La notizia era prevedibile, ma di certo rivela quanta strada debba essere ancora percorsa da chi vuole giungere al traguardo della autodeterminazione.
Nei giorni scorsi, avevamo riferito del fatto che Chiappori, sindaco di Diano Marina e leghista della prima ora, si era presentato alle elezioni regionali della Liguria su di una linea di rivendicazione autonomistica radicale. Chiappori ed i suoi seguaci non postulano apertamente la secessione, ma richiedono per Genova lo statuto speciale. A questo riguardo, si deve notare che a suo tempo, come ugualmente ci era toccato di commentare dal capoluogo, il Consiglio Regionale aveva unanimemente richiesto al governo un ampliamento delle materie riservate alla competenza di questo ente locale.
Si era nel periodo in cui, sulla spinta dei due referendum celebrati nel Veneto ed in Lombardia, nonché di un voto espresso dal Consiglio Regionale dell’Emilia, si muoveva nella stessa direzione intrapresa dal Nord-Est, un poco da tutta l’Italia – ma specialmente da quella settentrionale – si postulava una modifica della Costituzione materiale, tale da suddividere i poteri tra il centro e la periferia in modo diverso da quello che vige attualmente.
Il tentativo, nel caso della Liguria, sortì un esito ben modesto: una sua delegazione “bipartisan”, recatasi a Roma accompagnata da uno strepito propagandistico inversamente proporzionale alla scarsa chiarezza degli obiettivi e dalla altrettanto scarsa determinazione dei suoi componenti, venne intrattenuta a Palazzo Chigi per degustare un caffè in compagnia di funzionari di basso rango, incaricati di comunicare che il governo nell’imminenza delle elezioni politiche da cui sarebbe stato travolto, non intendeva entrare nel merito delle rivendicazioni presentate.
Al di là delle attitudini di Gentiloni, cui ha fatto seguito l’indirizzo centralista ed autoritario di Conte – tanto nella sua prima quanto nella sua seconda versione – occorre ampliare la riflessione su ciò che avvenne in quell’epoca. Non si dimentichi che il Veneto, dove Zaia aveva chiesto ed ottenuto dai suoi concittadini un plebiscito autonomista, con forti venature separatiste, non aveva ricevuto a Roma un trattamento migliore di quello riservato alla Liguria. Per giunta, non risulta che il rifiuto opposto dal governo a prendere in considerazione le richieste di Venezia, Milano e Bologna abbia causato una radicalizzazione delle posizioni assunte da queste amministrazioni regionali. Che parvero anzi rassegnate a vedere completamente disattesa l’espressione della volontà dei rispettivi cittadini.
Zaia e Fontana assunsero un atteggiamento rinunziatario per non contraddire il loro capo Salvini, divenuto nel frattempo “l’uomo forte” dell’esecutivo. Alla Lega, dopo avere addirittura dichiarato “l’indipendenza della Padania” e dopo avere svillaneggiato in ogni modo possibile i simboli dell’unità nazionale, esibendo il più becero razzismo nei riguardi dei meridionali e di “Roma ladrona”, è bastato occupare il Viminale per rovesciare il proprio indirizzo politico.
Consumata la rottura con Conte, l’occasione sarebbe risultata propizia per ritornare alle origini, ma anche questo partito risente della incapacità di tutto il nostro sistema politico di progettare il futuro, di elaborare una idea dell’Italia e del suo stato che tenga conto di quanto viene esprimendo la nuova cultura politica europea.
Se questo sforzo venisse compiuto, ci si renderebbe conto del fatto che la Repubblica, nel suo attuale assetto costituzionale, risulta irriformabile. Per mantenere l’unità nazionale assecondando l’aspirazione delle diverse genti che vi sono confluite, sarebbe necessario imboccare decisamente la via del federalismo, tenendo presente in particolare il modello proposto dalla Spagna, dove non tutti i soggetti che compongono lo stato dispongono di una eguale autonomia, più o meno estesa a seconda delle loro diverse identità e del differente fondamento storico dei poteri rivendicati da ciascuno di essi.
In questo modo, si potrebbe mantenere l’attuale specificità dello “status” giuridico delle entità periferiche che già oggi dispongono di uno statuto diverso rispetto alle altre regioni.
Rinnegare Mazzini e rendere giustizia a Cattaneo significherebbe però in primo luogo ridiscutere il mito fondativo di una repubblica retta dalla “costituzione più bella del mondo” (sinistra “dixit”). Questo risulta forse vero per quanto riguarda le sue affermazioni programmatiche, non certo per la funzionalità delle istituzioni. Se così non fosse, la nostra legge suprema avrebbe costituito un ostacolo insuperabile per il compimento del disegno autoritario concepito da Conte. Il quale ha invece potuto ignorare la Costituzione come Mussolini aveva fatto con lo Statuto albertino.
Per le costituzioni vale lo stesso discorso che si applica alle fortificazioni, come la “Grande Muraglia” cinese o la Linea Maginot, che resistono solo se c’è un esercito capace di presidiarle. Quell’esercito era composto un tempo dai veterani del Risorgimento, e poi da quelli della Resistenza, ma è venuto meno con la loro morte o con la loro senescenza.
Le successive generazioni non potevano preservare l’eredità dei loro padri, che si era rivelata inadatta per affrontare le nuove situazioni storiche. Lo statuto non poteva essere applicato ad uno stato in cui entravano le masse, e la costituzione non resiste oggi alle tensioni tra il sud ed il nord del mondo, che si riflettono sull’Italia.
Iniziare una nuova fase costituente richiederebbe però l’avvento di una nuova classe politica: mentre quella vecchia non c’è più, e non se ne intravede un’altra all’orizzonte. La cultura politica evolve, ma i nostri governanti non sono in grado di aggiornarsi, essendo stati selezionati in negativo. Essi reagiscono dunque alla loro inadeguatezza chiudendosi nell’autoritarismo.
Torniamo però al tentativo intrapreso da Chiappori.
Il Principato di Seborga ha rifiutato di prendervi parte, ritenendolo troppo ardito. La motivazione addotta per tale decisione appare illogica: da parte di un soggetto indipendentista, anzi “indipendente”, ci si sarebbe attesi che ritenesse troppo prudenti le posizioni espresse da un candidato autonomista. La realtà risulta però diversa. Il Principato opera nella sfera meta politica, mentre gli indipendentisti liguri agiscono nella contingenza politica.
Tra l’elaborazione teorica e l’azione concreta vi è necessariamente un dislivello, che può essere colmato soltanto quando si produce una situazione rivoluzionaria. Nel frattempo, vi è chi dà testimonianza, e chi viceversa continua ad elaborare idee per il futuro, da affidare ad una nuova generazione.
Mazzini fallì perché pretese di far coincidere questi due piani. Cattaneo e Gioberti si astennero invece dall’azione politica concreta, ma le loro idee sono riferite ad un futuro che resta tale anche per noi, e che attende ancora di essere costruito.  

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Mario Castellano 7/08/2020
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