“Vaso di coccio tra vasi di ferro”.
Questa è la definizione, divenuta proverbiale, che il Manzoni dà di don Abbondio. Altrettanto appropriata (benché meno citata) suona l’altra: “neutralità disarmata in tutte le guerre”. Quest’ultima è anche ufficiale nel caso della Santa Sede, che addirittura evita con cura di affilare le alabarde delle guardie svizzere: per cui, nel caso di uno sconfinamento in territorio italiano, verrebbe evitata una imputazione per porto d’armi abusivo (non si sa mai).
In verità, alcuni mesi or sono, uno di questi baldi giovani elvetici si è reso protagonista di un evento storico: il primo fatto d’armi cui il Corpo abbia partecipato dopo il venti settembre 1870. Su questo episodio, i “vaticanisti” – dediti più ai pettegolezzi che agli approfondimenti – hanno versato fiumi di inchiostro: una tipica “sora” romanesca, penetrata nelle mura leonine con la classica scusa di visitare la farmacia (la ricetta ha sostituito da tempo quale salvacondotto i “brevi” pontifici) è scesa ad alterco con uno svizzero. Complice probabilmente la scarsa dimestichezza di quest’ultimo con la lingua regionale, la disputa è degenerata, e l’elvetico ha fatto uso dello “spray” al peperoncino, che per componenti del Corpo costituisce l’equivalente dell’arma “della fine del mondo”. È finita male per tutti, tanto per la focosa visitatrice quanto per il Governatorato, che – per tacitare le polemiche – ha dovuto pagare il conto di una clinica oftalmica.
Giuseppe Gioacchino Belli avrebbe immortalato l’episodio in uno dei suoi sonetti, mentre Pannella avrebbe deplorato la “violenza clericale”.
Che il papa, preso tra i due fuochi delle chiese ortodosse autocefale, forti dei loro rispettivi cesaropapismi, e dei musulmani, notoriamente ben muniti di risorse finanziarie, finisca per fare la figura di un qualunque don Abbondio, lo dimostra il suo discorso dell’Angelus di domenica scorsa: Bergoglio si è detto dispiaciuto per la decisione di Erdogan su Santa Sofia, ma non l’ha criticata.
Ciò scontenterà probabilmente tanto i cristiani d’Oriente quanto gli islamisti, ma che cosa altro si poteva onestamente pretendere? Assolutamente nulla, in quanto il vescovo di Roma non rappresenta nessuna identità.
Putin, invece, facendo il gioco delle parti con il suo amico e pari grado Cirillo (sono entrambi colonnelli), esce fuori dicendo che il collega turco ha fatto bene, in quanto è padrone in casa propria.
Rimane sottointeso che tanto lo “zar” quanto il sultano detengono – ciascuno nel proprio dominio – un potere assoluto.
In verità, il papa ha una sua identità ben precisa, quella latino americana, ma deve giocare in trasferta, né più né meno dei suoi conterranei che vestono la maglia delle più prestigiose squadre di calcio dell’Europa.
Mentre esiste una identità islamica, che supera i confini tra gli stati, ed esistono tante identità ortodosse quanto sono le chiese autocefale, i cattolici sono frammentati per linee nazionali e regionali.
Da questo punto di vista, il primate di Polonia conta più del vescovo di Roma, anche se gli rivolgerà sempre un omaggio formale.
Nella stessa situazione si è trovato il dirimpettaio Mattarella, che vede dall’altra parte di Roma la cupola di San Pietro, mentre il papa può scorgere il Quirinale.
Il Presidente ha vissuto un’esperienza paradossale: recatosi sul confine orientale, è stato accolto con deferenza dagli sloveni, mentre i triestini di lingua italiana si dividevano tra chi lo insultava (“oggi Mattarella, ieri Pertini, tutti titini”, si leggeva su di un manifesto) e chi gli rivolgeva un omaggio formale. L’uomo si è trovato dunque stretto tra gli slavi, che si avvalgono della funzione e di potenza protettrice svolta in favore della loro minoranza cittadina dalle autorità di Lubiana, e gli “italiani”: i quali vorrebbero essere indipendenti, tanto più che nelle circostanze storiche attuali non hanno più bisogno della tutela di Roma.
Al malcapitato siciliano, giunto al capo opposto della malandata repubblica, non è rimasto che barcamenarsi, profferendo dei generici “volemose bene” e dimenticando che il meno benvoluto era proprio lui.
Come non esiste una identità cattolica (la stessa espressione esprime una contraddizione in termini, dato che cattolico significa “universale”), neanche esiste una identità italiana. Il sindaco proclama che Trieste è “la città più italiana”, ma quando arriva la massima autorità della nazione prova fastidio.
“Italiano” è un termine che sul confine orientale designa una identità definita dalla lingua. Questo, però, è troppo poco per tenere insieme soggetti diversi tra loro: i nord americani non sono inglesi, ed i latinoamericani non sono spagnoli. Analogamente, Mattarella viene percepito e trattato dai triestini come un visitatore straniero. Tanto più che le decisioni adottate dalle autorità di Roma non sono condivise da una buona parte della popolazione locale.
Anche a Trieste, il pomo della discordia è costituito da una restituzione.
Se vale il criterio identitario, i musulmani logicamente rivendicano Santa Sofia, e gli sloveni il “Narodni Dom”, mentre i cristiani e gli “italiani” (o meglio gli italofoni) non sono d’accordo.
Nel tempo degli imperi, queste cose non succedevano, ma allora il potere si fondava su di una ideologia, non sulla rappresentanza di una identità.
Applicando questo criterio alla chiesa, si potrebbe affermare che Pio XII è stato l’ultimo papa.

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Mario Castellano 15/07/2020
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