Abbiamo passato tutta la notte alternando il sonno con l’ascolto dei bollettini radiofonici che riferivano le notizie da Bruxelles.
Il calvario di Conte, e degli altri disperati autoproclamatisi rappresentanti dell’Italia senza che un solo cittadino l’abbia mai sostenuti con il proprio suffragio (“l’avvocato del popolo” non si è mai sottoposto al giudizio degli elettori, nemmeno per postularsi quale consigliere comunale di San Giovanni Rotondo), procrastinava di ora in ora il loro inglorioso ritorno in patria: dove non verranno accolti né con l’agognato trionfo, né con un meritato lancio di uova marce: il popolo è infatti del tutto indifferente alla loro sorte. Questi ultimi si sono piegati al “diktat” pronunziato dagli “alleati”: o votare il loro candidato, o rassegnarsi alla presentazione di una candidatura di disturbo, che avrebbe reso impossibile la sconfitta dell’uscente governatore Toti.
Questo esito, comunque, non è stato evitato, dato che Massardo, uno dei tanti “papabili” mandati allo sbaraglio dallo stesso partito, tutti puntualmente impallinati dai “pentastellati”, ha rifiutato di ritirarsi, e correrà con l’appoggio dei propri seguaci, dei renziani e di altri gruppi minori.
Sansa, è dunque destinato a fare la fine della Paita, anche se le modalità con cui è stato scelto da una parte della sinistra non risultano altrettanto scandalose come quelle squallidamente esibite in occasione delle “primarie” celebrate cinque anni or sono: in quella circostanza, alcuni marocchini, sprovvisti tanto della cittadinanza quanto del permesso di soggiorno, dopo avere espresso il loro suffragio, reclamarono pubblicamente la corresponsione del consenso pattuito.
La macchina organizzativa degli ex comunisti aveva così dimostrato in quali miserande condizioni fosse ormai ridotta. Ci si può immaginare come sia conciata oggi.
Constatata l’impossibilità di evitare una candidatura di disturbo, che garantiva la riconferma di Toti, sarebbe risultato più dignitoso presentare un aspirante alla presidenza espresso dalla sinistra, permettendo almeno ai suoi elettori di contarsi.
Confluendo nel seguito indistinto dei “pentastellati”, si farà in modo che molti non vadano a votare, mancando un candidato in cui possano riconoscersi.
I renziani non sono neanche lontani parenti della sinistra, e tanto meno esiste alcun rapporto di consanguineità con i “pentastellati”.
Saviano, con un articolo apparso su “La Repubblica” di venerdì 17 luglio, ha ricordato come i ministri democratici abbiano contraddetto il voto unanime del massimo organo rappresentativo del loro partito esprimendosi in sede di governo per il rinnovo dei finanziamenti alla “Guardia Costiera” libica. La quale costituisce una invenzione dei nostri servizi segreti, che l’hanno costituita con il fine dichiarato di fermare gli sbarchi in Sicilia. Saviano dimentica, però, un precedente: Minniti “l’africano”, ultimo ministro democratico degli interni, nonché ultimo pupillo di Eugenio Scalfari (il quale ha perfino scoperto una lontana parentela con lui), aveva fatto di peggio. Il dirigente reggino aveva infatti stipulato degli accordi con i capi tribali del Fezzan, i quali – in cambio di adeguati emolumenti, elargiti con i soldi dei contribuenti italiani – si erano impegnati a sgozzare i migranti nel deserto, evitando il triste spettacolo dei cadaveri alla deriva nel Mediterraneo.
A parte il merito scandaloso di simili “trattati”, essi risultavano altrettanto gravi per via del “modus procedendi” con cui erano stati stipulati. Alcune bande di predoni venivano infatti “olpizzate”. Con questo neologismo, ispirato dalla sigla della Organizzazione per la Liberazione della Palestina, si designa l’atto compiuto da chi attribuisce a degli organismi costituiti “ad hoc” lo “status” di soggetti di diritto internazionale.
Qual è, dunque, in concreto, la differenza tra la linea di Minniti e quella di Salvini?
Più in generale, che cosa è cambiato nel partito “pentastellato” per trasformarlo da una forza politica di destra in un “partner” degno di essere accolto a braccia aperte nella sinistra? Bisognerebbe domandarlo a Zingaretti.
Forse, la soluzione dell’enigma potrebbe essere trovata dal commissario Montalbano.
In realtà, il fatto che i “pentastellati” siano espressione di una cultura politica di destra, lo dimostra proprio il loro comportamento elettorale in Liguria, essi si degnano di accettare i voti dei democratici per il loro candidato, senza però assumere alcun impegno in merito alla composizione della sua eventuale giunta regionale. Né essi accettano di negoziare quanto meno su di un programma comune.
Sansa propone dunque al suo “alleato” un “prendere o lasciare”.
Di Maio, addirittura, vorrebbe che il suo candidato rifiutasse i voti dei democratici. Questo risulta impossibile, e comunque la sconfitta è assicurata.
In tutte le altre regioni, salvo alcuni dissidenti, che per questo escono dal movimento o ne sono espulsi, i “pentastellati” esprimono dei candidati di disturbo.
Vedremo se ciò farà perdere ai democratici la Puglia e le Marche, ma certamente la loro eventuale vittoria verrebbe conseguita contro il partito alleato nel governo nazionale. La cui strategia punta sul progressivo svuotamento dei seguaci di Zingaretti. Ottenuto tale risultato, i cittadini potranno scegliere soltanto tra due destre, di cui una – quella di Salvini – ormai completamente obsoleta, e l’altra in procinto di assicurarsi, se non l’egemonia sulla società, quanto meno il controllo ferreo dello stato.
Il Presidente del Consiglio governa mediante i suoi decreti; il Consiglio dei Ministri è sostituito dai “comitati” ed i titolari dei diversi dicasteri dai “commissari”, gli uni e gli altri nominati dall’ “avvocato del popolo”; il Parlamento è ormai privato di ogni potere effettivo, dal momento che gli atti legislativi non vengono più sottoposti alla sua approvazione. Per giunta, nessun democratico è stato inserito tra le persone nominate da Conte alla guida dei diversi enti pubblici. Tra costoro, anzi, non figurano nemmeno dei militanti “pentastellati”, ma soltanto esponenti di fiducia del capo del governo. Il quale agisce di fatto come un dittatore.
L’uomo si appresta a ritornare a Bruxelles a mani vuote, ma questo esito finirà per accrescere il suo potere. Gli basterà da una parte fare uso della ripresa dei contagi, e dall’altra fare appello allo spirito “patriottico” degli italiani contro i cattivi europei, come fece Mussolini in occasione delle “inique” sanzioni, inflitte all’Italia dalla “Società delle Nazioni”.
Mentre sul versante del diritto gli organi elettivi sono privati delle loro competenze, sul versante dell’economia viene meno il pluralismo dei soggetti sociali.
Riccardo Illy, che aveva governato esemplarmente Trieste ed il Friuli Venezia Giulia, sconfiggendo la destra proprio laddove tentava di appropriarsi della difesa della identità locale e nazionale, ha preso posizione pubblicamente contro la vendita forzosa delle azioni delle autostrade imposta ai Benetton. Non si tratta soltanto di una pur doverosa solidarietà tra colleghi imprenditori, ma della difesa dell’idea della società italiana espressa dalla Costituzione, in cui l’economia pubblica, quella privata e quella cooperativa devono convivere.
La restrizione della libertà di intrapresa non favorisce d’altronde per nulla i veri interessi dei lavoratori. Tutta l’esperienza storica dimostra che in nessun regime autoritario i loro diritti sono stati effettivamente rispettati.
Il Partito Democratico dovrebbe in teoria rappresentare la tradizione e la cultura politica propria del movimento dei lavoratori. Questo movimento ha reso possibile la crescita civile dell’Italia, non soltanto difendendo gli interessi degli operai e dei contadini mediante l’organizzazione sindacale, ma anche valorizzando la creatività propria del nostro popolo, che ha permesso la ricostruzione e la prosperità dell’Italia.
Oggi la tendenza autoritaria minaccia di farci perdere il pluralismo politico e sociale, tanto la libertà quanto il benessere della nostra gente.

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Mario Castellano 23/07/2020
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