Qualche anno fa, le autorità della laica Repubblica Francese, per volontà dell’allora presidente Chirac, promossero la costruzione di una moschea a Verdun, in memoria dei componenti delle truppe coloniali caduti nella Prima Guerra Mondiale. Da allora, nessuno si è ricordato di loro.
In un altro caso, quello del contributo dei soldati indiani allo sforzo bellico della Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale, c’è voluto un film – quello dedicato a Dunkerque – per rendere giustizia alla loro memoria. Eppure, il primo militare alleato che attraversò l’Arno a Firenze, portandosi dietro gli americani e gli inglesi, era stato proprio un indiano col turbante.
Il giorno della liberazione di Parigi, sfilò sui Campi Elisi – dietro al generale De Gaulle – la divisione corazzata Leclerc, formata in Algeria. Insieme con il tricolore francese, i suoi combattenti innalzavano la bandiera della Repubblica spagnola. In gran parte, infatti, si trattava di profughi anti franchisti.
Più in generale, non si può spiegare la decolonizzazione, seguita all’ultima guerra, senza tenere conto del contributo recato alla vittoria degli alleati dagli abitanti dei loro possedimenti: un apporto di sangue, cui si aggiunse la disponibilità dei territori e delle materie prime. Anche la “desegregazione” delle forze armate americane, primo passo verso la fine della discriminazione razziale negli Stati Uniti, venne decisa dal presidente Truman tenendo conto dell’apporto dei militari afroamericani alla vittoria degli alleati.
Risalendo alla “Grande Guerra”, possiamo ricordare come l’Italia riconobbe l’indipendenza della Cecoslovacchia prima dei trattati di pace – ed anzi ancor prima dell’armistizio – in cambio della diserzione dei suoi soldati, passati nelle fila dell’Intesa: anche il “bollettino della vittoria”, letto ogni quattro novembre, ricorda il loro contributo.
Certa storiografia ha volutamente sminuito l’apporto della Resistenza – non soltanto italiana – alla liberazione. Il motivo non va ricercato in una valutazione sul piano strettamente militare, quanto piuttosto nel timore della capacità del popolo di organizzarsi, di condurre la propria guerra ed infine di sollevarsi contro gli invasori ed i dittatori.
Oggi i “pentastellati”, espressione – come non ci stanchiamo di ripetere – di una cultura politica reazionaria – vedono nella Cina un modello da imitare.
Conte, tempo fa, dimostrò maldestramente di non conoscere le grandi date tra il venticinque luglio, l’otto settembre, il venticinque aprile e il due di giugno, alle quali egli d’altronde non si ricollega.
Quanto ai democratici, cioè agli ex comunisti, un tempo massimi cultori della memoria della Resistenza, l’infatuazione per le autorità di Pechino rivela come la loro involuzione sia ormai completa, e soprattutto come il richiamo ai partigiani fosse soltanto strumentale. I cinesi, secondo costoro, hanno sempre ragione in quanto sono per definizione “di sinistra”, o meglio “de sinistra”, nell’accezione romanesca del termine. Per Zingaretti sono infatti necessariamente “progressisti” i suoi amiconi all’amatriciana.
Il massimo esempio di corrente del pensiero politico (?) è costituito dalla redazione di “Faro di Roma”, ove confluiscono cattolici tradizionalisti come Alvaro Martino e fossili viventi del doroteismo come il dottor Benotti: il tutto, naturalmente condito con salsa cinese.
Ora è iniziata la guerra fredda con Pechino. Chi vincerà? Chi sarà in grado di evolvere, cioè la parte che dimostrerà la maggiore duttilità, se necessario la maggiore spregiudicatezza.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, dei personaggi molto diversi tra loro, ma posti davanti alla stessa situazione di dominio straniero sui loro rispettivi paesi, come Gandhi e Ben Gurion, decisero di allearsi proprio con l’occupante inglese. Ci furono in entrambi i casi degli estremisti, quali Chandra Bose e Jabotinsky, che intendevano applicare alla lettera la regola in base alla quale “i nemici dei miei nemici sono miei amici”: l’uno si alleò infatti con i giapponesi, l’altro proponeva di parteggiare per i tedeschi. La “leadership” nazionalista scelse invece chi avrebbe vinto, esigendo però che firmasse una cambiale: quella dell’indipendenza.
Il Dalai Lama non ha scelta, e deve appoggiare gli americani, non tanto mobilitando i connazionali residenti in patria, quanto piuttosto mediante le amicizie e le simpatie coltivate in più di sessant’anni di predicazione nel mondo. Soprattutto, però, saranno i musulmani, simpatizzanti con gli uiguri, a schierarsi contro i cinesi. Poi, passeranno anch’essi all’incasso della cambiale.
Le stragi della Bosnia e del Kossovo hanno permesso di costituire in Europa due stati islamici. La vittoria degli americani sarà in realtà la vittoria dei popoli più giovani cui dovranno necessariamente chiedere aiuto.
Ai vari movimenti indipendentisti dell’Europa occidentale, la storia offre l’occasione per dimostrare che sanno fare politica estera. Questa è la prova più difficile, ma è anche quella che porta – in prospettiva storica – più risultati. Si tratta infatti di dimostrare la capacità di operare come se già si fosse dei soggetti di diritto internazionale.
La “politica interna”, basata sulla coltivazione della propria identità, risulta necessaria, ma non è sufficiente se essa dimostra che si ha influenza, quella estera prova che la si sa far valere.
Il sindaco di Genova ha nominato i suoi “ambasciatori” presso gli stati stranieri. Ora vedremo se si tratta di una goliardata, come quando Bucci si traveste da doge della repubblica, oppure di una mossa lungimirante. Dipende da come sapranno operare i suoi “diplomatici”, la cui scuola è antica e gloriosa. Lo dimostra l’insediamento di Galata, a Costantinopoli, che fu la più grande ambasciata del mondo.

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Mario Castellano 1/08/2020
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