Noi non sappiamo se i collaboratori del Dalai Lama gli trasmettono quotidianamente una rassegna della stampa internazionale, né tanto meno se essa include dei giornali italiani.
Qualora però così fosse, il capo spirituale dei tibetani dovrebbe essere ben contento di leggere quanto Edward Luttwak ha dichiarato a Massimo Lenzi, che ne dà conto su “Il Tempo” del 17 luglio scorso. Luttwak è tanto un diplomatico quanto un analista, ma il suo linguaggio non risente della prudenza tipica degli ambasciatori.
Lo studioso americano di origine rumena e grande conoscitore dell’Europa (compresa l’Italia, di cui parla perfettamente la lingua), non poteva essere più franco, anzi più brutale: “la guerra fredda – dice – è già in corso. Tra i servizi segreti di America e Cina la guerra è aperta. Sa quale è l’importanza di questa vecchia definizione, appunto “guerra fredda”? Che questa guerra fredda continuerà, come è successo con l’Unione Sovietica in passato, fino alla caduta del regime cinese. Pazientiamo. I paesi ed i sistemi non democratici cadono. Non cadono domattina, ma cadono”.
A partire dal 1917, quando il presidente Wilson trascinò gli Stati Uniti nella “Grande Guerra”, mobilitando i suoi concittadini nel nome del principio di autodeterminazione, e quindi ingaggiando uno scontro mortale con gli imperi basati sul principio teocratico di legittimità, l’America ha combattuto tre conflitti. Del primo, contro le “prigioni dei popoli”, si è detto. Il secondo fu contro il nazifascismo, ed il terzo contro il comunismo. La Corea ed il Vietnam vennero considerate altrettante battaglie di quest’ultima guerra. Se l’impegno in Indocina risultò essere un errore, non fu sbagliato contrastare una ideologia totalitaria e negatrice della libertà dei popoli.
Che cosa può avere in comune la Cina con gli “imperi centrali” e con quello ottomano, poi con la Germania di Hitler, l’Italia di Mussolini, il Giappone dei militaristi, ed infine con la Russia di Stalin (e dei suoi successori)?
Non si può naturalmente fare di ogni erba un fascio, e la comparazione tra soggetti così diversi risulta molto problematica. L’unico elemento comune è rappresentato dalla possibilità di far leva sul principio di autodeterminazione.
Naturalmente, in tutte le circostanze storiche che abbiamo ricordato, i nemici dell’America erano animati anch’essi dallo spirito patriottico, quanto meno, i loro rispettivi regimi potevano fare appello a questo sentimento. Valeva tuttavia per ciascuno di essi quanto scrisse Lenin a proposito della Russia imperiale, in cui coglieva la contraddizione costituita dal problema nazionale: “non può essere libero un popolo che opprime un altro popolo”. Ciò significa che l’autoritarismo all’interno e la negazione dei diritti delle altre nazioni all’esterno sono due facce della stessa medaglia.
Luttwak, riferendosi alla Cina, avrebbe potuto parlare dei tibetani e degli uiguri. Lo studioso parla invece esplicitamente di Hong Kong. Dove l’esistenza di una identità diversa da quella della Cina continentale spinge a rivendicare l’indipendenza.
Possiamo anche rilevare che il regime di Pechino è più debole, dal punto di vista ideologico, rispetto all’Austria, alla Turchia ed all’Unione Sovietica. Tutti questi soggetti erano infatti depositari di una ideologia: in un caso, quella basata sulla investitura religiosa conferita ad un potere temporale multinazionale, nell’altro caso sull’internazionalismo comunista. La storia ha dimostrato che si trattava di bandiere troppo logore – e troppo macchiate – per mobilitare la gente in loro difesa. La Cina non può invocare comunque nessuna giustificazione politica o religiosa per il suo dominio ed il suo espansionismo. Specie quando tenta di uscire dall’area della cultura confuciana. Lo dimostra il fatto che i tibetani le resistono in quanto sono lamaisti, e gli uiguri in quanto sono musulmani.
La Cina ha dunque un punto debole, costituito dalla impossibilità di giustificare il proprio potere in base ad una ideologia, perfino nell’ambito dei suoi confini.
Se la “guerra fredda” intrapresa dall’America si dovesse radicalizzare, non vi è dubbio che verrà giocata la carta costituita dalle minoranze etniche religiose. Questa è una costante dal 1914. Quando – non a caso – la causa occasionale del conflitto fu l’irredentismo dei serbi di Bosnia.
Nella seconda parte dell’intervista, Luttwak parte dal presupposto che “l’Italia si è avvicinata – forse troppo – alla Cina”. Se questo dovesse comportare un nostro schieramento nel fronte opposto agli Stati Uniti, Luttwak ha già pronti gli argomenti per animare quanti, nel nostro paese, non intendono cambiare bandiera.
Al primo posto, egli mette la convenienza. Tutte le volte che ci siamo schierati con l’Occidente, abbiamo vinto. Mussolini, che aveva compiuto la scelta opposta, portò l’Italia al disastro.
Con la brutalità del “cow boy”, lasciate da parte le buone maniere dell’intellettuale europeo, Luttwak ammonisce: “l’Italia dovrebbe fare i propri interessi, e questi interessi – è evidente – non sono con la Cina”. Lo studioso indica quindi la mancanza di legittimazione democratica di un governo che da un lato non è eletto (“Conte – annota – è membro del Parlamento? No”), e dall’altro deborda dalle sue competenze. “Il Presidente della Repubblica – dice Luttwak – evidentemente non pensa che gli italiani siano maturi abbastanza, perché altrimenti metterebbe questa gente da parte”.
A questo punto, ci permettiamo modestamente di dire la nostra.
Quale filo lega gli interventisti democratici, i resistenti contro il fascismo ed i fautori della alleanza con l’Occidente? L’idea liberale dell’Italia, sia pure diversamente declinata. Un discorso particolare riguarda la sinistra.
I “pentastellati” rappresentano oggi il “partito cinese”. A parte ogni discorso sui loro finanziamenti, la loro ispirazione deriva da una cultura politica di destra. Questa cultura risulta però troppo superficiale per aderire al confucianesimo.
Rimane dunque soltanto l’involucro autoritario basato sullo spionaggio elettronico, giustificato con l’epidemia.
Gli ultimi seguaci di Gramsci dovrebbero derivare dalla loro ispirazione gli anticorpi necessari per difendersi da un simile contagio. A meno che la loro residua cultura si riduca ai libri gialli ed agli sceneggiati televisivi del commissario Montalbano, Zingaretti dovrebbe informarsi su quanto è successo nella federazione di Imperia, che ancora dopo la caduta del Muro di Berlino sosteneva la pulizia etnica di Milosevic.
Sappiamo perché lo faceva, e sappiamo anche com’è finita.