Quanto sta avvenendo in Spagna dimostra come le vicende di questo paese siano vincolate con le nostre: non soltanto per via del trattato di Castel Cambrese, né in quanto l’avvento nel 1442 di Alfonso di Aragona sul trono di Napoli determinò la nota influenza del costume spagnolesco sull’Italia meridionale.
I due paesi affrontano nell’attualità una crisi istituzionale determinata da cause politiche fondamentalmente uguali. L’uscita dal franchismo avvenne all’insegna del federalismo, mentre il superamento del fascismo aveva visto il mantenimento del centralismo, soltanto perché questo principio aveva paradossalmente accomunato i Savoia e Mazzini, benché l’apostolo di Genova fosse repubblicano.
Tante volte si è detto che dopo la morte di Franco la questione istituzionale sia stata sussunta. Ciò non è vero, dato che in Spagna si è costituita da una parte una monarchia, e dall’altra parte un insieme di repubbliche corrispondenti con le più di venti “autonomie” – cioè le regioni – in cui questo paese è stato suddiviso.
Se la realizzazione di questa istanza dei repubblicani è avvenuta in modo dissimulato, tutte le altre loro pustulazioni di principio sono state accolte in modo esplicito, anche perché coincidevano con le esigenze poste dall’Europa per accogliere nel proprio ambito la Spagna. Ciò spiega perché Juan Carlos può essere giustamente considerato il re dei repubblicani. Tanto più in quanto la sua formazione è avvenuta all’estero, a contatto con la realtà democratica del vecchio continente. Gli anni trascorsi a Roma (il sovrano parla correntemente la nostra lingua) furono in particolare decisivi.
La questione della tangente, che non ha beneficiato tanto la persona dell’ex re, ma la sua intera famiglia, ponendo una pesante ipoteca non già sulla sopravvivenza dell’istituto monarchico, bensì sul suo prestigio, costituisce soltanto un pretesto.
Quanto si è rotto, non è il sistema che ha permesso fino ad ora l’inedita convivenza tra le repubbliche regionali e la monarchia di Madrid, ma piuttosto la coesistenza – che costituisce sempre e comunque una contraddizione in termini – tra il mantenimento dello stato nazionale e la vigenza del principio di autodeterminazione.
Questo problema riguarda tanto la Spagna quanto l’Italia, perché prescinde dalla forma istituzionale.
Se la Spagna fosse stata una repubblica, i catalani avrebbero reclamato ugualmente l’indipendenza, come a suo tempo fecero gli algerini, senza tenere conto del fatto che la Francia era precisamente una repubblica.
Certamente, l’atteggiamento di disprezzo e di criminalizzazione assunto nei confronti dei dirigenti della “Generalità” dal nuovo re, dovuto al fatto che la sua formazione – diversamente da quella del padre – non è avvenuta in Europa, bensì in una Spagna profonda, in cui si è preservata la nostalgia dell’autoritarismo franchista, ha contribuito a fare precipitare la crisi istituzionale, ma il momento della verità sarebbe arrivato comunque.
Tutti indistintamente i soggetti la cui identità è stata sacrificata dal processo di formazione degli stati nazionali sono arrivati a postulare l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, o ci stanno arrivando, o ci arriveranno nel prevedibile futuro. In qualche caso, essi si trovano ancora nella fase meta-politica della riabilitazione e del loro patrimonio culturale, altrove si reclama una maggiore autonomia, ed in qualche caso – come è avvenuto in Catalogna – si proclama una effimera indipendenza.
Quanto è avvenuto a Barcellona si può paragonare con il Quarantotto italiano, cioè una fuga in avanti destinata a venire repressa, ma comunque tale da segnare la definitiva rottura con lo “status quo”, cui segue la fase in cui si elaborano le formule politiche, le alleanze interne ed esterne che permettono di passare dalla potenza all’atto, dalla vittoria alla realizzazione delle aspirazioni collettive.
Il dominio sovietico (e quello serbo) sull’Europa orientale non finirono nel 1989, ma con il 1956 magiaro, con il 1968 polacco, cui seguì l’attesa dell’occasione storica, in cui si potesse compiere il disegno dell’indipendenza.
Di quale fosse la situazione reale, si erano accorti tutti, meno i marchesi Berlinguer e Rodano, simili ai loro antenati reazionari dell’Ottocento.
Di quanto succede oggi in Spagna si accorgono tutti, salvo Conte (il quale di aristocratico ha soltanto il cognome). Il suo “partito” farà la stessa fine di quello dei due nobili autentici, il sardo ed il marchigiano.
La nuova generazione non sarà italiana, spagnola, francese e così via: sarà da una parte europea, dall’altra catalana, basca, occitana, veneta o siciliana.
Lo stato nazionale sopravvive ancora per inerzia ma non ci crede più nessuno.

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Mario Castellano 10/08/2020
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