I traffici sul confine di Ventimiglia costituiscono da sempre, con il loro colore e con la loro aneddotica, una delle componenti del folclore dell’estremo Ponente Ligure.
A questo rapporto con la Francia, fatto un tempo del piccolo contrabbando di cioccolata e di banane, poi dell’acquisto delle scarpe sulle bancarelle del mercato, nonché dei liquori presso gli innumerevoli negozi specializzati, si è aggiunto un legame ben più importante: quello costituito da ben millesettecento imprese avviate da titolari italiani nel Dipartimento delle Alpi Marittime.
Questa categoria di operatori economici, che ormai considerano il confine semplicemente come una delimitazione amministrativa, sono – forse senza saperlo – i primi veri europei. Essi non percepiscono più il vecchio trauma della emigrazione, che segnava un tempo quanti si recavano a lavorare oltre confine, mentre l’appartenenza a due diverse identità non dà luogo a nessuna schizofrenia, a nessuna tendenza tanto al rigetto quanto alla assimilazione.
Perfino la geografia fisica, con la convergenza delle nostre valli verso Nizza, fa riscontro all’antica comune appartenenza dei territori posti sull’uno e sull’altro lato del confine al Piemonte, ma anche allo stesso Dipartimento.
La città di Garibaldi ne era il capoluogo, mentre Porto Maurizio era sede di una sottoprefettura.
Gli imprenditori italiani che operano di là del Garavano non vogliono diventare quali rimangono tutt’ora i cubani di Miami, o come sono stati a lungo i cinesi di Formosa.
Certamente, la maggiore semplicità delle procedure richieste dalla legge francese, una amministrazione più efficiente ed una fiscalità meno oppressiva hanno propiziato questo insediamento, che però non viene considerato da nessuno come contrapposto all’Italia, alle sue istituzioni ed al suo sistema politico.
Questo spiega perché, nel momento in cui Salvini esibiva i suoi toni anti francesi, facendo rivivere la triste ed esecrata memoria dei “cannoni a Ventimiglia” del tempo di Mussolini, per la prima volta tutte le rappresentanze dei due lati del confine si sono riunite proprio a Nizza, esprimendo pubblicamente il proprio dissenso e la propria protesta nei riguardi della posizione assunta dal governo italiano. In quella circostanza, eravamo però anche animati dalla coscienza di appartenere gli uni e gli altri ad una comune identità di transizione.
Lo stesso carattere di Nizza, dove la lingua regionale è il ligure, e dove il dominio piemontese ha lasciato delle tracce profonde, non può essere definito aggettivandolo sommariamente né come francese, né come italiano.
Se dunque l’immagine marmorea di Garibaldi dominava la folla riunita sotto i due vessilli nazionali, quando è stato il momento di eseguire gli inni, si è cantata la Marsigliese in francese, l’inno di Mameli in italiano, quello di Nizza in ligure e quello dell’Occitania in provenzale, appartenendo a questa identità le genti dei due versanti dell’arco alpino.
Il sindaco Estrosi ha ricordato il contributo apportato alla sua città dall’immigrazione italiana, ed in particolare da quella composta dagli esuli antifascisti, cui probabilmente appartenevano i suoi ascendenti.
Salvini, non solo a causa delle sue “gaffes” riferite alla Francia, finì per cadere, ma ora un altro autoritarismo si profila minaccioso nello scenario italiano.
Ritornando a Nizza, speravamo di ritrovare la stessa reazione di rigetto e di opposizione che tanto ci aveva confortato nella circostanza anteriore. Con rammarico, abbiamo constatato come a distanza di poco tempo l’atteggiamento sia cambiato. Non intendiamo certamente insinuare una motivazione opportunistica in questo mutamento. Risulta però indubbio che le fanfaronate del tribuno leghista potevano essere considerate come l’espressione di un estremismo parolaio, non fondato sul calcolo dei rapporti di forze a livello internazionale. Per cui Salvini si poteva sgonfiare come la classica tigre di carta, semplicemente opponendogli le ragioni, e soprattutto la realtà, dell’integrazione transfrontaliera.
Conte viene invece temuto nello stesso modo in cui si temono le intimidazioni della delinquenza organizzata. La mafia è disprezzata, ma nello stesso tempo incute paura.
Infinite volte, avevamo considerato la possibilità che un giorno l’estensione ed il radicamento della sua influenza, ma soprattutto la contaminazione con il potere pubblico italiano portasse il “Terzo Mondo” fino a Ponte San Luigi. Questa prospettiva poteva apparire remota ed irrealistica fino a quando certe tendenze autoritarie, da sempre latenti nel nostro paese, non arrivassero a conformare lo stato, non divenissero sistema. Questo, però, è precisamente quanto oggi sta succedendo.
La reazione che si percepisce oltre confine non è però di rigetto, quanto piuttosto quella tipica di chi si sente intimidito. Ci auguriamo di sbagliare, ma abbiamo l’impressione che si tema di reagire al pericolo, come se questo potesse aggravarlo.
Non mancano però, da questa parte del confine, i soggetti che ancora vogliono e possono resistere all’attuale tendenza autoritaria. Qui non si tratta di reclamare una generica solidarietà con la causa degli altri. Si tratta viceversa della necessità di liberarsi da un duplice atteggiamento sbagliato nei confronti dell’Italia: si può considerare il nostro paese come una estensione del Terzo Mondo, da cui isolarsi erigendo una sorta di cordone sanitario, ma questa scelta porrebbe fine alla apertura, alla sostanziale cancellazione del confine che ha beneficiato – in maggiore o minor misura – entrambe le parti.
L’altra opzione consiste invece nel fingere che il problema non esista, che un’Italia sottomessa ad un regime autoritario possa essere in qualche modo addomesticata.
Si può credere – o far finta di credere – che basti qualche favore elargito ai rappresentanti periferici del nuovo potere per ricreare un “modus vivendi” più o meno accettabile.
Se nel primo caso si innalzerebbero di nuovo delle barriere antistoriche, nel secondo caso si rischierebbe la contaminazione.
L’atteggiamento più confacente agli interessi della parte francese consiste invece – a nostro avviso – nell’affrontare la situazione, e nel sostenere quegli italiani che ancora coltivano un’idea liberale, democratica ed europea del nostro paese; in particolare, nell’ambito della nostra gente di frontiera, quanti considerano la Francia come parte della propria identità e del proprio ideale.