La realtà che emerge dall’esito del vertice europeo di Bruxelles consiste nel fatto del dominio incontrastato esercitato dalla Germania sul nostro continente.
La Merkel ha interpretato, nel corso del lungo psicodramma inscenato nei giorni scorsi, il ruolo proprio di chi scrive i testi per il teatro, oppure – se si preferisce – quello del capocomico.
Ai cosiddetti “frugali”, la cancelliera ha assegnato la parte del poliziotto cattivo, incaricato di spaventare Conte, riservando per sé quella del poliziotto buono, il quale – se il soggetto sottoposto ad interrogatorio decide di collaborare – garantisce verifica che costui righerà diritto.
“L’avvocato del popolo” (il quale si considera molto furbo) avrebbe però dovuto accorgersi che i suoi interlocutori stavano bluffando.
L’assegnazione alla piccola Olanda del potere di bloccare la corresponsione delle “tranches” dei soldi concessi “a fondo perduto” e di quelli dati in prestito, il potere di veto attribuito al governo dei Paesi Bassi, non aveva la benché minima possibilità di venire adottata. Non già perché questo risultasse umiliante ed inaccettabile per l’Italia, bensì perché Berlino non avrebbe mai ceduto questo potere a nessun altro. Per un motivo molto semplice: la Merkel intende riservarlo soltanto a se stessa. Ciò vale a maggior ragione in quanto l’Olanda mirava in realtà ad essere tacitata con una diminuzione del suo contributo al bilancio dell’Unione.
Risulta dunque inverosimile che chi dà di meno accerti come si spendono dei soldi pagati da altri. È dunque la cancelliera che può dire a tutti, ma in particolare al nostro governo: “I pay, I want”.
Il problema è dunque se l’Italia sarà o meno in grado di adempiere alle condizioni poste in sostanza dalla Germania, anche se nel procedimento stabilito per verificarlo risulta formalmente attribuito a nessuno un potere di veto.
Scampato – in apparenza – tale pericolo, Conte può naturalmente cantare vittoria, ma non potrà in alcun caso sfuggire ad una valutazione del suo operato. Che non verrà espressa mediante i complessi meccanismi decisionali degli organi dell’Unione, essendo invece rimessa ad un solo soggetto: la Germania.
Rimane la domanda più importante: Conte passerà l’esame? Questo dipende dalla sua capacità di imporre agli italiani una disciplina economica e sociale talmente dura da richiedere un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri e dei suoi metodi autoritari.
Nel mondo, non mancano esempi di stati vassalli i cui regimi sono ancora più rigidi rispetto a quelli dei rispettivi protettori: si veda il caso del dittatore della Bielorussia, sottomesso a Putin, o di quello della Corea del Nord, satellite di Xi Jinping.
La Merkel, che in patria esibisce delle credenziali democratiche assolutamente impeccabili, fa governare ben altrimenti il nostro paese da Conte. Si tratta di un modo elegante per non sporcarsi le mani.
Una delle decisioni adottate a Bruxelles di cui meno si è parlato è quella riguardante i paesi dell’Est, dai quali non si esige nessuna attenuazione dei metodi autoritari usati dai rispettivi governi come condizione per continuare a percepire gli aiuti dell’Europa. Non a caso, i primi ministri della Polonia e dell’Ungheria hanno sostenuto la causa di Conte quando l’italiano si opponeva a Rutte. Non lo hanno fatto di certo per la bella faccia del Presidente del Consiglio, bensì perché il loro autoritarismo è tollerato, mentre quello del nostro capo del governo viene addirittura incoraggiato. Senza le sue maniere forti, ben difficilmente gli italiani si lascerebbero imporre le stangate che li attendono nell’immediato futuro.
Conversando martedì mattina a Nizza con due amici francesi, abbiamo ricordato loro un precedente storico che li dovrebbe indurre a meditare: si tratta di quello rappresentato da Mussolini, la cui ascesa al potere venne favorita da chi all’epoca governava le ex potenze dell’Intesa, alleate dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Il nostro paese doveva essere allora disciplinato e normalizzato, e il “duce” – in quel tempo non ancora anti francese e anti inglese – veniva considerato come il soggetto più idoneo per svolgere questa funzione. In seguito, però, sarebbe emerso il fondo di ostilità irriducibile nei confronti della cultura politica democratica e liberale europea che sempre aveva covato in questo personaggio illetterato, espressione della più profonda provincia italiana. Quando a Parigi e a Londra ci si accorse di chi egli fosse veramente, era ormai troppo tardi per salvare il rapporto tra l’Italia e l’Occidente.
Che cosa ci induce a temere una ripetizione della storia?
Inutilmente abbiamo tentato di richiamare l’attenzione dei nostri interlocutori sulla retorica di Conte, sui temi ed i toni della sua propaganda, che tendono a presentare l’opera da lui svolta – come pure quella da svolgere sul piano internazionale – come un conflitto irriducibile con alcune potenze straniere. Non c’è più l’Inghilterra da deprecare come la “perfida Albione”, ma il bersaglio della polemica è costituito da quei paesi che oggi individuano in Conte l’uomo capace di farci ingoiare la purga inflitta all’Italia da Bruxelles.
Il discorso, a questo punto, ritorna all’idea dell’Europa cui si ispira la Merkel (ed anche Macron): se gli italiani sono considerati alla stregua di parenti poveri cui si impone di pagare, sottomettendoli ad una disciplina autoritaria, il prezzo dei loro sprechi (c’è tutta una vulgata razzista, in base alla quale siamo ritenuti dei fannulloni e dei truffatori), ciò significa che non ci si sente uguali, e dunque non ci si percepisce come compatrioti.
Il nostro popolo è stato a lungo il più europeista tra tutti quelli del continente.
Noi non crediamo che su questo sentimento influisse la tentazione di imbrogliare Bruxelles con espedienti quali l’integrazione del prezzo delle olive, anche se queste truffe sono state certamente commesse. C’era piuttosto in noi la coscienza di portare alla costruzione di una patria comune. L’apporto costituito dalla nostra cultura, oltre che dal nostro lavoro.
Oggi veniamo ricambiati con la stessa moneta – ci dispiace ricordarlo – con cui l’Italia venne retribuita per la sua alleanza di seguace con la Germania nazista.
Che una esperienza simile si ripeta con la Germania democratica, costituisce per noi un motivo di grande amarezza e delusione.

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Mario Castellano 30/07/2020
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