Se c’è un dittatore europeo del Novecento cui Conte può essere paragonato, al punto che sembra averlo preso a modello, è senza alcun dubbio Antonio De Oliveira Salazar, che fu tra tutti il più longevo nel potere: governò infatti per ben quarantotto anni, includendo il breve mandato del successore da lui designato. Speriamo che, almeno in questo, il precedente non si ripeta.
A differenza di Franco, Mussolini, Hitler e Stalin, il primo ministro del Portogallo (che non volle mai inventare per sé una carica diversa), vestiva abiti borghesi di ottima fattura, disdegnando le uniformi: tanto di ordinanza quanto di sua invenzione personale.
Salazar era inoltre un autentico professore universitario di Coimbra (nella fattispecie di economia), anche se la sua produzione scientifica veniva sopravvalutata dagli adulatori, esattamente come avviene nel caso dell’opera giuridica di Conte. Soprattutto, però, i pieni poteri a lui conferiti erano presentati come una deroga – mai troppo sottolineata, ma anzi ufficialmente sminuita – rispetto alla normalità costituzionale.
Salazar aveva fondato il suo partito personale, ma non imponeva una propria ideologia, né attribuiva al Portogallo una particolare missione storica. Salvo quella consistente nel mantenimento anacronistico del suo dominio coloniale. Questo fu il suo tallone di Achille, come probabilmente lo sarà il separatismo interno nel caso di Conte, ma il dittatore di Lisbona morì due anni prima che i militari, stanchi di farsi ammazzare in Africa, abbattessero il regime mentre comunque i suoi colleghi stranieri sbandieravano i rispettivi colpi di stato, presentandoli come gloriose rivoluzioni, destinate a redimere delle nazioni corrotte, Salazar, esattamente come Conte, negò sempre di averne compiuto uno. Entrambi appartengono infatti alla categoria di coloro che quanto più stravolgono l’ordine costituzionale, tanto più negano di averlo scalfito.
Poiché qualcuno aveva lamentato la prassi consistente nel legiferare mediante i decreti del Presidente del Consiglio (si tratta di una invenzione che Conte dovrebbe brevettare), “l’avvocato del popolo” si è finalmente deciso a sottoporre il suo ultimo parto all’esame delle Camere. E’ inutile aggiungere che questo omaggio, tardivo e formale, reso al Parlamento, dopo il trionfo (farlocco) di Bruxelles, è stato salutato come una prova di lungimiranza e di scrupolo costituzionale.
Nicola II di Russia organizzò grandi festeggiamenti in tutto l’impero quando istituì la “duma” elettiva, cui era però attribuito un potere soltanto consultivo. L’autocrate riuscì tuttavia con questa mossa a coinvolgere altri soggetti nelle sue responsabilità.
Di lì a poco, sarebbe entrato in guerra, portando la Russia al disastro e condannandosi a morte.
Nell’ennesimo decreto di Conte (che però è denominato per la prima volta “decreto-legge”), è contenuto uno specchietto per le allodole, destinato a tacitare i sostenitori più “moderati” di Conte (cioè i “democratici”): l’emergenza viene prorogata “soltanto” fino al 15 ottobre, anziché estendersi al 31, o addirittura fino alla fine dell’anno. Il Presidente del Consiglio inaugura così la “dittatura con lo sconto”? Peccato che nelle pieghe del nuovo testo legislativo si trovi un dettaglio velenoso. L’emergenza può essere prorogata fino ad un massimo di quattro anni.
Nel caso di Putin, è stata necessaria una riforma della costituzione per trasformarlo in presidente a vita. A Conte è bastato un comma.
Quattro anni costituiscono un lasso di tempo che include le elezioni regionali programmate ufficialmente per il 20 settembre, il referendum, le elezioni politiche, le presidenziali e tutte le amministrative.
Mattarella ha disciplinatamente firmato, ben sapendo che la mancia a lui riservata consiste nella proroga del suo mandato.
L’aspetto più grave di questa faccenda consiste nel fatto che il decreto non specifica quali misure comporta in concreto lo stato di emergenza, né mediante quale strumento lo si possa prorogare. Nel silenzio della norma approvata dalle Camere, Conte potrà dunque riprendere l’emanazione dei decreti del Presidente del Consiglio.
Napoleone III, una volta eletto Presidente della Repubblica, si proclamò imperatore, ma subito dopo indisse un plebiscito, con cui fece ratificare dal popolo il colpo di stato, rientrando con ciò nella asserita legittimità costituzionale. In realtà, si fece conferire dai francesi un mandato irrevocabile.
A Conte è bastato passare per il Parlamento.
Che ne sarà del voto di settembre? Al Presidente del Consiglio sarà sufficiente annunziare un ritorno del contagio (anche in paesi esotici) per decidere un rinvio: con il risultato che una volta scaduta la proroga degli attuali organi delle Regioni, tali enti verranno commissariati.
Lo stesso avverrà via via per quelli che successivamente termineranno i mandati dei governatori e dei rispettivi consigli. I rappresentanti di lista che si sono recati nei municipi e nelle cancellerie dei tribunali per iniziare la raccolta delle firme, sono stati invitati a ritornare più avanti, non essendo state emanate le disposizioni “ad hoc”.
Più avanti, però, i termini saranno scaduti.
Gli italiani non potranno votare, ma nel loro interesse. 
C’è un altro aspetto che accomuna Conte con Salazar, di cui ci eravamo dimenticati: il paternalismo.

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Mario Castellano 5/08/2020
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