Riceviamo da un amico russo una lunga e bellissima lettera, nella quale  – prendendo spunto dalle reazioni suscitate in ambito cristiano in seguito alla restituzione di Santa Sofia al culto islamico – egli rileva una differenza sostanziale tra quelle che si sono manifestate nella ortodossia e quelle proprie invece del cattolicesimo, o – più in generale – dell’Occidente.
Ci permettiamo, anche per rispettare la riservatezza di una comunicazione privata, che non siamo autorizzati a diffondere – di riassumere il contenuto della missiva spedita da Mosca. Secondo il nostro interlocutore, di fronte ad una affermazione tanto plateale della identità islamica, che non tiene conto della sensibilità propria di chi segue la nostra religione, abbiamo soltanto una possibilità per difenderci, che consiste nell’affermare con eguale forza e determinazione la nostra identità. Senza più curarci di quella remora, di quel limite imposto alla regolazione del fenomeno religioso da parte dello stato che deriva dalla sua laicità.
A questo punto, il discorso verte inevitabilmente sulla definizione di tale principio.
Uno stato è laico quando riconosce a tutte le confessioni una uguale libertà di culto.
A Mosca vive un milione di musulmani, e questo significa che un abitante su otto della capitale della Russia è seguace dell’Islam. A differenza però di quanto avviene a Parigi, una parte di queste persone non sono di origine straniera, bensì appartengono ad una minoranza storica, insediata in Russia fin dal quattordicesimo secolo, quando i tartari tentarono di invadere questo paese, ma vennero fermati dal principe Dimitri, detto “Donkoy” perché proprio sul Don combattè la battaglia decisiva contro gli infedeli. Questo non impedì tuttavia ai tartari di fermarsi nei suoi domini, mescolandosi con i cristiani.
Putin ha solennemente inaugurato qualche anno fa la nuova mosche di Mosca, forse la più grande in Europa.
Il nostro amico sa dunque molto bene che una normativa discriminatoria causerebbe dei problemi molto gravi a casa sua. Che cosa dunque propugna? Fondamentalmente, un’azione politica assertiva, svolta dallo stato tanto in politica interna quanto in politica estera. In Russia sono state introdotte delle leggi tendenti a far coincidere il precetto civile con quello religioso, specialmente in materia di tutela della morale pubblica. Non si parla nemmeno di matrimonio omosessuale, né di “unioni civile”, ma anche la propaganda di questo tipo di rapporti è sanzionata penalmente.
Per quanto riguarda la politica estera, la Russia è intervenuta in Siria invocando la necessità di difendere i cristiani, minacciati dallo “stato islamico”. Con questa azione, Mosca si è sostituita alla Francia, un tempo potenza protettrice dei nostri correligionari del Medio Oriente. Parigi aveva però smesso di esercitare questo ruolo fin dal tempo degli accordi Seyes-Picot, che avevano dato luogo alla costituzione dello stato libanese, avvenuta su di una esplicita base confessionale.
Per quanto riguarda i Balcani, dove la Russia è sempre stata la potenza protettrice dei cristiani, tale ruolo la porterà inevitabilmente a contrastare i disegni di espansione manifestati da Erdogan, secondo cui il confine della Turchia “va da Trieste a Vienna”.
Gli stati occidentali non possono instaurare nessuna forma di confessionalismo, né intendono proiettarsi fuori dai loro confini per difendere i cristiani.
Non è nostra intenzione polemizzare con il nostro amico, anche se risulta evidente il rimprovero da lui rivolto ai cattolici – ed anche alla stessa Santa Sede – per il loro atteggiamento, improntato a passività e indifferenza – nei confronti dell’espansione dell’Islam.
Ci pare comunque che egli non intenda recriminare, quanto piuttosto sottolineare il vantaggio che la Russia può trarre dalla nostra mancanza di una ispirazione religiosa. Il suo paese, forte della propria identità e della sua vocazione teocratica, è pronto ad assumere il compito di difenderci.
Il riferimento è al ruolo storico e spirituale che il pensiero ortodosso e panslavista dell’Ottocento aveva assegnato alla Russia: al suo popolo, prima ancora che allo stato. Ricordiamo quanto scrisse Dostoevskij a proposito del contadino russo, indicato come il Cristo delle nazioni, destinato a riscattare l’Occidente dalla sua miscredenza e dalla sua decadenza morale.
Il Cristo della nostra fede comune è un innocente, un agnello sacrificale. Tale è anche l’uomo russo, il contadino che vive nella povertà, così come il soldato che muore per la patria. Se però ci si sposta dai singoli, e ci si riferisce alla nazione come entità collettiva, allora il Cristo che essa impersona non è più il Crocifisso, ma il Pantocratore raffigurato nella sua gloria dai mosaici bizantini. L’umiltà degli individui è glorificata nella potenza dell’impero.
Ecco dunque delinearsi la risposta del cristiano occidentale alla lettera dall’oriente.
Non si tratta di cadere nel “cliché” delle due immagini tradizionali della Russia, la bontà ingenua dei suoi figli contrapposta alle astuzie del potere, eredità della corte di Bisanzio. Nell’Oriente, anche in quello cristiano, manca la concezione della libertà individuale, su cui prevale sempre la dimensione collettiva, impersonata dallo stato, tanto più se investito del compito di difendere e di diffondere la fede.
La Russia è comunque il Cristo delle nazioni, ma è tale secondo due concezioni diverse della sua missione. Il Crocifisso che redime l’umanità peccatrice ed il Pantocratore, il Cristo Re che domina il mondo e la storia.
A quale idea della Russia si ispira il nostro amico? Questa è la domanda che la sua lettera lascia aperta.
Davanti al dilemma, lo straniero rimane affascinato e dubbioso.

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Mario Castellano 3/08/2020
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