Due notizie, giunte per caso contemporaneamente, illuminano lo stato dei rapporti tra le varie componenti territoriali dello stato italiano.
La Cosco, gigante cinese del trasporto marittimo mediante i “container”, ha deciso di spostare da Genova a Trieste il suo “hub” per l’Italia settentrionale.
Il motivo addotto risulta essere tutt’altro che pretestuoso: dopo il crollo del ponte sul Polcevera, si è aperto un contenzioso tra lo stato e la società concessionaria delle autostrade.
I “pentastellati”, digiuni di diritto, invocavano la revoca del rapporto contrattuale, basandosi su di una asserita responsabilità dei Benetton nel disastro. In realtà, tanto il capitolato di appalto quanto le norme generali in materia di concessioni conferite a privati da soggetti di diritto pubblico dispongono chiaramente che la manutenzione straordinaria delle opere sia a carico del proprietario, cioè – nella fattispecie – dello stato. Se il ponte è caduto, manifestamente a causa di problemi strutturali, la responsabilità è dunque da addebitare alla parte pubblica.
Ieri è stata pubblicata la sentenza della Corte Costituzionale, secondo cui si è proceduto correttamente escludendo la società concessionaria dalla ricostruzione del viadotto.
Ciò conferma “a contrario” quanto abbiamo sempre asserito, e cioè che ci si trova nell’ambito della manutenzione straordinaria, che rientra – vale la pena di ripeterlo – nell’ambito della competenza dello stato.
Se dunque non si è disposta la revoca della concessione, lo si deve al fatto che la parte privata avrebbe impugnato tale provvedimento, ottenendone l’annullamento ed il risarcimento del danno.
Avendo dunque – da questo punto di vista – le mani legate, il governo, che aveva illuso i parenti delle vittime promettendo demagogicamente di fare giustizia sommaria del concessionario, ha intrapreso un’azione volta a farlo recedere dal contratto, esigendo tutta una serie di opere molto costose, ma rientranti nell’ambito della manutenzione ordinaria.
Il concessionario, naturalmente, le sta eseguendo, ma è costretto per questo a chiudere le autostrade. Il prezzo lo paga soprattutto la Liguria: le nostre autostrade, a causa della conformazione del territorio, sono tutte fatte di ponti e gallerie.
Il porto di Genova ed il turismo, già colpiti dall’epidemia, ne sono usciti distrutti.
In prospettiva storica, ciò significa il primo retrocesso nella nostra vicenda collettiva, dal dominio romano fino ad oggi.
La storia della Liguria si identifica con quella del suo sistema di trasporti. Anche l’Emilia deriva addirittura il suo nome da una via consolare che, passando tra i primi rilievi dell’Appennino e la Pianura Padana, va da Piacenza a Rimini.
L’Aurelia segnò per i nostri antenati la fine di un isolamento che li aveva resi selvaggi. Diodoro Siculo paragona gli antichi liguri alle fiere.
La Repubblica di Genova costituì un sistema integrato di porti, preferendo il trasporto marittimo a quello stradale. I Savoia, impadronitisi dei territori dell’antica repubblica con la restaurazione, rifecero il tracciato dell’Aurelia, poi lo stato unitario costruì la ferrovia, ed infine la repubblica, sotto la spinta di manifestazioni di massa che minacciavano di trasformarsi in rivolta, realizzò l’autostrada. Che ora, praticamente, ha cessato di esistere, segnando la rottura di un rapporto millenario tra la nostra gente ed il potere dello stato, prima romano, poi genovese, quindi piemontese ed infine di nuovo romano.
Non rimane dunque che trarre le conclusioni ed avviarci di nuovo – in prospettiva storica – verso l’indipendenza. Su questa strada, però, ci stiamo muovendo in ritardo.
I cinesi, che già si comportano come i nostri nuovi padroni, spostandosi a Trieste hanno preso i classici due piccioni con una fava. Da una parte essi hanno realizzato il loro interesse immediato, dato che le merci camminano più spedite, mentre dall’altra parte incoraggiano la rivendicazione di Trieste, consistente nel trasformarsi in un “territorio libero”, cioè in una città-stato, la Singapore dell’Adriatico. Che – come tutte le città-stato marinare – si rapporta con soggetti lontani nello spazio, senza continuità territoriale ma con interessi comuni.
Ciò spiega perché dietro le rivendicazioni di Trieste non ci sia tanto Vienna, quanto piuttosto Pechino.
Genova e la Liguria, come avviene ormai dal 1797, sono in ritardo, ridotte a oggetto – più che soggetto – della storia.
Venezia, l’altra città dell’Italia settentrionale che – come Trieste – guarda verso l’Oriente, è più avanti di noi.
Luca Zaia è un veneto del contado, dotato di solido (e stolido) buon senso contadino: per questo, la sua politica indipendentista risulta efficace quando si tratta di perseguire interessi immediatamente concreti, molto meno allorché bisogna inquadrarla in una strategia più ampia. Dopo avere chiamato i suoi concittadini ad un plebiscito che in realtà – al di là delle immediate motivazioni autonomistiche – verteva sull’indipendenza – il “governatore” non è stato capace di condurre i negoziati con gli astuti funzionari di Palazzo Chigi.
La “serenissima” repubblica aveva edificato a Roma il palazzo che ancora oggi porta il suo nome, simbolo della solidità del suo insediamento nella sede del potere spirituale.
Gli attuali governanti del Veneto, come anche i nostri genovesi, vengono giocati dagli interlocutori romani in base agli orari dei treni e degli aerei: basta conoscerli, e protrarre i negoziati all’imminenza delle partenze. A questo punto, basta chiamare un taxi.
Gli astuti siciliani disponevano già negli anni settanta nella capitale di un “parco macchine” forte di ben ottanta veicoli, per cui anche l’ultimo impiegato della Regione, giunto a Fiumicino, poteva raggiungere agevolmente i palazzi del potere.
Girando per Roma, ci si accorge di come i settentrionali appaiano più spaesati dei giapponesi. Non mancano, tuttavia, i soprassalti di orgoglio.
L’altra notizia del giorno è che la Regione Veneto ha pubblicato una lista di stati esteri i cui cittadini sono ammessi sul suo territorio, ed un’altra degli esclusi. L’Italia figura (per ora) nel primo, ma soltanto al diciassettesimo posto, preceduta da vari paesi esotici.
Dante Alighieri, mandato come ambasciatore presso il doge di Venezia da Guido Novello da Polenta, si lamentò perché gli era stato servito a pranzo un pesce troppo piccolo, ed il capo della repubblica ordinò di dargliene uno più grande.
Se l’attuale governo di Venezia decidesse di escluderci, chi ci fermerà? In primo luogo, la Regione sta esercitando una competenza riservata allo stato; esiste inoltre il problema costituito dal trattato di Schengen: non siamo soltanto italiani, ma anche europei.
“Last but not least”, chi controllerà i documenti al confine? Anche noi abbiamo la polizia regionale, ma si occupa soltanto – come i vigili urbani – di circolazione stradale. Pare che a Trieste provveda direttamente la popolazione, che gratifica quanti palesano una diversa origine con il poco gradevole appellativo di “porco italiano”.
La mossa di Zaia annunzia – oltre che l’inevitabile contenzioso con Roma – la costituzione di una nuova forza pubblica. Immaginiamo il giuramento in piazza San Marco, sotto il vessillo con il leone.
La cariocinesi è già iniziata.