Sabato scorso, Berlino è stata teatro di una grande manifestazione, cui hanno partecipato secondo i promotori un milione di persone, e secondo la polizia soltanto ventimila. Questa abissale disparità nella misurazione rivela che la discordia tra il governo ed i suoi oppositori è ormai giunta alla guerra psicologica.
Le fotografie ed i filmati confermano comunque che i dimostranti riempivano il famoso viale “Unter den Linden” che conduce alla porta di Brandeburgo, già teatro delle sfilate militari dell’epoca guglielmina, poi di quelle delle “Camicie brune” naziste, ed infine dei comunisti nel tempo della “Repubblica Democratica Tedesca”. L’ultima volta in cui questa storica arteria si era riempita di folla fu quando i berlinesi dell’est, rivoltandosi contro il regime di Honeker marciarono verso il Muro per invocare la sua demolizione.
Questa grande strada urbana costituisce dunque un misuratore dello “zeitgeist” della Germania o – per meglio dire – delle Germanie. Non alludiamo alla divisione di questo paese, che venne sempre rifiutata dalla coscienza popolare essendo percepita come una imposizione dei vincitori, frutto di una loro ostilità preconcetta, in base alla quale si voleva far pagare all’intera nazione le colpe dei suoi governanti.
E’ rimasta famosa la frase di François Mauriac (fatta propria anche dal nostro Giulio Andreotti): “amo tanto la Germania che sono contento perché ce ne sono due”.
Se dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze dell’Intesa avevano imposto una riparazione dei danni tale da impoverire i tedeschi al punto di far loro rinnegare il pacifismo proprio della democrazia di Weimar, spingendoli ad affidarsi per disperazione ad Hitler, dopo il 1945 i vincitori dovettero scegliere tra un paese unito e neutrale, quale lo proponeva Stalin, oppure uno diviso, la cui parte maggiore sarebbe stata sottomessa agli Stati Uniti, con lo scopo sintetizzato nella consegna di tenere “gli americani dentro, i russi fuori ed i tedeschi sotto”.   
L’unificazione, secondo chi la temeva, comportava il pericolo di risvegliare dapprima il “National Neutralismus”, e poi l’inevitabile riassunzione delle ambizioni di dominio sull’Europa. Quando però venne cancellata la cicatrice del Muro, avvenne un fenomeno che smentì questi timori, ma soprattutto dimostrò quanto fossero infondati i pregiudizi accumulati dalle due generazioni – quella dei nostri nonni e quella dei nostri padri – che erano state costrette a combattere i conflitti del secolo scorso: finito il tempo delle due Germanie, iniziò una riflessione sulla storia della nazione che dovrebbe interessare noi italiani più di tutti gli altri europei.
I tedeschi cominciarono a domandarsi perché si fossero abbattuti su di loro i disastri del 1918 e del 1945, le cui conseguenze si erano protratte fino al 1989. La risposta non consistette nel dare la colpa agli stranieri, bensì a se stessi. La riunificazione permetteva di compiere finalmente quell’esame di coscienza che per due volte era mancato, essendo rimossa la sua necessità – politica, più che morale – dal modo in cui i tedeschi erano stati trattati dopo l’una e l’altra guerra, cioè come se fossero marchiati da una colpa collettiva.
Venuta meno la sanzione, anch’essa collettiva e dunque percepita come intrinsecamente ingiusta, ci si interrogò finalmente sui propri errori, la risposta non si riferì soltanto al nazismo, né al militarismo prussiano, ma giunse ad investire lo stesso processo di unità nazionale, realizzata in parallelo con quella italiana, e con modalità molto simili.
Gli Hohenzollern erano stati il corrispettivo dei Savoia, e la Prussia quello del Piemonte. Perfino la lingua nazionale, con la pubblicazione nel 1872 del vocabolario Duden, era stata modellata su quella prussiana. Dopo l’unità – raggiunta nei due paesi nel 1870 – venne da noi la cosiddetta “Italietta”, cui corrispose la “Grande Germania”. Che, dovendo adottare un progetto comune, finì per trovarlo nella politica espansiva di Bismark e di Guglielmo I.
Le radici di quanto sarebbe avvenuto nel 1914 erano dunque più profonde di quelle – fondamentalmente superficiali – del nazismo, ma anche di quelle del militarismo prussiano. L’esame di coscienza della Germania giunse a riguardare il modo in cui il paese era stato unificato. Cominciarono dunque a manifestarsi, anche sulla spinta degli egoismi regionali di chi non voleva “mantenere i tedeschi orientali”, le nostalgie e le rivalutazioni degli “antichi stati” regionali le cui bandiere sono riapparse in occasione della manifestazione di Berlino, come avveniva da noi il Primo Maggio a San Giovanni, e come è successo a Parigi durante i tumulti dei “gilet gialli”, che innalzavano i vessilli dell’Occitania e della Bretagna. Qualcuno cercava maliziosamente le croci uncinate dei nazisti, ma non si è visto nemmeno il tricolore nazionale.
La manifestazione era infatti indetta contro uno stato, più che contro un governo, considerato autoritario in quanto portato a limitare i diritti collettivi. Compreso quello all’autodeterminazione.
Non c’è dunque da temere nessun rigurgito nazionalista, né tanto meno nazista.
L’identitarismo spinge non già verso la resurrezione della “Grande Germania”, quanto piuttosto verso un ritorno alle Germanie.
Le sconfitte sono più salutari, per i popoli, che le vittorie.

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Mario Castellano 7/08/2020
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