Il primo viaggio di stato compiuto da un papa nell’era moderna costituì un evento così memorabile da ispirare un’opera letteraria:  “Il pellegrino apostolico”, di Vincenzo Monti. Il quale era peraltro il poeta della corte pontificia, di cui esaltò nella “Basvilliana” l’opposizione alla Rivoluzione Francese.
Il primo viaggio di stato compiuto da un papa nell’era moderna costituì un evento così memorabile da ispirare un’opera letteraria:  “Il pellegrino apostolico”, di Vincenzo Monti. Il quale era peraltro il poeta della corte pontificia, di cui esaltò nella “Basvilliana” l’opposizione alla Rivoluzione Francese.
Anche il bombardamento cui la nostra città venne sottoposta dalla flotta transalpina nel 1792 ci valse l’unico riferimento che possiamo vantare nella storia della letteratura: “Oneglia che ancor combatte e fuma”. Tale affermazione contiene una parziale bugia: gli onegliesi, infatti, all’arrivo dei francesi, lungi dal difendere la città, si dispersero nelle campagne, abbandonando la città al saccheggio. Che comunque non venne perpetrato tanto dagli invasori quanto piuttosto dai vicini e rivali di Porto Maurizio. Nelle cui case – a detta di nostra nonna – si trovano ancora i mobili sottratti agli antenati.
Avvenne dunque che nel 1781 l’imperatore d’Austria Giuseppe II decretò l’uguaglianza dei diritti politici per i protestanti e gli ortodossi (non però per gli israeliti, che rimasero discriminati). Ciò avveniva per la prima volta in Europa dopo l’Editto di Nantes, emanato da Enrico IV di Francia (ex evangelico) nel 1598.
Il papa Pio VI Braschi ritenne lesi i diritti della chiesa cattolica, ed accorse a Vienna per fare cambiare parere al sovrano. Il suo tentativo risultò inutile: il principio della laicità dello stato si stava affermando in modo irreversibile, ma il Monti cantò egualmente gli sforzi compiuti dal pontefice per contrastarlo.
Dopo di allora, ci fu soltanto la deportazione ad opera di Napoleone dello stesso Pio VI, poi quella di Pio VII, ed infine l’esilio di Pio IX al tempo della Repubblica Romana.
Dopo il venti settembre, i pontefici si rinchiusero in Vaticano, ed anche in seguito alla conciliazione le loro uscite si contarono sulle dita. Il Vescovo di Roma era l’unico a non visitare la sua diocesi.
Nell’imminenza del Concilio, Giovanni XXIII prese il treno per recarsi ad Assisi e a Loreto. Questo viaggio ebbe un significato opposto a quello di Pio VI, costituendo l’implicito riconoscimento dello stato unitario italiano, della sua laicità e della appartenenza ad esso degli antichi domini pontifici. La chiesa giovannea vi trovava il proprio ambito più appropriato. Questa condizione favoriva le riforme conciliari.
Poi venne il viaggio di Paolo VI a Gerusalemme, che segnò un successo ed un fallimento. Il successo riguardò i rapporti ecumenici tra i cristiani, ristabilendo la fraternità con la Chiesa d’Oriente: il patriarca Atenagora disse che nel suo incontro con il papa di Roma aveva percepito la presenza di Cristo. Il fallimento fu nell’incontro, non adeguatamente preparato, con gli israeliti. Su questo esito negativo influì la politica perseguita all’epoca dalla custodia di Terrasanta, che intratteneva buoni rapporti con il governo della Giordania, e meno buoni con quello di Israele. Il quale non poteva fare a meno di cogliere in questo diverso atteggiamento un riflesso del tradizionale antisemitismo della chiesa cattolica.
In realtà, i dirigenti dello stato ebraico non avevano torto. La Santa Sede era posta davanti alla necessità – ed all’obbligo morale – di rivedere le sue posizioni dottrinali.
Il punto di arrivo di questo processo fu costituito da quanto avrebbe espressamente riconosciuto Bergoglio in occasione del suo viaggio a Gerusalemme: la qualità di popolo eletto degli israeliti non era venuta meno con la venuta di Cristo. 
Poi ci furono i viaggi di San Giovanni Paolo II. Che costituirono l’estrema e plateale dimostrazione del centralismo romano inaugurato da San Silvestro Magno al tempo dell’editto di Costantino. Il papa girava il mondo per insegnare ai vescovi come dovevano esercitare il loro magistero.
Ora il papa ha deciso, prendendo a pretesto l’epidemia, di non viaggiare più al di fuori dell’Italia, anzi al di fuori della sua diocesi. Che percorre – quando è necessario – a piedi, come nel caso della visita in San Marcello al Corso.
L’attuale situazione sanitaria costituisce soltanto la causa occasionale di un cambiamento molto profondo. Il vescovo di Roma continua a presiedere nella carità le altre chiese. Si tratta però di un compito che Bergoglio intende svolgere non tanto in forza di un principio gerarchico, quanto in virtù del suo prestigio personale.
Il potere di Roma, per la prima volta dal 313, viene progressivamente diminuito, ed in prospettiva storica è destinato ad esaurirsi. Senza peraltro che occorra modificare le norme canoniche. Se questa potestà non viene più esercitata, in particolare nel campo della dottrina, essa cade in desuetudine. Cade così il principale motivo di divergenza con gli altri cristiani.
Quanto alle divergenze nel pensiero teologico, le idee circolano ormai liberamente in ambito cattolico come in quello più in generale cristiano, anzi nell’intero ambiente scientifico.
Se qualcuno desidera incontrare il papa, trova sempre le porte spalancate. I visitatori saranno ancora più numerosi ed autorevoli delle personalità incontrate individualmente dal pontefice in giro per il mondo. Le folle richiamate dal suo passaggio non possono comunque più riunirsi.
La chiesa di Roma torna ad essere centrale come nei primi secoli, non più basandosi sulle norme giuridiche, ma sul prestigio e sull’esempio.
Roma è universale per la sua forza spirituale, tanto maggiore per la contiguità geografica e culturale con il meridione del mondo.
Anche l’altro potere che ospita l’Urbe, quello dello stato italiano, deperisce, ma in questo caso risulta in grado di supplire con il prestigio delle sue istituzioni al venir meno dell’autorità fondata sulla legge. Gli rimane soltanto, per tenere unite le realtà periferiche, la forza della polizia. Senza però le risorse economiche necessarie per mantenerla.
La competizione tra le due sponde del Tevere, iniziata il venti settembre, si decide in base all’influenza spirituale e culturale.
Pio IX dovette affrontare il Conte di Cavour, Francesco I ha davanti un altro Conte, che però è tale soltanto di nome.
Si prepara una clamorosa nemesi storica.

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Mario Castellano 5/09/2020
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