Il paese basco comprendeva in origine anche la Navarra, dove si parla la lingua detta “euskara” come in tutte le altre province, divise dal confine tra la Spagna e la Mancia.
Per quale motivo la Navarra non è considerata più parte dello “Euskadi”? Perché nella guerra carlista, che dal 1833 al 1839 contrappose in Spagna i fautori della successione a Ferdinando VII da parte di suo fratello Carlos e quanti viceversa volevano assegnare il trono alla figlia Isabella, nel cui nome esercitava la reggenza la regina consorte Cristina, la Navarra si schierò per l’appunto con i carlisti, mentre il resto del paese basco aderì al partito dei cosiddetti “cristini”.
Queste contrapposizioni smentiscono l’analisi marxista della storia, secondo la quale ci si divide soltanto in base agli interessi economici.
Le guerre tribali avvengono a causa delle diverse identità, e lo stesso si può dire a proposito dei conflitti religiosi. Naturalmente, vi sono anche delle situazioni che confermano quanto scrisse il “profeta di Treviri”, ma ciò avviene quando la diversità culturale influisce sulla conformazione della società.
La mentalità protestante favorì l’industrializzazione dell’Inghilterra, mentre il cattolicesimo fece permanere l’Irlanda nella sua condizione rurale. E’ tuttavia indubbio che a volte la divergenza politica, specie quando origina la costituzione degli stati, o anche soltanto la definizione delle ripartizioni amministrative, finisce per forgiare delle identità distinte. L’esempio più chiaro è dato dall’Italia, dove la frammentazione politica ha prodotto questo effetto, pur nella comunanza della lingua letteraria e della cultura ufficiale.
Anche i tedeschi, però – malgrado la brevità della separazione tra est ed ovest – passato l’entusiasmo per la riunificazione, hanno scoperto che il “muro” non l’aveva soltanto divisi tra due stati, ma anche tra due diversi modi di pensare. Per cui gli “ossie” hanno finito per sentirsi conquistati, mentre i “wessie” hanno elaborato nei loro riguardi un senso di superiorità, come quello nutrito da certi nostri settentrionali verso i meridionali, definiti razzisticamente come poco propensi a lavorare.
La stessa idea di chi è diverso si manifesta però dovunque tra il nord e il sud del mondo. Tipico è il caso dell’America anglosassone nei confronti dell’America latina, o degli europei verso gli arabi e gli africani.
I meridionali, a loro volta, alimentano l’ostilità nei riguardi dei settentrionali con l’idea di essere stati sottomessi e sfruttati con la forza. Il che, se si considerano le vicende storiche, risulta sostanzialmente vero. Tutto questo discorso spiega il significato del risultato elettorale cui abbiamo assistito.
Il Veneto e l’Emilia hanno una struttura sociale in sostanza eguale, caratterizzata da una agricoltura prospera e dalla diffusione della piccola e media industria. Uno straniero che attraversi il confine del Po non si accorge, osservando il paesaggio caratterizzato dalle coltivazioni intensive e dai capannoni, della differenza tra le due regioni.
Tuttavia, quando Salvini ha tentato di varcare il grande fiume, è stato disastrosamente sconfitto, come gli austriaci sul Piave. Peggio ancora gli è andata allorchè si è proposto di passare gli Appennini.
La stessa sorte è toccata però a Zingaretti quando ha mandato il suo corpo di spedizione nella direzione contraria. Mentre però Zaia trova degli omologhi negli altri “governatori” del nord, Bonaccini ha in comune con De Luca e con Emiliano soltanto la stessa cultura politica.
Anche i piemontesi erano accomunati con i meridionali dagli stessi studi classici, quanto meno nel caso di quanti tra loro li avevano seguiti. Ciò non impedì agli indigeni di considerarli come stranieri conquistatori.
Ne consegue che le varie parti dell’Italia sono destinate a prendere delle strade divergenti anche quando votano nello stesso modo. In comune, tra i “governatori” riconfermati, in cui possiamo anche comprendere Giani, che già faceva parte dell’amministrazione della Toscana, c’è una sola cosa: tutti quanti sono stati protagonisti del confronto con l’emergenza dell’epidemia. Non è questa la sede per valutare se essi hanno operato bene o male, ma ciascuno di loro ha finito per impersonare e simboleggiare uno sforzo collettivo e solidale.
Con questo, però, si ritorna alla considerazione da cui siamo partiti, e cioè l’appartenenza ad una identità comune.
Qualcuno aveva creduto che questo sentimento collettivo sarebbe scomparso con l’abbandono, sia pure parziale, delle lingue regionali. Le quali sono però soltanto dei mezzi espressivi. Contano soltanto i contenuti. Altrimenti non sarebbe finito – attraverso delle insurrezioni e delle guerre – il dominio europeo sulle Americhe.
Nostra moglie scrive in una prosa castigliana degna dei grandi autori del “siglo de oro”. Ciò malgrado, si riconosce completamente nella cultura indo americana.
Anche il rapporto tra governanti e governati non risulta diverso a seconda della ispirazione ideologica, peraltro molto attenuata, bensì in base alle diverse identità.
I “governatori” del meridione – anche quando risulta indubbia la loro capacità come amministratori – sono degli acclamati, mentre i loro colleghi del settentrione hanno stabilito con i cittadini un rapporto dialettico. Bonaccini assomiglia, in questo, al presidente della Francia, o al primo ministro della Gran Bretagna, mentre De Luca è simile ad un “rais” del mondo arabo.
Questo non significa che il “governatore” della Campania usi i loro stessi metodi, né che voglia diventare un dittatore. Chi però lo critica – come fa “La Repubblica” – nel nome di una presunta ortodossia della democrazia liberale dimostra di non avere capito che cosa è l’Italia meridionale.
Possiamo dunque concludere che queste elezioni hanno segnato un passo avanti in direzione della cariocinesi dello stato unitario, anche se nell’immediato Conte può millantare che gli italiani lo sostengono in grande maggioranza. Il consenso che ha mietuto nel referendum è però in primo luogo “trasversale”, trattandosi di una accozzaglia di populisti di destra e di “sinistra”.
Il cosiddetto “avvocato del popolo” tenterà di esprimerne una sintesi, ma è impossibile che ci riesca: l’unico strumento di cui dispone per dare un fondamento al suo potere è infatti costituito dall’apparato dello stato, per giunta sempre meno in grado di fornire dei servizi e sempre più dedito alla repressione. Nel breve periodo questo potrà funzionare, ma – come si usa dire – “la talpa scava”. Possiamo anzi dire che diverse talpe stanno scavando.
In primo luogo, Conte non esprime né una ideologia, né una visione dell’Italia. I suoi predecessori, da Cavour a Mussolini, fino a De Gasperi e Togliatti, giusta o sbagliata che fosse, ce l’avevano.
Avanza inoltre una crisi sociale inarrestabile. Il voto dimostra però soprattutto che le diverse identità confluite nello stato unitario sono irriducibili.
Il Presidente del Consiglio, essendo meridionale, potrebbe tentare di consolidarsi facendosi acclamare, ma De Luca ed Emiliano – per non parlare di Musumeci – non gli permetteranno certamente di rubare lo scenario. L’uomo, recandosi a Napoli, a Bari o a Palermo, verrà trattato come un ospite di riguardo. Che viene onorato, ma non può pretendere di comandare in casa d’altri.
Lo stesso succede alla regina d’Inghilterra quando visita i paesi del “Commonwealth”. Che sono comunque già indipendenti.
Peggior sorte tocca al re di Spagna, cui si fa capire che non è neanche gradito. Per cui presto non uscirà più dalla Castiglia.
Le visite di Conte in provincia – come anche quelle di Mattarella – assomigliano sempre più a delle ispezioni ministeriali.
I giornali del Gruppo G.E.D.I. pubblicano soltanto le fotografie ufficiali degli uffici stampa di Palazzo Chigi e del Quirinale, e non ci sono più gli inviati al seguito. Ci sono sempre, i bambini delle elementari con le bandierine, i quali – compiuta tale funzione – ritornano sui banchi, fatti di plastica e muniti di rotelle, ma soprattutto “made in China”.
Tanto per ricordare chi, nel “Bel Paese”, comanda davvero.