Due distinti episodi, avvenuti nell’arco di poche ore, danno la misura di come lo scontro tra le opposte fazioni si stia radicalizzando su entrambe le sponde del Tevere: il cardinale Becciu, già estromesso dalla Segreteria di Stato, conclude ingloriosamente la sua carriera ecclesiastica, travolto da uno scandalo causato da chi evidentemente crede che sia ancora tempo di piccole furbizie e ruberie.
Ciò che in tempo di pace viene tollerato, è trattato ben più severamente dopo lo scoppio della guerra. Più importante risulta però l’assunzione di una carica pubblica da parte di monsignor Paglia nell’ambito dello stato italiano.
Sul piano del diritto canonico, c’è poco da dire. Essendo il Papa un sovrano assoluto, e non vigendo dunque nella chiesa il principio della ripartizione dei poteri proprio di ogni stato di diritto, egli può dispensare chiunque dall’osservanza delle norme di legge. Le quali notoriamente vietano l’assunzione da parte dei chierici di ogni funzione pubblica nel campo temporale.
Monsignor Paglia, uomo alieno da ogni ambizione, ha certamente agito non soltanto con l’autorizzazione del Sommo Pontefice, ma verosimilmente con il suo incoraggiamento. Ciò significa una sola cosa: nella contesa civile in atto in Italia, la Santa Sede si schiera dalla parte del governo. Ciò avviene – questa, almeno, è la nostra supposizione – non tanto in base a considerazioni riferite alla politica interna, quanto piuttosto alla politica internazionale.
Tanto il governo Conte quanto il Vaticano sono schierati dalla stessa parte, cioè – sintetizzando fino all’estremo – con il meridione del mondo.
Vige dunque anche in questo caso la regola per cui da parte degli alleati si tollerano comportamenti in linea di principio non condivisibili, in quanto poco ortodossi. Tanto più in quanto monsignor Paglia entra a far parte di uno di quegli organi dello stato non istituiti dalla Costituzione, e per di più creati mediante uno strumento legislativo – cioè il decreto del Presidente del Consiglio – che non è contemplato dalla stessa Costituzione materiale.
Sul fatto che l’istituzione di tali organi ceda le prerogative del Parlamento, e per giunta sottragga alcune funzioni allo stesso governo quale organo collegiale, ci siamo già pronunciati in base alla nostra conoscenza del diritto pubblico.
Non sarà dunque certamente l’avallo conferito a tale prassi da parte dell’autorità di uno stato estero a farci cambiare parere.
Nelle varie successive fasi della nostra vicenda nazionale, la chiesa si è pronunziata su quanto avveniva sull’altra sponda del Tevere. Contro lo stato liberale, rimase in vigore, anche se attenuandosi progressivamente, il “Non expedit”.
Durante il fascismo, la chiesa non solamente revocò, in seguito ai Patti Lateranensi, l’interdetto vigente dal 1870 al 1929, ma addirittura approvò l’operato di quei cattolici che aderivano al regime, e non difese quanti al contrario venivano perseguitati a causa della loro opposizione.
Nel caso di don Sturzo, questo atteggiamento diede luogo addirittura ad un “ultra petitum”: il sacerdote di Caltagirone venne infatti esiliato su ordine di Achille Ratti.
Per quanto riguarda la Prima Repubblica, si è sempre detto che il Vaticano sostenne la Democrazia Cristiana. Sarebbe più esatto affermare che la Santa Sede interveniva puntualmente nelle vicende interne di questo partito. Ciò avvenne in un primo momento sostenendo il suo settore di destra, che agiva come una “fronda” nei riguardi di De Gasperi.
“Il Quotidiano”, organo ufficioso di un certo settore tanto della Democrazia Cristiana quanto della Curia pacelliana, attaccava regolarmente il governo da posizioni apertamente reazionarie. Questo conflitto strisciante giunse al culmine quando a De Gasperi venne negata una udienza dal Papa. Il Presidente del Consiglio protestò, sia pure non ufficialmente, affermando che quale fedele cattolico poteva accettare qualsiasi umiliazione, ma come rappresentante di uno stato non poteva tollerare una lesione delle sue prerogative. L’uomo si era formato – a differenza dei suoi colleghi “regnicoli” – alla scuola delle riforme di Giuseppe II.
In seguito, a partire dalla campagna referendaria sul divorzio, un settore del Vaticano pretese che il partito di ispirazione cattolica trasgredisse alla norma statutaria in base alla quale si dichiarava ufficialmente non confessionale.
Il resto è storia di ieri: finito il collateralismo, vennero promossi e sostenuti dei movimenti – “in primis” quello fondato da don Giussani e guidato da un futuro avanzo di galera quale il “celeste” (?!) Formigoni – che si proponevano apertamente la trasformazione dello stato da laico in confessionale.
Ora, con il pontificato di Bergoglio, si assiste ad un rovesciamento totale dell’indirizzo politico della Santa Sede, al punto che il Vaticano scavalca la componente di ispirazione cattolica del Partito Democratico, e lo stesso Zingaretti, avallando la discutibile prassi giuridica di Conte, ma soprattutto il suo indirizzo apertamente populista.
A questo punto, le già deboli resistenze opposte dai democratici alla deriva centralista ed autoritaria del governo vengono completamente travolte. Chi ancora chiedeva di mantenere ferma la difesa dei principi della democrazia rappresentativa si sentirà infatti rispondere che non conviene contraddire un alleato tanto potente e prestigioso quale è la chiesa. Tanto più in quanto l’alleanza risulta imposta da una situazione internazionale che non lascia altra scelta: si possono scegliere infatti gli amici, ma non si possono scegliere i nemici.
Che cosa ha indotto il Vaticano ad una presa di posizione tanto radicale, al punto da rovesciare l’esito del Venti settembre nel suo centocinquantesimo anniversario, trasformando la stato italiano nella “plaque tournante” della sua azione internazionale?
Da una parte, verosimilmente, l’analisi della situazione mondiale, che indica la necessità di trovare un interlocutore disposto a sostenere l’azione svolta dal Papa. Dall’altra parte, si dà probabilmente per scontato che l’Italia si avvia verso un conflitto civile, in cui la Santa Sede non può mantenersi neutrale, ma deve decidere da che parte schierarsi.
La destra si colloca ormai su posizioni anticristiane, con la Lega ispirata da un aperto razzismo e “Fratelli d’Italia” a loro volta orientati a rivendicare gli aspetti più estremi del fascismo, per non parlare dei gruppi neonazisti che si muovono nella loro orbita, rendendosi protagonisti di violenze ormai quotidiane, non soltanto verbali.
Qui da noi, in Liguria, l’ex metropolita Bagnasco fronteggiò per primo apertamente la deriva separatista promossa da Sonia Viale, quando ancora i dirigenti della sinistra fingevano di non accorgersene, essendo dediti a costruire i porti turistici.
Oggi, tanto più dopo il risultato delle elezioni regionali, questo indirizzo è destinato a radicalizzarsi.
Capiamo dunque molto bene le motivazioni della scelta compiuta dal Papa: “à la guerre comme à la guerre”.
La nostra unica obiezione si riassume però in una semplice domanda: “perché non dirlo?”.     

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Mario Castellano 28/09/2020
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