Il cardinale Segretario di Stato, Sua Eminenza Pietro Parolin, ha ordinato in una sola celebrazione ben ventisei nuovi sacerdoti italiani, tutti appartenenti all’Opus Dei.
Quando in una delle nostre diocesi viene consacrato un nuovo presbitero, o anche un nuovo diacono, “Avvenire” riporta la notizia non già nella sua edizione locale, bensì in quella nazionale.
L’Opus Dei, come pure i “Legionari di Cristo” (malgrado la condotta poco edificante del loro fondatore) collezionano sempre nuove adesioni, e sempre nuove vocazioni. A che cosa si deve questo loro andare contro tendenza?
L’Opus Dei comprende tanto una congregazione religiosa, composta da ordinati, quanto una associazione laicale, a sua volta suddivisa tra i cosiddetti “numerari”, che vivono in comunità conferendovi i loro beni ed introiti, ed i “soprannumerari”, che viceversa rimangono “nel secolo”. In questo, l’Istituto fondato da Escrivà de Balaguer riproduce una caratteristica propria dell’Ordine di Malta, in cui si distinguono i cavalieri “professi”, che pronunziano i voti di castità e di obbedienza, mantenendo in vita i loro averi, ma lasciandoli in eredità all’istituzione, e quanti viceversa possono contrarre matrimonio. Il governo dell’Ordine è però riservato ai professi, tra cui viene eletto il Gran Maestro. A ben vedere, si ripete la ripartizione propria delle società esoteriche tradizionali, in cui si ricevono tre gradi: quello di apprendista, quello di compagno e quello di maestro. Solo i maestri, però, avendo raggiunto la pienezza dell’iniziazione, possono governare l’istituzione.
Vi è però una differenza tra l’Opus Dei e le società iniziatiche, consistente nel fatto che quanti entrano a far parte dell’Istituto in qualità di “numerari” dedicano ad esso la loro intera esistenza.
Nella chiesa cattolica, esistono tanto le congregazioni composte da ordinati quanto gli istituti di vita consacrata, i cui appartenenti pronunziano i voti pubblici e solenni, ma non sono sacerdoti. Nell’Opus Dei vi sono entrambe queste appartenenze. Quale differenza esiste con le altre congregazioni? Essenzialmente, il rapporto con il “secolo”, cioè con la società esterna.
Il monachesimo occidentale viene fondato da San Benedetto da Norcia, che conferisce ai suoi seguaci il compito di restaurare la società rurale, rimettendo a coltura le terre abbandonate in seguito alle invasioni barbariche. I benedettini non si limitarono a preservare nei loro monasteri i testi dei classici greci e latini, ma bonificarono anche i terreni e introdussero nuove colture, in particolare quella dell’olivo.
C’è un motto che riassume la storia della chiesa in un lungo arco di tempo: “Benedictus dilexit montes, Bernardus valles, Franciscus oppida, Dominicus urbes”.
San Benedetto costruì i suoi cenobi sulle montagne, tanto per necessità difensive, quanto per mettersi al riparo dalla malaria, che imperversava nelle pianure, divenute acquitrinose. San Bernardo di Chiaravalle operò invece nelle campagne, ormai bonificate. San Francesco e San Domenico fondarono gli Ordini detti “mendicanti” in quanto non contavano sulle rendite fondiarie proprie delle abbazie, ma installavano i loro conventi nelle città, che già stavano rinascendo, con la differenza che i domenicani preferivano la più grandi, sedi delle università.
“Mendicanti” non era però sinonimo di religiosi che vivevano di elemosine, in quanto essi svolgevano anzi un ruolo molto attivo nella ricomposizione del tessuto sociale.
I liberi comuni urbani si sviluppavano intorno ai mercati, dove i francescani esercitavano il credito a beneficio dei commercianti e degli artigiani; la popolazione, aumentando i rapporti sociali, aveva sempre più bisogno di acculturarsi, nei conventi si insegnava a leggere e a scrivere; occorreva organizzare l’assistenza sanitaria, ed i frati gestivano gli ospedali e le farmacie. Si stabiliva così un rapporto non soltanto di collaborazione, ma di simbiosi tra il chiostro ed il “secolo”.
Il clero secolare manteneva invece una funzione prevalentemente liturgica. Ciò spiega perché sempre le idee di riforma della chiesa, le novità nella cultura religiosa, sono maturate nell’ambito del clero regolare. Anche oggi, dovendo finalmente attuare in concreto le riforme concepite dal Concilio, la chiesa si affida ad un frate: ciò non avveniva dall’elezione di Pio IX, nel 1846.
L’Opus Dei viene fondata da Escrivà de Balaguer nella Spagna degli anni Trenta, dilaniata dai conflitti sociali e politici che sfoceranno nella guerra civile. L’auge di questo Istituto coincide con la ripresa della vita religiosa conseguente alla caduta della repubblica. Molte volte, a proposito della creatura di Escrivà de Balaguer, si è tracciato un paragone con i gesuiti, fondati anch’essi da uno spagnolo nel clima della controriforma.
La società di Gesù è inoltre strutturata sul modello delle società iniziatiche. I suoi componenti pronunziano però un voto particolare di obbedienza al papa. Sant’Ignazio attribuì ai propri seguaci il compito di difendere il pontefice e di diffondere la fede: non certo quello di elaborare una propria particolare concezione del cattolicesimo, e tanto meno di costituire una sorta di “chiesa nella chiesa”, né una entità contrapposta alla società civile.
Abbiamo ricordato come gli ordini religiosi tradizionali fossero inseriti in essa e vi svolgessero un loro ruolo, dando testimonianza dell’ispirazione cristiana, ma nel contempo assecondando la sua crescita sul piano tanto economico quanto culturale.
Per capire in quale rapporto con il “secolo” si ponga invece L’Opus Dei, occorre considerare due ben precisi fenomeni storici, uno dei quali aveva coinvolto l’intero Occidente, mentre l’altro era stato specifico della Spagna.
A partire dal Rinascimento, ma soprattutto con l’avvento dell’Illuminismo, la cultura europea era stata elaborata, anche nei paesi cattolici, al di fuori dell’ambito ecclesiastico. Di qui a concepire, sia pure in modo sommario e arbitrario, il cattolicesimo come un soggetto contrapposto alla ispirazione laica – ed a quella parte della società che in essa si riconosceva – il passo fu breve.
L’Opus Dei sorse per mantenere l’identità cattolica incontaminata da ogni influenza della cultura laica. Non è però tanto questa impronta fondamentalmente oscurantista a determinare la sua contrapposizione rispetto alla società civile, quanto piuttosto il rifiuto di partecipare alla sua evoluzione, la tendenza ad isolarsi dalla sua evoluzione, a concepire l’identità cattolica come motivo per rifiutare il dialogo e le iniziative comuni con gli altri soggetti.
Non è casuale che in Spagna, diversamente da quanto è avvenuto negli altri paesi cattolici dell’Europa, non si sia sviluppata la “Democrazia Cristiana”. Non certo intesa come un partito politico, bensì come partecipazione dei cattolici alla vicenda dello stato laico. Al quale la chiesa iberica tanto più si contrapponeva quanto più esso assumeva atteggiamenti anticlericali. La reciproca diffidenza e ostilità sfociò in una guerra civile, cui fece seguito la costituzione di un regime autoritario e confessionale. Il fatto che le istanze non cattoliche fossero bandite offrì all’Opus Dei la possibilità di acquisire una influenza sociale enorme, e spazi di azione illimitati.
I difensori della memoria di Escrivà de Balaguer invocano a suo discapito il fatto che il fondatore non si sia identificato ufficialmente con il regime franchista.
È tuttavia indubbio che egli, e con lui l’Istituto, ne abbiano beneficiato. Due dei suoi seguaci più prestigiosi – Lopez Bravo e Lopez Rodò – furono tra gli ultimi primi ministri del “generalissimo”, ed in tale qualità promossero un’evoluzione tecnocratica dello stato, ma assecondarono il “caudillo” nel suo rifiuto di una transizione democratica. Questo atteggiamento si basava a sua volta su di una concezione “mozarabica” della Spagna, identitaria “ante litteram” nella sua contrapposizione all’Europa in quanto “laica”, che fu propria di Franco. La transizione venne così promossa da un primo ministro di radice liberale, e non cattolica tradizionalista, quale Adolfo Suarez.
L’Opus Dei temeva che il libero confronto tra le diverse istanze ideologiche avrebbe indebolito la sua influenza politica e sociale. La gerarchia ecclesiastica, guidata dal cardinale Tarancòn, gli ordini religiosi, ma soprattutto la base cattolica si associarono invece alle rivendicazioni democratiche, considerando la transizione come l’occasione per promuovere una autentica riconciliazione nazionale, ma soprattutto per esprimere una domanda di libertà e di giustizia sociale cui l’ambiente cattolico aderiva pienamente. L’Opus Dei non subì alcun danno dalla transizione.
Le posizioni conquistate dai suoi esponenti nella amministrazione pubblica, nelle professioni, nelle imprese, nel mondo accademico, non furono minimamente scalfite, ed anzi si estesero ulteriormente grazie allo sviluppo economico. Venne però mantenuta la logica settaria propria dell’Istituto, che non trova giustificazione nell’atteggiamento delle forze politiche di ispirazione laica. Le quali hanno completamente essudato il loro originario anticlericalismo.
L’Opus Dei – tanto in Spagna quanto in Italia – ha tuttavia buon gioco nel mettere la propria ispirazione e organizzazione fondamentalmente settaria al servizio dell’identitarismo cattolico. Che può basarsi tuttavia – tanto in Spagna quanto in Italia – soltanto sullo specifico religioso.
Nell’Europa orientale, la fede costituisce un elemento essenziale per definire le distinte identità nazionali, e svolge dunque una funzione agglutinante, contribuendo a rafforzare il tessuto sociale.
Nel contesto dell’Europa occidentale, il fatto di concepire il proprio specifico cattolicesimo come l’unico autentico non causano soltanto divisioni e contrapposizioni nella società, ma anche nell’ambito stesso della chiesa. Ciò malgrado – o forse proprio per questo – si moltiplicano le adesioni, e di conseguenza le vocazioni riferite a quei soggetti che si presentano come portatori e difensori del vero “depositum fidei”.
Non c’è naturalmente soltanto l’Opus Dei, ma l’elenco include anche i “medjugoriani”, i “piani” (da padre Pio), i seguaci di “Comunione e Liberazione”, per citarne solo alcuni.
L’Opus Dei eccelle nel novero di queste aggregazioni per via dell’abbondanza di risorse economiche. Qui si ritorna all’origine, cioè alla simbiosi con il regime franchista. Si spiega però anche la particolare attenzione dimostrata dalla Segreteria di Stato. Il denominatore comune è costituito comunque dagli aspetti più settari dell’identitarismo.
La setta, anche quando non fa ricorso alla violenza psicologica per mantenere la coesione dei propri aderenti, non concepisce comunque l’ambiente esterno come una realtà con la quale interagire, sia pure al fine di migliorarla o di redimerla, bensì come un ambito ostile, del quale occorre evitare la contaminazione per mantenere la propria irriducibile identità e la propria presunta purezza. La disgregazione del tessuto sociale, cui lo stato non riesce a porre rimedio, spinge tuttavia sempre più persone a cercare sicurezza e protezione – tanto economica quanto psicologica – nelle associazioni chiuse in se stesse.
In questa tendenza non vi è nulla di male, in quanto c’è chi risolve in tal modo i propri problemi senza incorrere nella degenerazione criminale delle cosche mafiose, o nei metodi coercitivi di certe sette.
L’aspetto negativo di questo fenomeno consiste nella sottrazione di tante risorse intellettuali che – pur mantenendo la fedeltà alla loro specifica ispirazione – potrebbero confluire con chi è diverso nella promozione del progresso comune del consorzio civile.

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Mario Castellano 17/09/2020
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