Per capire le ragioni in base alle quali il progetto di unità dell’Europa ha tralignato dall’obiettivo fondamentale, che consisteva nel perseguire l’indipendenza del nostro continente, ritengo sia opportuno compiere una comparazione tra due ben precisi momenti storici nei quali alcuni nostri concittadini si sono trovati davanti alla scelta riguardante il modo di concepirlo, cioè in sostanza la loro idea dell’Europa.
Il primo di questi due momenti ha avuto come protagonisti tre uomini, tutti appartenenti all’ambito della cultura mitteleuropea, e più in particolare all’area germanica, nonché tutti quanti di fede cattolica.
Questi personaggi erano il francese Schumann, in realtà alsaziano, il tedesco Adenauer, renano, e l’italiano De Gasperi, un tirolese appartenente ad una realtà di transizione tra due mondi, e per giunta di formazione viennese.
Quale entità statuale era esistita nel passato, avendo una dimensione territoriale, ma soprattutto una missione spirituale tale da unirli in un ideale comune, in uno stesso riferimento storico? La risposta risulta ovvia: il Sacro Romano Impero germanico, di cui De Gasperi aveva personalmente vissuto le estreme convulsioni.
Se è vero che con il Congresso di Vienna Francesco I d’Asburgo aveva formalmente rinunziato al suo titolo di sacro romano imperatore, è anche vero che la “duplice monarchia” era sopravvissuta fino alla Prima Guerra Mondiale, e non a caso un altro testimone della sua caduta, Karl Kraus, aveva definito questo evento come “gli ultimi giorni dell’umanità”.
Chiarito che i tre padri dell’unità europea discendevano tutti dagli antichi sudditi del Sacro Romano Impero, va detto anche che questo stato costituiva l’unico, ma anche glorioso, radicato e secolare soggetto civile e spirituale in grado a suo tempo di unire il continente.
Non è dunque vero quanto affermano alcuni a proposito del fatto che gli europei non si sono mai riconosciuti nel passato come compatrioti, e che si sono sempre combattuti tra di loro.
Dovendo dunque intraprendere la ricostruzione – e non semplicemente la costruzione – dell’unità continentale, i padri fondatori – anche a prescindere dalle loro radici individuali – dovevano necessariamente rifarsi a questo precedente, e da questa esperienza storica.
Tanto più che erano tutti, come abbiamo già ricordato, di fede cattolica: appartenenti cioè a quella particolare confessione religiosa che fin dall’anno Ottocento aveva assunto la funzione consistente nel conferire l’investitura al massimo rappresentante del potere civile.
Certamente i padri fondatori dovevano operare con realismo, nel contesto di una Europa occidentale sottomessa al dominio pressoché incontrastato degli Stati Uniti d’America. I cui governanti accettavano, ed anzi incoraggiavano l’unità continentale, ma soltanto al fine di assecondare il loro disegno geostrategico. Nel cui ambito, naturalmente, non c’era posto per una Europa indipendente.
Questo dato di fatto non impedì però ai fondatori di fare il possibile per mantenere aperta questa prospettiva.
Certamente, la comunità europea nasceva come una organizzazione internazionale, e sbagliava chi riteneva che un simile soggetto potesse, accrescendo le sue competenze e moltiplicando i suoi organi, trasformarsi in una confederazione, cioè in uno stato. È come credere che un asinello, divenendo un asino adulto, possa trasformarsi in un cavallo. Questo è impossibile a causa della sua eredità genetica.
Un giorno, però, la trasformazione dell’originaria organizzazione internazionale in una confederazione, cioè in uno stato, sarebbe avvenuta nell’unico modo possibile, cioè mediante un atto rivoluzionario. Sarebbe accaduto cioè quello che era successo in Francia nell’Ottantanove, quando gli “stati generali” si proclamarono assemblea costituente.
Tutto quanto potevano fare i fondatori al fine di rendere possibile un simile evento consisteva – dato il rapporto di forze esistente con gli americani nell’immediato dopoguerra – nel mantenere fermo, non tanto nella lettera dei trattati, ma certamente nel loro pensiero politico, l’ideale sovranazionale, incarnato a suo tempo dal Sacro Romano Impero.
Venne, dopo molti anni, il momento in cui questa ispirazione avrebbe potuto essere quanto meno proclamata precisamente nella lettera dei trattati, anche se la situazione non risultava forse ancora matura per compiere quell’atto rivoluzionario che avrebbe reso l’Europa veramente unita, e veramente indipendente.
Quel momento coincise con la redazione, affidata alla Commissione presieduta da Giscard d’Estaing, della cosiddetta “costituzione europea”. Si trattava – a dispetto della denominazione magniloquente – semplicemente di una riformulazione dei trattati regolatori di quella che rimaneva una organizzazione internazionale.
La storia offriva tuttavia l’occasione per indicare la via da percorrere, e soprattutto per definire e proclamare la propria identità comune.
Il realismo dei fondatori aveva però lasciato il posto all’opportunismo della generazione successiva: Giscard d’Estaing, senza dubbio il più “anglosassone” tra tutti i Presidenti della Quinta Repubblica, rifiutò di inserire un esplicito riferimento alle radici giudaico-cristiane nel documento che era stato chiamato a redigere.
L’obiezione opposta a chi invocava che questa citazione vi fosse inserita, consistette nel dire che l’Europa, se mai fosse diventata una confederazione, dovesse configurarsi come uno stato laico, e non come uno stato confessionale. In realtà, negando l’unica possibile ispirazione di questo stato, si decideva di non costituirlo.
Nessuno, comunque, intendeva procedere in direzione di una teocrazia.
Quanto invece risultava necessario era piuttosto definire non tanto l’ambito territoriale dell’Europa – che deve arrivare fin dove la gente si sente appartenente ad una identità comune – bensì quali fossero gli elementi costitutivi di questa identità.
Se ciò era necessario, non vediamo come si possa prescindere dalla comune ispirazione giudaico-cristiana.
L’omissione commessa da Giscard d’Estaing risulta tanto più grave e contraddittoria in quanto esiste un riferimento di carattere storico e filosofico nella cosiddetta costituzione europea, ma esso riguarda l’Illuminismo. Se si voleva citare una corrente del pensiero comune a tutte le nazioni del continente, si poteva scegliere il Rinascimento, oppure il Romanticismo.
Venne invece scelto – non a caso – l’Illuminismo in quanto si tratta del momento in cui la piena affermazione dell’assolutismo, da parte dei grandi sovrani riformatori come Luigi XIV di Francia, Carlo III di Spagna, Federico II di Prussia, Giuseppe II d’Austria e Pietro il Grande di Russia segnò l’auge degli stati nazionali, il che comportava da un lato il massimo allontanamento dall’ideale imperiale, e dall’altro la massima repressione delle identità regionali, che durante l’anteriore epoca feudale erano in qualche modo sopravvissute.
Rifarsi espressamente all’Illuminismo significava dunque affermare che non si voleva assolutamente uscire da una visione dell’Europa intesa come organizzazione internazionale, costituita da stati intenzionati a mantenere intatta la rispettiva sovranità. Ciò significava, in altre parole, esorcizzare quell’atto rivoluzionario che le avrebbe fatto cambiare natura.
Quanto si sbagliasse Giscard d’Estaing lo dimostra il momento storico che stiamo vivendo, in cui si assiste al trionfo dell’identitarismo.
L’Europa potrebbe approfittare di questa tendenza per trasformarsi in uno stato, e per rivendicare la propria indipendenza dagli Stati Uniti, rivendicando il precedente storico costituito dal Sacro Romano Impero per ritornare alla radice spirituale della propria identità.
Quanto ci manca è però precisamente l’ispirazione di un vero movimento unitario ed indipendentista. L’unione, così com’è oggi, non serve per questo scopo, ed anzi costituisce – insieme con gli attuali stati nazionali – uno dei due ostacoli che impediscono di raggiungerlo. L’unico soggetto che pare cogliere l’attuale “zeit geist” è costituito dai movimenti regionalisti.
Schematizzando, si può affermare che fuori dall’Europa l’identitarismo viene interpretato in termini religiosi, in Europa orientale in termini nazionali ed in Europa occidentale in termini regionali.
Si tratta però di movimenti troppo deboli e frammentati perché possano sperare di affermarsi: la loro battaglia intanto può essere vinta in quanto riesca ad unire tutti gli europei.
Se comunque l’esercizio dell’autodeterminazione costituisce sempre un atto rivoluzionario, oggi questo atto deve essere diretto tanto contro l’unione europea quanto gli stati nazionali, essendo l’una e gli altri di ostacolo alla nostra indipendenza.
Occorre dunque rivendicare la costituzione di due nuovi soggetti statuali: uno – non abbiamo timore, noi cattolici liberali, a chiamarlo con il suo nome – è il Sacro Romano Impero, l’altro è il soggetto regionale, la “patria negata” – che si esprime in una “lingua tagliata” – sacrificata a suo tempo nel processo di formazione dello stato nazionale, cui solo una Europa veramente unita e indipendente può restituire i suoi diritti.
Dobbiamo essere utopisti, se non vogliamo finire a fare i “navigatori” al servizio di Giuseppe Conte.

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano 05/07/2020
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved