I dirigenti del gruppo editoriale che faceva capo all’ingegner De Benedetti devono essersi resi conto dell’infortunio in cui erano caduti all’epoca in cui si consumava il dramma della Catalogna, con un governo eletto dal popolo destituito a causa di un asserito atto illegittimo, ed i suoi dirigenti arrestati o costretti all’esilio.  
“La Repubblica” non trovò di meglio che spedire a Barcellona una giornalista specializzata nelle cronache mondane, la stessa mandata a Genova per incensare Burlando, giustamente sanzionato a causa di una clamorosa violazione del codice della strada. Questa signora non trovò di meglio che sbertucciare il vice presidente della Generalità per la sua corpulenza. Junqueras (che comunque è dimagrito in prigione) rappresenta – insieme con i suoi colleghi – l’unico caso di detenuto di coscienza in Europa occidentale.    
I dirigenti della Catalogna non hanno commesso infatti nessun atto di violenza, né hanno permesso che la commettessero i loro seguaci.    
Ora Junqueras viene intervistato in carcere per “L’Espresso” da una studiosa seria e competente qual è Donatella Di Cesare, ma non riceve nessuna scusa per essere stato deriso.    
Ciò premesso, valutiamo quanto egli asserisce. Se esprimiamo un dissenso, lo possiamo fare in quanto abbiamo sempre difeso la sua causa.    
La delegazione della Generalità in Italia aveva invitato a trascorrere nella sua sede la notte del referendum tutta la stampa romana. Noi fummo gli unici ad accettare. I colleghi spagnoli – tra cui la vice-direttrice della Sala Stampa della Santa Sede – erano informati di tale circostanza, ma i nostri rapporti non ne risentirono assolutamente: avevamo soltanto compiuto il nostro dovere professionale. Altri – tra cui i giornalisti de “La Repubblica” – temettero di non potere più varcare i Pirenei.    
I catalani ammirano molto i latino-americani, che si sono da tempo emancipati dalla corona di Spagna. Essi dovrebbero però meditare su come e quando ciò è avvenuto: nel 1810, quando iniziò l’insurrezione delle colonie, la madre patria era occupata da Napoleone. Bolivar aveva saputo calcolare il rapporto di forze, mentre Puigdemont non si è neanche posto il problema.    
Intervistando il rappresentante della Catalogna nel nostro Paese, gli domandammo che cosa avrebbe fatto il suo governo con le caserme dell’esercito spagnolo. Ci rispose che le autorità della Generalità lo sapevano benissimo. Ciò, purtroppo, non era vero, ed il presidente dovette fuggire a precipizio verso la Francia: “errare humanum, perseverare diabolicum”.    
Il povero Junqueras si illude che ora i dirigenti della sinistra europea corrano in aiuto dei suoi connazionali. Avere le stesse opinioni politiche non significa considerarsi tenuti a farlo. Léon Blum diceva che la repubblica francese e la repubblica spagnola erano sorelle gemelle, ma fermava sul confine dei Pirenei i treni di armi destinate a difendere la Catalogna.    
Più indietro nel tempo, la Polonia era insorta nel 1831, dopo la rivoluzione delle “trois glorieuses”, che a Parigi aveva abbattuto Carlo X, sperando in un soccorso. Il ministro degli esteri di Luigi Filippo, Horace Sebastiani, rispose in Parlamento che “il sangue dei francesi appartiene alla Francia”.    
Junqueras fa parte della schiera dei sognatori romantici, e non a quella dei dirigenti politici spregiudicati, che trovano i loro alleati unicamente sulla base della reciproca convenienza.    
Lenin venne portato in Russia dai militaristi tedeschi, e non mancò – tra i rivoluzionari – chi lo criticò per questo, ma i fatti gli diedero ragione.    
I dirigenti europei, anche quelli di sinistra – anzi “de sinistra”, come i responsabili de “La Repubblica” – ragionano precisamente in base alla loro convenienza: se la Catalogna secede dalla Spagna, non si può impedire che succeda lo stesso nelle Fiandre, in Baviera, in Sardegna e così via. Il sistema comunista dell’Est crollò tutto insieme: “simul stabunt, simul cadunt”. Prima, i russi (ed i serbi) potevano giocare gli uni contro gli altri, i popoli loro soggetti.    
Junqueras si qualifica come campione di chi si oppone ai “sovranisti”, cioè all’estrema destra. Se si riferisce alla sua testimonianza personale, ha certamente ragione: l’uomo ha sacrificato la propria libertà, mentre i dirigenti della sinistra europea occidentale non mettono in gioco neanche la piscina. Questo, però, non basta per vincere. E’ vero – qui Junqueras ha ragione – che il suo contendente è Abascal, capo dell’estrema destra iberica. Costui, però, è quanto meno coerente: il suo identitarismo spagnolo lo porta a negare la stessa esistenza della nazione catalana, e di quella basca.    
I socialisti, tanto nel suo Paese quanto in Europa, cadono invece in contraddizione quando riconoscono che la Catalogna è una nazione, ma non ha diritto all’autodeterminazione. Questo risulta curioso, dato che tale diritto viene riconosciuto anche agli svizzeri, che invece non compongono una nazione.    
Non sappiamo se Junqueras possa leggere i giornali. La collega Di Cesare avrebbe comunque potuto fargli osservare che gli unici ad aiutare concretamente i catalani sono stati i fiamminghi. Fino a qualche anno fa, quando costoro celebravano la loro festa annuale, la stampa “democratica” europea parlava di un “raduno neonazista”. E’ vero che una parte dei nazionalisti delle Fiandre collaborò durante la guerra con i tedeschi, ma vale in questo caso il principio per cui essi non volevano l’indipendenza perché erano nazisti, ma erano nazisti perché volevano l’indipendenza.    
Analogamente, Franco sosteneva che i patrioti catalani erano “comunisti”, anche se il maggiore partito indipendentista fa parte della Internazionale Democristiana. Grazie ai suoi avvocati fiamminghi (i quali gli hanno concesso il patrocinio gratuito), Junqueras ha evitato l’estradizione, concessa quando il reato per cui una persona viene perseguita nel suo Paese di origine è considerato tale anche dallo stato in cui essa si trova.    
L’asilo politico, di cui beneficia Puigdemont, è invece garantito quando una motivazione politica influisce sulla promozione del procedimento penale.    
Sul piano non giuridico, quando i catalani sono andati a manifestare a Bruxelles, i nazionalisti fiamminghi hanno dato disposizione che ciascuno di loro ospitasse un catalano. Immaginiamo che abbia portato almeno due bottiglie di vino dell’Ampurdàn. Bevendolo in amicizia, e brindando alle comuni aspirazioni, si sarà sentito dire dal suo anfitrione che il “blocco fiammingo” è assimilato precisamente ai cosiddetti “sovranisti”. In altre parole, proprio all’estrema destra. Eppure, il “fascista” fiammingo ed il “comunista” catalano si trovano dalla stessa parte della barricata.    
A suo tempo, la federazione ex comunista di Imperia si schierò contro l’indipendenza della Croazia, dato che i croati erano – per l’appunto – “fascisti”. In realtà, alcuni nostri dirigenti erano in rapporti di affari con Milosevic.    
Lo schematismo ideologico di Junqueras ha delle motivazioni ben più nobili, ma risulta ugualmente sbagliato.    
Si possono scegliere i nemici, non gli alleati. Quando i dirigenti indipendentisti delle diverse “piccole patrie” europee lo capiranno, finiranno gli attuali stati nazionali. Che sono certamente obsoleti. Qui ha ragione Junqueras: non in base alla ideologia, ma per la sua testimonianza.    
Che noi, fraternamente, condividiamo.

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Mario Castellano 20/10/2020
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