Si racconta che i legionari, accompagnando Giulio Cesare di ritorno dalla Gallia, gridassero: “viri romani, servate uxores, calvum adducimus moechum!”, uomini romani, fate attenzione alle mogli, portiamo il donnaiolo calvo! (Cesare era pelato, per cui faceva sempre il “riporto”).
Conte, preso dal suo delirio di grandezza, ha preteso che l’urbe, essendo anch’egli di ritorno da una delle Gallie (quella che nel “De Bello” è chiamata “Belgica”) tributasse anche a lui un trionfo, come avveniva nell’antichità per i consoli e per gli imperatori.
Ciò però, nei tempi moderni, porta sfiga, come appunto si dice nella capitale.
Cola di Rienzo volle un trionfo quando vi rientrò, ma finì appeso a testa in giù da quella stessa plebe che egli aveva lusingato, essendone dapprima ricambiato.
Questa storia si ripetè, in modo impressionante, per Mussolini.
I tre personaggi, il tribuno, il “duce” e “l’avvocato del popolo”, hanno in comune non soltanto il fatto di venire adulati, ma soprattutto il fatto di adulare a loro volta il popolo, cui Mussolini faceva credere di essere composto di “eroi”.
Conte riesce a vendere la panzana secondo cui siamo in grado di sconfiggere i francesi e i tedeschi. Quanto agli inglesi, si sono prudentemente ritirati da una unione in cui abbondano simili personaggi.
Quanto si sia perduto il senso della realtà, lo dimostrano i dati dell’economia reale, ma per ora gli italiani applaudono. Si è scatenato come un moto centripeto verso quel centro di gravità che è costituito dal Presidente del Consiglio.
I fascisti della Meloni plaudono al difensore dell’italianità, mentre i democratici di Zingaretti meditano addirittura di confluire nel movimento “pentastellato”, come fecero i nazionalisti di Federzoni, che in occasione del congresso di Napoli del 1924 si fusero con i fascisti, in cambio della rinunzia di Mussolini alla repubblica, rivendicata nell’originario programma “sansepolcrista”.
Gli ex comunisti, che da tempo compattano nello stesso partito anche una parte degli ex democristiani, degli ex socialisti e degli ex repubblicani, hanno rinnegato da tempo la loro cultura politica, cioè la loro stessa identità, avendo curiosamente perso per strada in primo luogo le discriminanti programmatiche.
Nenni entrò nel governo esigendo la nazionalizzazione dell’energia elettrica, Berlinguer rinunziò a quella – ben più modesta – degli zuccherifici, senza nemmeno diventare ministro. Il marchese di Sassari si accontentò di fare assumere sua figlia alla R.A.I..
Ora i democratici occupano alcuni dicasteri, e possono annotarlo sul biglietto da visita, ma le rispettive competenze sono deferite ai “commissari” ed ai “comitati”, nominati da Conte. Tanto vale, dunque, sciogliere il partito, che oltre tutto fa fatica a pagare l’affitto del Nazareno. Secondo Zingaretti si usa la carota, con Salvini viene impiegato il bastone.
Al “capitano” sta arrivando il conto dei finanziamenti dalla Russia e dei sequestri di persona. Tutto ciò sarebbe stato cancellato se avesse conquistato il potere, ma Conte lo ha superato sulla linea del traguardo. All’ “avvocato del popolo” manca – per emulare Mussolini – l’equivalente dei Patti Lateranensi. Mentre il “duce” era di origine anticlericale, l’uomo di San Giovanni Rotondo viene invece dal clericalismo, essendosi sempre attaccato alla sottana dei preti. Ciò non basta, di per sé, per qualificarsi come il cavallo su cui punta il Vaticano.
Anche il professor Buttiglione credeva di impersonare tale ruolo, ma ora gli va bene se pronunzia qualche relazione ai convegni dell’Urbaniana, dove i componenti della corte pontificia si parlano tra di loro, come i pensionati sulle panchine dei parchi pubblici.
Conte, invece, è approdato a Palazzo Chigi come Mussolini era arrivato a Palazzo Venezia. Qual è il suo rapporto con l’altra sponda del Tevere? Il Vaticano deve realisticamente fare i conti con chi esercita il potere.
A suo tempo, venne scaricato l’integerrimo sacerdote don Sturzo, cui fu preferito il blasfemo agitatore di Predappio. A questo punto, noi – che ci schieriamo all’opposizione di Conte – dobbiamo dargli atto di come a suo modo egli svolga – come già fece il suo predecessore – una funzione progressiva.
Mussolini trasformò lo stato magnatizio post unitario in uno stato di massa. Lo fece sottomettendo il popolo italiano ad una disciplina totalitaria e ad un inquadramento di tipo paramilitare, ma lo fece. Conte ha in un certo qual modo rovesciato lo stivale. In un mondo dove il sud sta prendendo il sopravvento sul nord, egli guida il primo governo italiano a trazione meridionale. Il nord, ed in particolare il nord-est, ne farà le spese. I razzisti della Lega ricevono quello che si meritano.
Nella nostra provincia, situata nell’estremo nord-ovest, a suo tempo essi volevano imitare la “pulizia etnica” di Milosevic. Si può immaginare che cosa succedeva a Oderzo e a Pordenone.
Che un papa considerato con giusta ragione il massimo campione del sud del mondo veda nella vittoria di Conte un esito importante del processo storico di cui egli è promotore, non può scandalizzare nessuno. 
Noi siamo però cattolici liberali, identificati come tali con la causa della democrazia nel nostro paese. E sono precisamente le istituzioni della democrazia rappresentativa che vengono prese di mira da Conte.
Alla fine della fase storica rappresentata dal fascismo, le masse rimasero inserite nello stato, guidate da De Gasperi, da Togliatti e da Nenni, cioè da antifascisti: i quali, però, raccolsero l’eredità di Mussolini.
Dopo Conte – in un futuro che noi non vedremo – permarrà l’egemonia meridionale. Come però alla fine del fascismo riemersero le tensioni sociali che il regime aveva represso, così sono destinate a rinnovarsi le controversie territoriali. Il risultato consisterà verosimilmente nella fine dell’unità nazionale.
Mussolini non era figlio del Risorgimento, e Conte non è figlio dell’antifascismo. L’unità nazionale costituisce dunque per l’uno come per l’altro, un mezzo, e non un fine.
Qui il discorso ritorna a vertere sulla chiesa, che certamente ha mantenuto unita l’Italia dopo Caporetto e dopo l’otto settembre, ma lo ha fatto – come si dice in francese – “faute de mieux”, sempre in attesa dell’occasione storica propizia per cancellare l’esito dell’infausto venti settembre.
La chiesa ragiona e opera in termini di secoli e di generazioni, e dunque può attendere che passi anche Conte.
Poi, la bandiera pontificia verrà di nuovo innalzata sul Quirinale.

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Mario Castellano 26/07/2020
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