Monsignor Pedro Casaldaliga y Pla ha avuto un funerale nel Mato Grosso, e ne avrà un altro a Barcellona in quanto catalano, era indipendentista.
Casaldaliga significa, nella sua lingua, “casa dell’aquila”. Se è vero il proverbio latino “nomen, omen”, ciò vuol dire che nel destino di questo religioso c’era la vocazione a volare alto, cercando la realizzazione della utopia.Se Casaldaliga si era fatto – in quanto sacerdote, e dunque “alter Christus” – missionario tra gli “indios” ed i neri del Brasile, ciò non era certamente dovuto alla convinzione in una asserita superiorità della cultura europea. Il vescovo era viceversa un convinto assertore della “ecclesia ex gentibus”, al punto che nella società meticcia e nella cultura sincretistica dell’America Latina il Vangelo poteva, secondo lui, trovare la propria piena ed autentica realizzazione nella storia.
In Spagna si usa, per definire i repubblicani riparati nelle Americhe, l’espressione “transterrados”, che ha un significato completamente diverso da “esiliati”, in quanto designa chi cerca un luogo diverso per realizzare il proprio ideale, che però non cambia.
Eliseo Bayo, ufficiale della repubblica, viveva nel Messico, dove l’ex presidente Lazaro Cardenas, grande protettore degli esuli antifranchisti, gli conferì l’incarico di addestrare, nella sua grande tenuta agricola, il piccolo esercito di Fidel Castro, che si accingeva a partire alla volta di Cuba. Bayo trovò così la propria rivoluzione.
Anche Casaldaliga, che da piccolo aveva vissuto l’utopia ugualitaria della repubblica, aveva trovato nell’America Latina la terra dell’utopia.
La chiesa, in particolare quella del Brasile, non poteva limitarsi a fare agitazione, reclamando la giustizia sociale e denunziando gli abusi del potere politico ed economico. Neanche poteva tuttavia trasformarsi in uno stato nello stato. Il suo compito consisteva piuttosto nel promuovere la creazione di una nuova società, come era avvenuto in Italia nell’età comunale.
Venivano così costituite dal basso nuove istituzioni, ispirate all’egualitarismo evangelico, come si era fatto al tempo della colonia con le “reducciones” dei gesuiti. La nuova società è in grado di sopravvivere ad ogni cambiamento nel governo temporale, in quanto esprime una egemonia, cioè la capacità – come aveva insegnato Gramsci – di rappresentare gli interessi collettivi.
Se questo non è avvenuto in Nicaragua – e certamente Casaldaliga si era sbagliato vedendo in quella esperienza la realizzazione dei propri ideali, ciò era dovuto in parte all’avversione di un settore della gerarchia ecclesiastica, ma molto di più al pregiudizio antireligioso dei dirigenti sandinisti, frutto del loro marxismo rozzo e mal digerito. Si sarebbe così giunti non solo e non tanto alla persecuzione del clero, bensì al tentativo di sradicare la fede popolare, considerandola un risultato del “colonialismo culturale”.
Casaldaliga era certamente un fautore della “teologia della liberazione”, e come tale venne processato dal Sant’Uffizio.
La ricostruzione edulcorata della sua vicenda offerta dal “Venerdì di Repubblica” risulta dunque falsa.
Interrogato in Vaticano, il vescovo superò la prova, e sfuggì alla condanna affermando che non negava l’esistenza del peccato individuale. Per lui, però, come per Bergoglio, risultava più grave il peccato sociale.
Chi ha sposato la causa del meridione del mondo parte necessariamente da questo postulato. Che porta inevitabilmente alla rivoluzione.
Una rivoluzione ormai inevitabile, in quanto non è causata dalle utopie, che possono fallire, ma dalla realtà, che è invece inesorabile.