Se un giovane dicesse che vuole abbracciare la carriera militare perché gli piace passare tutta la vita sull’attenti, le persone più mature coglierebbero una incongruenza nelle sue motivazioni.
Quando infatti una persona sceglie di indossare l’uniforme, lo fa in quanto vuole servire la Patria. La particolare disciplina che ne consegue costituisce semmai il prezzo da pagare per realizzare questo ideale: un prezzo che, data la particolare vocazione, si paga volentieri, ma pur sempre un prezzo.
Questa semplice considerazione ci sorge spontanea leggendo l’intervista rilasciata al nostro concittadino Davide Piccardo, direttore del periodico islamico “La Luce”, dalla dottoressa Silvia Romano, reduce dalla detenzione subita ad opera dei terroristi somali di “Al Shabab”.
Noi non discutiamo, naturalmente, la sincerità della conversione della nostra giovane connazionale. In genere, tuttavia, le persone che in apparenza cambiano la propria appartenenza religiosa, lo fanno avendo scoperto la fede in Dio dopo un tempo nel quale non avevano creduto, oppure avevano appartenuto soltanto formalmente ad un’altra confessione.
La dottoressa Romano riconosce di avere cominciato a credere in seguito al grande spavento provato durante la sua detenzione: “vivevo – confessa infatti all’intervistatore – nella paura dell’incertezza del mio destino”.
La giovane italiana afferma che prima di recarsi in Africa, e a maggior ragione prima di essere rapita, era “completamente indifferente a Dio, anzi – dice – potevo definirmi una persona non credente”. Ciò conferma come i convertiti non siano tanto delle persone che cambiano la loro appartenenza religiosa, quanto piuttosto degli atei o degli agnostici che in una particolare espressione religiosa trovano la fede.
Meglio, comunque, un diversamente credente che un non credente.
A questo punto, però, iniziano le incongruenze nella vicenda della dottoressa Romano. La quale era partita per l’Africa in qualità di cooperante per conto di una organizzazione di ispirazione cattolica. Non c’è nulla di male, naturalmente, se un simile organismo si avvale dell’apporto di persone di diverso orientamento.
Tuttavia, la cooperazione italiana – come possiamo testimoniare in base ad una lunga e difficile esperienza personale – arruola sistematicamente persone (pagate dai contribuenti) non in grado di svolgere il ruolo che viene loro assegnato.
Per operare in un ambiente molto pericoloso e difficile, occorre in primo luogo una forte motivazione. Che può naturalmente derivare da un ideale umanitario non religioso, ma tuttavia deve essere accuratamente verificata.
Lo si è fatto nel caso della dottoressa Romano?
Non pare proprio, stando a quanto ella stessa dichiara: “volevo – dichiara la giovane milanese – fare una esperienza vera, per crescere ed aiutare gli altri”.
La dottoressa Romano aveva sentito un generico “bisogno di andare e mettermi – così dice testualmente – in gioco aiutando l’altro nel concreto”.
Se un giovane chiede consiglio ad un anziano in merito alla propria intenzione di sposarsi, e dice che intende convolare a nozze per maturare, viene naturalmente sconsigliato dal compiere un tale passo. La maturità costituisce infatti un requisito necessario per intraprenderlo con qualche speranza di riuscita, e non certo una conseguenza del rapporto coniugale. Nel quale le difficoltà incontrate quando si è ancora celibi o nubili non diminuiscono, ma anzi aumentano, in quanto occorre anche rispettare gli impegni assunti nei confronti del coniuge.
Se una persona dice che vuole andare in Africa “per crescere”, è meglio non mandarcela. Occorre piuttosto valutare se è già “cresciuta” abbastanza.
L’altro requisito che si deve accertare nei cooperanti è costituito dalla professionalità.
Che cosa faceva la dottoressa Romano in Africa? Faceva la maestra d’asilo, senza avere però mai studiato la pedagogia, e soprattutto senza conoscere la lingua del posto. Come comunicava con i bambini che le venivano affidati?
Noi non vogliamo portarci ad esempio, ma dovendo recarci nel paese di adozione per collaborare nel campo giuridico, ci facemmo mandare con un anno di anticipo i testi delle sue norme di diritto pubblico, e le studiammo con cura; al punto che i colleghi rimasero impressionati per come le conoscevamo. Arrivati sul posto, compimmo – con l’aiuto della nostra futura moglie, alta funzionaria dello stato – una ricognizione nell’amministrazione pubblica.
Già sapevamo delle difficoltà materiali, ma quanto ci preoccupò fu quella che si poteva definire come la “mancanza di domanda”: non tutti gli addetti a questo settore erano infatti coscienti della necessità di completare il loro ordinamento di diritto pubblico. C’era, viceversa, la piena consapevolezza di dover provvedere alla formazione dei funzionari: i laureati negli ultimi cinque anni accademici non avevano sostenuto l’esame (obbligatorio) di diritto amministrativo. L’ultimo professore, anch’egli straniero, era letteralmente fuggito.
Dato che nei paesi cosiddetti “in sviluppo” il “turnover” dei dipendenti pubblici è molto più veloce che da noi, c’erano dei direttori generali e dei capi ripartizione che non avevano mai letto un manuale di diritto pubblico. Costoro si rivolsero a noi, per frequentare un corso accelerato, che iniziò immediatamente, ma venne impartito nelle ore notturne, per non sovrapporsi con l’orario di lavoro. L’esperienza risultò ottima: non mancava la voglia di imparare.
La lingua la conoscevamo già alla perfezione, ma dovemmo perfezionare la terminologia giuridica. A questo provvidero i nostri allievi.
Nostra moglie professava (e professa tuttora) la religione ancestrale degli amerindi: non ha mai cercato di convertirci, né noi abbiamo cercato di convertire lei.
La dottoressa Romano avrebbe dovuto – se davvero le stava a cuore la sua professionalità – imparare qualcosa sull’Islam prima di partire, affinché il suo insegnamento non turbasse le convinzioni ed i costumi degli allievi e delle loro famiglie. I responsabili della sua organizzazione l’hanno mandata allo sbaraglio, al punto che la Procura sta indagando su di loro, ma ella ci è andata con assoluta incoscienza.
Alla cooperazione si devono assegnare gli specialisti migliori di ogni settore: un medico che lavora bene in un ospedale attrezzato, può fallire – malgrado la buona volontà – dove non si dispone di nessun supporto. Figuriamoci che cosa succede se già lascia a desiderare in Europa.
Veniamo però all’atteggiamento della dottoressa Romano nei confronti della sua (nuova?) religione. Quanto più l’ha attratta dell’Islam non è la sua teologia. A questo riguardo, non dice nulla, probabilmente perché non ne sa assolutamente nulla.
Quanti provengono dal cristianesimo e si fanno musulmani, dissentono in genere dal dogma della Trinità, che l’Islam assimila al politeismo. Soprattutto, però, i musulmani ritengono che la rivelazione culmini con Maometto, senza però negare quella precedente: i nostri profeti sono tali anche per loro, come pure Gesù. Non una parola sullo studio del Corano, di cui la dottoressa Romano si limita a dire: “non ci trovai contraddizioni”. Questo libro, secondo lei, “guidava al bene”.
Da una persona con un alto livello di istruzione, ci si potrebbe attendere un poco di più di cultura religiosa. Molto più forte, risulta l’adesione ai costumi islamici, intesi anche nel senso letterale del vestiario.
Tornando al paragone iniziale, è come se una persona si arruolasse nell’esercito perché trova elegante l’uniforme.
Riferendosi alle vesti, la dottoressa Romano dice: “io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società”. Non sapevamo che fosse proibita la pudicizia: basta guardare come vestono le suore.
“Per molti – dice l’intervista – la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera”.
Reagendo comunque ad una asserita tendenza generale all’impudicizia, la dottoressa Romano giunge a considerare il velo come “un simbolo di libertà”. Questo è vero, se ci si riferisce alla libertà di culto, che si manifesta anche nel vestirsi secondo un particolare precetto religioso.
Quanto non condividiamo è dunque precisamente la convinzione, espressa dalla nostra connazionale, che non vi sia libertà nel mondo occidentale.
Non è neanche certo che una donna velata si senta “gli occhi della gente addosso”: ormai questo abbigliamento non meraviglia più nessuno, ed è naturalmente bene che sia così.
La dottoressa Romano dice che coprendo il corpo sente la sua “anima libera e protetta da Dio”. Per coprirsi, non è però necessario diventare musulmani. Convertendosi, tale comportamento diviene però obbligatorio.
Ci pare che questo atteggiamento ripeta il modo di pensare dei comunisti di un tempo: i quali scambiavano il partito, cioè il mezzo, con il fine, che era la giustizia sociale. Per cui non era considerato un buon militante chi si impegnava di più per la causa, ma chi più era ossequiente agli ordini dei dirigenti.
I capi di “Al Shabab” – da questo punto di vista – sono gli eredi di Stalin, e la dottoressa Romano fa le veci di Armando Cossutta.

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Mario Castellano 12/07/2020
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