Può sembrare strano che le vicende di una piccola isola, situata a poca distanza dalla costa della Cina meridionale, rivestano un significato per della gente così lontana, tanto a causa della geografia, quanto a causa della cultura. Eppure, le vicende di quella città esotica assumono il valore di un paradigma che va ben oltre il suo ristretto ambito territoriale.
Noi non siamo esperti della situazione del lontano oriente, ma quel poco che abbiamo studiato, e quel tanto che si può desumere dalle cronache dei giornali, rivelano chiaramente come gli abitanti di Hong Kong, in origine un piccolo porto di pescatori scelto per realizzare i propri progetti di penetrazione dall’Inghilterra imperiale a causa della sua collocazione geografica, popolato durante il dominio coloniale da gente desiderosa di intraprendere in una sorta di “Far West”, anzi di “Far East”, siano venuti elaborando una loro specifica identità, che non è né cinese, né inglese.
Per cui la soluzione ideale, una volta tramontato definitivamente il colonialismo, sarebbe stata quella della piena indipendenza.
Questo esito era già stato raggiunto da Singapore, che costituisce una sorta di gemello di Hong Kong, avendo ripetuto pedissequamente la stessa vicenda storica, economica e culturale. Dopo una breve esperienza di unione con la Malesia, quest’altra isola decise di costituire un proprio stato sovrano. Grazie alla sua collocazione geografica ed alla capacità tanto dei cittadini quanto dei governanti, Singapore prosperò ancora più che sotto il dominio britannico.
C’è una città d’Italia che si può paragonare con entrambe le ex colonie inglesi, ed è Trieste. Dove l’italiano costituisce la lingua letteraria, ma i contenuti espressi – come ben sa chiunque abbia letto i suoi scrittori e i suoi poeti – rivelano un meticciato culturale con il mondo slavo e germanico.
Anche Trieste – fino al 1576, anno della sua dedicazione alla Casa d’Austria – era un piccolo paese di pescatori.
Una potenza straniera – in questo caso l’imperatore asburgico – l’aveva adottata come proprio grande porto ed emporio per i traffici con il Mediterraneo, proprio come aveva fatto l’Inghilterra ad Hong Kong per il Pacifico ed a Singapore per l’Oceano Indiano.
Di qui trasse origine la loro ricchezza, ma anche la loro specifica identità.
Un giorno, però, crollarono i grandi imperi europei, e non per caso uno scrittore affermò che quel giorno era uno degli ultimi dell’umanità, se per umanità si intende la convivenza tra identità diverse, resa possibile da un potere neutro in quanto superiore, il potere per l’appunto imperiale.
Si impose allora il criterio della spartizione per linee etniche. Quanto fosse sottile il confine tra la spartizione e la pulizia etnica, lo si sarebbe presto capito.
A chi doveva appartenere Hong Kong quando l’impero britannico fosse divenuto un ricordo?
Tanto a Trieste quanto nel “porto dei profumi”, i cosiddetti “irredentisti” erano una esigua minoranza. La maggioranza avrebbe voluto mantenere lo “status quo”, ma ciò risultava ormai impossibile.
Si impose dunque chi era in grado di approfittare delle contingenze storiche: fu così che Trieste divenne italiana, ed Hong Kong divenne cinese.
A Trieste nessuno aveva promesso di mantenere uno “status” giuridico particolare, e per giunta il fascismo avrebbe di lì a poco esasperato la tendenza al centralismo già propria dello stato sabaudo. Ad Hong Kong erano state fatte promesse solenni, che ora vengono tradite sfacciatamente.
A questo punto, gli abitanti delle due città si sono resi conto di come sarebbe stato meglio essere indipendenti.
Conte e Xi Jinping, non a caso grandi amici e sodali (“qui se ressemble s’assemble”) schiacciano però gli uni e gli altri.
L’unica speranza per gli indipendentisti consiste in un futuro disfacimento dei due stati, più probabile nel nostro caso: mentre infatti il socio cinese riempie la pancia dei suoi connazionali, quello italiano la svuota. In simili vicende, l’unica cosa che conta è il rapporto di forze. Che nel caso del “celeste impero” permette di praticare la forma più raffinata di genocidio (non a caso, si dice “tortura cinese”), consistente mediante la sterilizzazione delle donne
Hitler, più frettoloso e brutale, sterminava gli israeliti, mentre il dittatore di Pechino impedisce alle popolazioni allogene di perpetuarsi.
Di fronte a quanto sta succedendo, l’occidente oscilla tra due atteggiamenti, entrambi ipocriti e tali da indurre a diffidare chi ne viene riguardato. Prima si esortano i cittadini di Hong Kong ad insorgere, poi – quando vengono deportati nel continente e spariscono – ci si gira dall’altra parte. Questo avvenne nel 1956 in Ungheria, e poi ci si lavò la coscienza ospitando duecentomila profughi.
Il governo britannico ha già distribuito nell’ex colonia trecentocinquantamila passaporti, garantendosi l’apporto di altrettanti ingegneri ed economisti. Se fossimo abitanti di Hong Kong, correremmo all’aeroporto, prima che i cinesi chiudano il confine.
Rimane sempre, naturalmente, l’aspirazione all’indipendenza, che però dovrà attendere Dio sa quanto per essere realizzata, con la prossima svolta della storia. È successo a molti popoli.
Dice il suo inno nazionale che “la Polonia non è ancora morta, finché noi siamo vivi”.
Se dunque si può dare un consiglio ai cittadini di Hong Kong è quello di restare vivi, e di approfittare della loro permanenza all’estero per acquisire conoscenze che risulteranno preziose quando potranno esercitare l’autodeterminazione.
Gli ebrei hanno fatto buon uso dei venti secoli durante i quali hanno dovuto aspettare la realizzazione della loro aspirazione.
Un altro piccolo consiglio: stiano alla larga dalla Città del Vaticano. Potrebbero esservi soppressi, come è accaduto al dissidente saudita Khassogi a Costantinopoli, o come è successo ad un oppositore iraniano, rapito in Iraq, dove si era incautamente recato.
La Cina vanta ottime amicizie oltre il Tevere.