto al suo.
Se Moro era abile nel dissimularlo, avendo ben presente quanto gli fosse sfavorevole il rapporto di forze con l’America, il suo interlocutore era tuttavia in grado di rendersene conto.
Nella contraddizione tra la sua naturale aspirazione ad una Europa mediterranea saldata con l’altra sponda del “mare nostrum” e l’incombere dei vincoli atlantici si trova la chiave del mistero sulla uccisione di Moro, evento indecifrabile nelle sue modalità, ma di cui risulta chiara l’origine.
Kissinger sapeva che Moro operava nella prospettiva storica dell’emancipazione dell’Italia da una subordinazione che i grandi personaggi cattolici della sua generazione non condivisero fondamentalmente mai: ci riferiamo da una parte a Roncalli e a Montini, dall’altra a La Pira e a Fanfani.
Ora che l’Italia, guidata da un timoniere anch’egli pugliese, muove a vele spiegate verso l’est ed il sud del Mediterraneo, dovremmo considerare compiuto il disegno di Moro, e trarne soddisfazione.
Perché siamo invece preoccupati per la piega che hanno preso gli eventi?
Per rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro nella storia, fino a Mussolini.
L’atteggiamento di Moro verso Kissinger si può in fondo considerare come una versione sublimata della anglofobia del “duce”, ma esiste una differenza fondamentale tra Moro da una parte, Mussolini e Conte dall’altra. Non è infatti assolutamente la stessa cosa la visione della proiezione internazionale dell’Italia e la concezione ontologica del nostro paese.
Non si deve trascurare, a questo proposito, che l’altro grande motivo di contrasto tra Moro e Kissinger era costituito dalla tendenza dell’uno ad includere progressivamente i comunisti nel governo dell’Italia, che il segretario di stato assolutamente non accettava. Ciò significa che Moro concepiva il ruolo dell’Italia nel mondo in connessione con la crescita civile e con il progresso della democrazia nel nostro paese. 
Conte, come già Mussolini, non esce da una concezione autoritaria.
Moro era maestro nel gioco parlamentare, e non avrebbe mai avocato a sé l’esercizio del potere legislativo. La sua visione dell’apertura a sinistra comportava l’ampliamento delle libertà e dei diritti civili. Conte procede invece nella direzione opposta. Entrambi provengono dalla regione d’Italia più permeata dall’influenza dell’oriente, e non a caso condividono la tendenza a “bizantineggiare”.
L’uno e l’altro sono accomunati da una visione dell’Italia che guarda ad Est: il podestà fascista Arnaldo di Croccalanza inventò per Bari la “Fiera del Levante”.
La differenza consiste però nell’adesione incondizionata di Moro alla visione liberale dello stato, mutuata dalla cultura politica europea. Conte si atteggia invece a “basileus” bizantino, la sua radice e la sua visione politica non escono dall’ambito della autocrazia.
Moro era un fervente cattolico, un cristiano autentico, mentre Conte – proprio come Mussolini – è fondamentalmente un ateo, che tende ad usare la chiesa (anche qui risulta appropriato il paragone con il “duce”) quale “instrumentum regni”.
Per noi cattolici liberali, si annunziano tempi difficili.

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Mario Castellano 27/06/2020
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