La prima testimonianza della presenza della nostra famiglia in questa Città risale al 1388, quando tale Giacomo Languasco venne inviato a Genova, presso il Doge Antoniotto Andorno, per richiedere una attenuazione dei tributi dovuti alla “Dominante”.
Questa notazione storica ci è venuta in mente ieri, assistendo al comizio di chiusura della campagna elettorale della Destra locale.
Delle centinaia di persone chiamate a raccolta attraverso una tambureggiante comunicazione elettronica, ne erano arrivate soltanto una ventina, per giunta quasi tutte di basso rango, appena sufficienti per riempire le sedie del “dehors” di un ristorante, appartenente ad un nostro amico albanese.
Questo ci ha risparmiato l'esibizione del repertorio razzistico proprio di un suo collega leghista, viceversa autoctono, innalzato incautamente al rango di capo della campagna elettorale nella parte occidentale della provincia.
Tale personaggio si era distinto in passato perché, emulando Milosevic ai tempi della “pulizia etnica” nell'ex Jugoslavia, voleva espellere addirittura i Meridionali.
Tornando però al precedente storico, la manifestazione – che a Milano sarebbe stata definita “on funeral de terza clas”- ha dato impietosamente la misura della nostra decadenza.
Il nostro antenato, i maggiorenti della Città ed il Doge di Genova, anche se i loro interessi risultavano contrastanti, erano quanto meno accomunati dallo stesso linguaggio e dalla stessa cultura.
Costoro potevano dunque litigare, ma si capivano.
Ora il Sindaco dice di volere mandare al Consiglio Regionale un suo predecessore, ottima e proba persona, che ha bene amministrato la Città con la diligenza del buon “pater familias”, senza esibire le velleità di “leadership” nazionale dell'attuale Primo Cittadino; peraltro regolarmente frustrate, in quanto l'uomo, una volta pervenuto ai vertici del potere, viene puntualmente travolto da una ambizione non sostenuta da una adeguata dose di preparazione e di prudenza.
Il motivo della scelta è stato apertamente dichiarato nel corso del comizio, e per una volta non si tratta della classica bugia elettorale.
Il candidato, che nella vita privata esercita con successo la professione di commercialista, conosce la materia fiscale.
Egli si propone dunque di ottenere una diminuzione dei tributi dovuti alla Regione e da essa stabiliti, esattamente come il nostro antenato.
Dovrà inoltre perorare dei contributi per le opere pubbliche cittadine.
Nulla di male, beninteso: anzi, qualora riuscisse a compiere con successo tale missione, meriterebbe quanto meno una lapide, come quella apposta nella vicina Porto Maurizio in onore di tale Garibbo, che ottenne da Genova una diminuzione dei tributi ad essa corrisposti dai concittadini.
Il problema consiste nel fatto che per dialogare con il capoluogo occorre una personalità in grado svolgere una mediazione culturale, come se si trattasse di nominare un ambasciatore presso una lontana Nazione, dai costumi esotici per noi difficilmente comprensibili.
In tal caso, il cittadino che fosse in grado di capirli, e di farsi capire, verrebbe prescelto per svolgere una missione tanto impegnativa.
I nostri nonni, che praticavano la navigazione e la mercatura, erano di casa in tutto il mondo.
Noi rischiamo invece di ritrovarci spaesati in via Fieschi.
Possiamo immaginare che cosa succede quando si tratta di mandare dei Parlamentari a Roma.
Ciò non costituisce soltanto il risultato della chiusura in sé stesse di tante comunità locali.
Tale fenomeno, in via di progressivo aggravamento, si sovrappone al nostro provincialismo.
Così esasperato da rendere difficile anche il comunicare con l'esterno.
In Bosnia, i delegati dell'etnia serba nel Governo federale di Sarajevo, vi si recano al mattino e rientrano alla sera nei loro territori.
Quando partono, dicono “Vado a Teheran”, alludendo al fatto che l'Esecutivo è controllato dai Musulmani.
Anche i trasteverini, quando si accingevano ad attraversare il ponte Garibaldi per andare a lavorare sulla riva sinistra del fiume, dicevano “Vado a Roma”.