Si avvicina un altro anniversario della breccia di Porta Pia, portando con sé la constatazione del fatto che le altre grandi date, successive a quella del 1870 e iscritte nelle memorie nazionali, hanno determinato nuove contrapposizioni e nuove ferite, ugualmente difficili da rimarginare.
Oggi un’azione giudiziaria, simile a quella che a suo tempo aveva travolto i partiti della Prima Repubblica, sta demolendo la Lega di Salvini. Poiché costui ha rinnegato da tempo l’originario separatismo, restano paradossalmente intatte le ragioni dei suoi fautori. I quali però, rimasti privi di punti di riferimento politici organizzati, si sono ritirati da tempo nella cosiddetta “metapolitica”. Quando ne usciranno, ciò vorrà dire che l’unità nazionale sarà entrata nella sua crisi finale ed irreversibile.
Nel frattempo, assistiamo all’epilogo dello scontro tra due autoritarismi, quello folkloristico e brutalmente razzista di Salvini, destinato alla sconfitta per via del suo anacronismo, e quello ben più raffinato ed efficace di Conte. Il quale sta vincendo perché il suo governo costituisce il punto di equilibrio tra i diversi soggetti stranieri che hanno degli interessi da difendere nel nostro paese. Agli americani viene garantito l’uso delle loro basi militari, agli europei (o meglio ai francesi e ai tedeschi) la disciplina economica e finanziaria, ai cinesi il “business”.
Non rimane dunque che procedere alla liquidazione della Lega, cui si provvede come si fece a suo tempo per Craxi.
La magistratura dispone di prove schiaccianti della corruzione di Salvini, fornite da chi ha svolto un lavoro di “intelligence” esteso fino a Mosca. Dove anche i servizi di sicurezza locali hanno agito evidentemente in base alla decisione di scaricare il “capitano”, divenuto troppo ingombrante. I suoi vizi caratteriali hanno fatto il resto. Nel momento in cui veniva estromesso dal governo, l’uomo era completamente ubriaco.
Che rapporto esiste tra tutto questo e il Venti settembre?
La chiesa ha sempre considerato con scetticismo l’Italia unita, in tutte le sue successive epifanie politiche. Con lo stato liberale esisteva, naturalmente, il contenzioso determinato dalla sua stessa costituzione.
Il fascismo tendeva alla espansione militare, e questo lo portò infine a configgere con la vocazione ecumenica propria della Santa Sede. Anche la Repubblica risultava contaminata dal laicismo, pur essendo governata da cattolici.
Ora si sta istituendo un nuovo regime, che – a differenza dei precedenti – non ha nessuna connotazione ideologica. Di conseguenza, quanti vanno in cerca di un riferimento culturale, o a maggior ragione spirituale, si dovranno rivolgere ad un soggetto religioso.
Conte, anche se il suo governo è destinato a durare fino a quando reggerà l’attuale assetto internazionale, è tuttavia una sorta di curatore fallimentare dello stato la cui edificazione si compì precisamente il Venti settembre.
Un curatore fallimentare non si propone naturalmente nessuno obiettivo per l’impresa che è chiamato a dirigere: egli ha soltanto il compito di estinguerla limitando al massimo i danni causati da chi lo ha preceduto.
La chiesa si ritrova dunque fin d’ora protagonista della vicenda nazionale dell’Italia, e deve soltanto attendere il momento in cui lo stato entrerà definitivamente in crisi per estendere la propria influenza dal piano spirituale a quello civile. E’ solo questione di tempo, e poi gli effetti della “breccia” si elimineranno da soli, senza bisogno che si operi una restaurazione come quelle avvenute nel 1814 e poi nel 1849.
Il Venti settembre, Pio IX disse al corpo diplomatico che le potenze dell’Europa lo avevano abbandonato. Non sappiamo se Mastai ricordasse in quel momento quanto Nicola I aveva preconizzato al suo predecessore, e cioè che il papato poteva perpetuarsi nella forma storica tradizionale dello stato pontificio soltanto se si fosse mantenuto fermo il principio dell’assolutismo.
Per fare questo, sarebbe stato però necessario appoggiarsi su di una potenza non cattolica, anzi fondamentalmente non europea. L’azzardo sarebbe risultato eccessivo, e perciò non venne tentato.
Dopo Porta Pia, il papato perse addirittura i suoi rapporti diplomatici, pur conservando formalmente la personalità di diritto internazionale, e dovette cercare spazio di azione e di influenza al di fuori dell’Europa. Leone XIII moltiplicò le diocesi nelle terre dette “di missione”, anche se il momento decisivo nel processo mediante il quale il centro del cattolicesimo si spostò verso il meridione del mondo venne con il pontificato per eccellenza conservatore di Pacelli, con la cosiddetta “indigenizzazione” del clero, e soprattutto dell’episcopato. Che costituì comunque il riflesso nella chiesa della decolonizzazione, a sua volta determinata dalle guerre europee.
A questo punto, le condizioni di un rovesciamento del rapporto di forze con lo stato italiano, connesso inevitabilmente con il settentrione del mondo, erano già sostanzialmente stabilite. Rimaneva però l’eredità morale negativa dello stato pontificio, in cui non vigeva la libertà di coscienza: quello di Roma era stato l’ultimo ghetto in Europa.
Il Concilio rimosse questo motivo di conflitto con le altre religioni e con il mondo laico. I Patti Lateranensi avevano garantito alla chiesa degli spazi di azione molto ampli nello stato italiano, ma il motivo della sua debolezza non risiedeva più da tempo nell’ostilità del Vaticano, bensì nelle intrinseche contraddizioni sociali e politiche.
Oggi, alla guida della chiesa c’è un uomo del Terzo Mondo, il quale si è accorto di quale sia il tarlo che rode dall’interno lo stato italiano, cioè la convivenza in esso di un pezzo di settentrione e di un pezzo di meridione del mondo.
La diplomazia vaticana, in tutt’altro contesto geopolitico, si era accorta per prima dell’impossibilità per la Jugoslavia di sopravvivere a contraddizioni tutto sommato meno gravi delle nostre. La Farnesina, soprattutto i mediocri affaristi della nostra città che gestivano la politica balcanica dei comunisti e dei democristiani, puntavano ancora le loro carte su Belgrado.
La Sardegna è stata la prima regione d’Italia visitata da Bergoglio. Viene in mente la tracotante minaccia rivolta ai dipendenti pubblici che danno fastidio a qualcuno: “io la mando in Sardegna!” o ci va di sua spontanea volontà, come per l’appunto il papa, dimostra di avere capito in che direzione va il mondo.
Nel santuario di Bonaria (da cui prende il nome Buenos Aires), il pontefice disse chiaramente agli isolani che erano stati ridotti al rango di colonia interna, lo stesso in cui versava – malgrado l’indipendenza formale – il suo continente.
La fine dello stato italiano, ed il pieno ritorno ad un ruolo politico della Santa Sede nella nostra vicenda nazionale – vale a dire la completa rimozione delle conseguenze di Porta Pia – non può essere conseguenza di una restaurazione imposta con la forza, ma avverrà applicando lo stesso principio che formalmente aveva determinato la costituzione dello stato unitario, cioè il principio di autodeterminazione.
Ciò comporta naturalmente il superamento di tutte le culture politiche su cui si è basato lo stato italiano, a partire precisamente da Porta Pia. Queste culture risultano comunque già esaurite, in primo luogo nelle formazioni che si ispiravano ad esse. Lo stato italiano risulta dunque privo degli strumenti necessari per garantirsi un consenso.
Bergoglio, italiano diasporico formato nel meridione del mondo, è l’unico che ancora lo riscuote.

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Mario Castellano 24/09/2020
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