E' una fortuna arrestarsi all'analisi della nuova Enciclica del Papa con alcuni giorni di ritardo rispetto alla sua pubblicazione,
E' una fortuna arrestarsi all'analisi della nuova Enciclica del Papa con alcuni giorni di ritardo rispetto alla sua pubblicazione, in quanto possiamo così partire da una constatazione molto preoccupante: la principale emittente cattolica italiana – non essendo tale la Radio Vaticana – non ha ancora fatto riferimento al suo contenuto mentre tutti i mezzi di comunicazione che fanno capo - direttamente o indirettamente – alla Chiesa si prodigano nel commentare questo documento, da Erba si percepisce soltanto un silenzio assordante.
Si tratta di un segno infausto per la pace civile del nostro Paese, in cui si svolgono da tempo preparativi di guerra civile e la Chiesa è divisa, fin dall'inizio dell'attuale pontificato, tra quanti aderiscono incondizionatamente al Magistero del Papa, coloro che apertamente lo osteggiano, ed una estesa “zona grigia”, composta da chi non ha il coraggio, né soprattutto gli strumenti culturali, necessari per esprimersi.
Se questo settore, che pratica la neutralità disarmata, fosse almeno in grado di costruire uno spazio di mediazione e di confronto, se si adoperasse per mettere pace tra le parti in contesa, non ci sarebbe da preoccuparsi troppo.
In realtà, questa ignavia è originata dalla sovrapposizione di due memorie storiche, riferite ad epoche passate, che si riteneva fossero destinate a durare in eterno. Dapprima quella contrassegnata dalla egemonia della Democrazia Cristiana, in cui i fermenti del progressismo cattolico erano presenti, così come era presente la sinistra nella società italiana e nella sua espressione politica, ma risultando l'una e l'altra componente costrette ad una permanente condizione di minorità contro l'Enciclica, è tornato ad esprimersi il Cardinale Ruini, responsabile di non avere tanto avallato , quanto promosso, una opzione politica disastrosa, consistente nell'aver fatto rinascere la Democrazia Cristiana, epurata però della sua componente di sinistra contro la quale venne fulminato dalla nostra Conferenza Episcopale una sorta di interdetto, quale neppure nel corso della guerra fredda si era giunti a pronunciare il patto instaurato tra Ruini e Berlusconi comportava da un lato l'arroccamento della Chiesa, in difesa dei cosiddetti “valori non negoziabili”, cioè dei precetti inerenti alla morale sessuale.
Intanto, però, si venivano aggirando i problemi sociali, che tuttavia la Chiesa sussumeva completamente nel proprio magistero.
Ora il Papa mette questi temi al centro del proprio insegnamento, ma gran parte dell'Episcopato, del Clero e del laicato continua a fare la politica dello struzzo, e rifiutando di prendere posizione su di essi.
Quando però Bergoglio indica il dovere di impegnarsi per la giustizia, questo settore della Chiesa si mostra indispettito, e liquida il suo Magistero come “comunista” non già – si badi – per via delle soluzioni prospettate, ma per il fatto stesso di avere postulato la necessità della giustizia sociale.
Tale atteggiamento, se non sfocia in una aperta adesione ai tentativi di sovversione della destra, porta quanto meno al rifiuto di contrastarli.
Neanche tanto nascosto, è che anche questo pontificato venga travolto da una reazione politica annunciata come imminente ed inevitabile.
Qualcosa del genere accadde nella Spagna del 1936, ma in quel paese, ed in quella congiuntura storica, la sinistra era anticlericale. Ciò non vale, con ogni evidenza, per l'Italia di oggi. Ci si deve dunque aggrappare alla legislazione sulle unioni civili per fare credere che la Chiesa venga perseguitata.
Lo scopo di questa operazione consiste nell'evitare di prendere posizione sui temi che la stessa Chiesa solleva, con il magistero del suo “capo visibile”. Ciò premesso, apriamo il libro della “Omnes Frates” sulla figura di San Francesco, ispiratore del documento.
Il Papa dissipa la discussione sollevata da quanti si ostinano a negare i suoi atti ecumenici. Il Serafico, annota Bergoglio, ordinò ai suoi frati che “senza negare la propria identità, trovandosi tra i saraceni e altri infedeli non facessero “liti o dispute”, ed anzi vivessero “un'umile e fraterna sottomissione” pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”.
Francesco andò dunque dal Sultano per ricercare il bene comune. “Egli – dice il Papa – non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, dunque non si proponeva nemmeno di intraprendere una discussione tra religioni diverse: il Serafico comunicava l'amore di Dio”. Egli agiva cioè sulla base di quanto unisce gli uomini diversamente credenti.
C'è una frase, nell'Enciclica, che va addirittura al di là di questo, avendo come ideale “l'uomo che accetta di avvicinarsi alle altre persone nel loro stesso movimento, non per trattenerle nel proprio, ma per aiutarle a essere maggiormente se stesse”.
L'obiettivo non è dunque,per i Cristiani, la conversione dei seguaci di altre religioni, ma consiste nell'aiutarli a vivere pienamente la propria identità. Quanto più costoro ne saranno coscienti, quanto più saranno in essa radicati, tanto maggiore risulterà il loro apporto al bene comune.
Tutto il contrario di una propensione a convertire i cosiddetti “infedeli”.
Per quanto riguarda le citazioni del pensiero dell'Imam Al Tayyeb, abbiamo l'impressione che esse non riguardino i punti fondamentali dell'Enciclica.
Si può dunque pensare che si tratti dell'omaggio reso ad un amico personale, nonché ad un uomo di buona volontà disponibile al confronto ed alla collaborazione.
Noi propendiamo però per una tesi più ardita: lo sceicco ha collaborato direttamente alla stesura del documento. Il Papa lo riconosce indirettamente quando afferma che “l'Enciclica raccoglie e sviluppa grandi temi esposti nel documento – la dichiarazione di Abu Dhabi - che abbiamo firmato insieme”.
Se è così, il valore ecumenico della “Omnes Fratres” risulta eccezionale: non era infatti mai accaduto che un esponente di un'altra religione partecipasse alla stesura di un documento magisteriale, il quale assume dunque il carattere di un programma comune.
Le divergenze, naturalmente, permangono, ma no influiscono sulla visione comune della realtà storica, né sul modo in cui si deve operare in essa. Il Papa dice comunque che, pur avendo redatto l'Enciclica “a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà”.
C'è dunque uno sforzo di mediazione, che costituisce una novità assoluta: in precedenza, non si era mai tenuto conto delle opinioni di chi non fosse cristiano, lasciando a costoro soltanto la possibilità di aderire a quanto asserito dal Papa, ovvero di respingerlo. Essendo compito del Pontefice confermare i credenti nella fede, non si poteva neanche concepire uno sforzo diretto a ricercare il consenso di chi non fosse cattolico.
La visione dell'attuale momento storico propria del Papa si può riassumere così: l'epidemia ha provocato un'occasione rivoluzionaria, che si determina precisamente quando un cambiamento radicale costituisce l'unica via di uscita da una crisi: “se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l'unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà”.
I rivoluzionari agiscono però tenendo conto della dialettica storica, essendo soggetti di tale processo: “il bene, come anche l'amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre, vanno conquistati ogni giorni”. Il termine contrario di questa dialettica, che deve essere superato precisamente mediante l'azione rivoluzionaria, è costituito da uno “status quo” ingiusto: l'attuale sistema “privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell'esistenza”.
L'assetto vigente “favorisce normalmente l'identità dei più forti che proteggono se stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti”.
La difesa dell'identità aiuta la causa rivoluzionaria, in quanto manifesta l'aspirazione alla giustizia nei rapporti internazionali.
Occorre dunque preservare la propria identità, e trasmetterla alle nuove generazioni.
I fautori dello status quo ”hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti”. Il Papa qui allude chiaramente alla colonizzazione culturale: “non dimentichiamo – scrive Bergoglio – che i popoli che alienano la propria tradizione e, per mania imitativa, violenza impositiva, imperdonabile negligenza o apatia, tollerano che si strappi loro l’anima, perdono, insieme con la fisionomia, anche la consistenza morale, alla fine, l’indipendenza ideologica, economica e politica”.
Vi fu un filone del pensiero marxista, quello espresso da Marcuse, che ispirò la rivolta del Sessantotto. La lettura ufficiale di Marx tendeva a privilegiare la rivolta contro la condizione di sfruttamento materiale dei lavoratori, in quell’epoca si cominciò a prestare attenzione precisamente alla alienazione spirituale indotta dalla dipendenza economica, Con il termine di alienazione si intendeva precisamente la distruzione della dimensione creativa della persona.
Questa lettura eterodossa della teoria marxista venne scomunicata in quanto contrastava la visione totalmente materialista propria della vulgata sovietica di tale pensiero.
Oggi, gli estensori dell’Enciclica, che sono dei gesuiti latino americani ottimi conoscitori dell’opera del “profeta di Treviri” rivalutano precisamente la critica della alienazione, non intesa soltanto come riferita alla condizione materiale del proletariato.
L’Enciclica rivaluta questo aspetto del marxismo laddove mette in evidenza che nel sistema capitalista l’uomo vale soltanto in quanto fattore della produzione di beni materiali, per cui vengono sacrificati quanti “non servono ancora – come i nascituri – o non servono più – come gli anziani”.
La teoria del plusvalore – secondo cui la retribuzione dei lavoratori corrisponde soltanto con quanto risulta necessario affinchè continuino a produrre – riappare laddove il Papa afferma: “quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche, non paragonabili con la realtà attuale”. Annota inoltre Borgoglio: “qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro, ma la conseguente ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”.
Sul razzismo, la posizione espressa dall’Enciclica è quella classica del pensiero marxista: da una parte c’è lo sconvolgimento delle forme tradizionali di produzione e di convivenza proprie dei paesi dominanti, che causa l’emigrazione, e dall’altra la tendenza ad usare quanti sono costretti a cercare lavoro altrove quale “esercito di riserva” della produzione, disposto ad offrirsi in cambio di una minore retribuzione.
Marx aveva osservato i contadini irlandesi che si erano trasferiti in Inghilterra per lavorare nelle fabbriche, e l’ostilità concepita nei loro confronti. “Si diffonde così – dice il Papa constatando il ripetersi di questo fenomeno – una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi”. A questa mentalità, egli oppone in primo luogo l’ispirazione cristiana.
L’Europa, “aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, ha gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti”.
Esiste però un altro antidoto al razzismo, costituito dallo spirito umanitario: “una persona e un popolo sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri”. I quali però, nella difesa della propria identità, trovano lo strumento essenziale per combattere l’ingiustizia e l’emarginazione.
Occorre di conseguenza respingere un atteggiamento esterofilo, che induce a ritenersi inferiori.
“Alcuni Paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura. Questa nostalgia superficiale e triste, che induce e copiare e comprare piuttosto che creare, dà luogo a un’autostima nazionale molto bassa. Nei settori benestanti di molti Paesi poveri, e a volte in coloro che sono riusciti a uscire dalla povertà, si riscontra l’incapacità di accettare caratteristiche e processi propri, cadendo in un disprezzo della propria identità culturale, come se fosse la causa di tutti i mali.
Demolire l’autostima di qualcuno è un modo facile di dominarlo. Dietro le tendenze che mirano ad omogeneizzare il mondo, affiorano interessi di potere che beneficiano della scarsa stima di sé, nel momento stesso in cui attraverso i media e le reti, si cerca di creare una nuova cultura al servizio dei più poveri. D’altra parte, ignorare la cultura di un popolo fa sì che molti leader politici non siano in grado di promuovere un progetto efficace che possa essere liberamente assunto e sostenuto nel tempo.
Si dimentica che ‘non c’è peggior alienazione che sperimentare di non avere radici, di non appartenere a nessuno’.”
Contro l’omologazione, l’assimilazione forzata e l’emarginazione delle diverse identità culturali e spirituali, il Papa riprende l’immagine del poliedro, contrapposto alla sfera, che aveva escogitato parlando in una sorta di grande assemblea di tutti gli studenti universitari di Roma.
C’è il bel poliedro, dove tutti trovano un posto. ”Quando invece la globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, questa globalizzazione distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo”.
La critica del capitalismo da parte del Papa riguarda naturalmente anche l’oppressione economica dei popoli. Questo sistema opera infatti “svuotando di risorse naturali Paesi interi, favorendo sistemi corrotti che impediscono lo sviluppo dei popoli”.
Poiché “l’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi”, essa “obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali”, dato che “la giustizia esige di riconoscere e rispettare non solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali e i diritti dei popoli”. Questo induce a parlare del populismo, che non può essere condannato indiscriminatamente, a prescindere dagli scopi che vengono perseguiti.
Il Papa tiene presente, naturalmente, la realtà specifica dell’America Latina, dove le condizioni sociali e culturali proprie di quel continente rendono necessario promuovere le grandi mobilitazioni collettive ricorrendo alla identificazione emotiva in una causa, come pure nelle parti politiche e nelle stesse persone che le promuovono e le rappresentano: “è molto difficile – dice Bergoglio – progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo”. Occorre vedere il populismo anche nei suoi aspetti e nei suoi esiti positivi, altrimenti si “ignora la legittimità della nozione di popolo”. Né ignorare i “fenomeni sociali che strutturano le maggioranze” e danno voce alle grandi “aspirazioni comunitarie”.
Il Papa ricorda che sempre “essere parte del popolo è far parte di una identità comune, fatta di conquiste sociali e culturali”.
Esiste comunque anche un populismo negativo, che “mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione”. Il populismo è legittimo quando si basa su di una concezione del popolo “rifiutata dalle visioni liberali individualistiche, in cui la società è considerata una mera somma di interessi che coesistono”.
La conclusione è che “la politica non deve sottomettersi all’economia”, bensì governarla. Quando viene meno questo primato della politica intesa come ricerca della giustizia e del bene comune, si determinano delle situazioni conflittuali, in cui è necessario prendere partito. Per affermare la legittimità di questa scelta, e dei comportamenti che ne costituiscono la conseguenza, Francesco cita Giovanni Paolo II, secondo cui “la Chiesa sa bene che nella storia i conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali insorgono inevitabilmente e che di fronte ad essi il cristiano deve spesso prendere posizione con decisione e coerenza”.
Si tratta di una citazione breve, posta a conclusione della descrizione dell’obiettivo “politico” cui aspira il Papa, e per il quale sollecita a mobilitarsi, in quanto uomini di buona volontà: nella costruzione di una società multiculturale tutte le identità godono di eguali diritti. L’affermazione di queste identità risulta positiva quando anima i movimenti di liberazione dei popoli mentre è negativa se degenera nel razzismo e persegue l’egoismo sociale.
Il Papa ci consegna un documento che costituisce insieme il manifesto dei nuovi rivoluzionari e l’agenda delle nuove generazioni. Alle quali trasmettiamo le nostre esperienze e le nostre aspirazioni.