L’indipendenza dell’Algeria non venne riconosciuta dai socialisti di Guy Mollet, né tanto meno dai comunisti di Maurice Thorez, bensì da un generale reazionario quale era Charles De Gaulle.
Il motivo fu lo stesso per cui quello stesso generale si era posto a capo della Resistenza: non si trovava, nella sinistra, chi avesse la lungimiranza ed il prestigio necessari per guidare il Paese verso scelte difficili e dolorose, ma inevitabili.
La Spagna è destinata ad incartarsi nel problema della Catalogna, come nel problema del paese Basco, perché non c’è nessun De Gaulle al di là dei Pirenei.
Conversando brevemente con un amico catalano, abbiamo confermato la certezza che il suo Paese sarà un giorno indipendente. Già nutrivamo questo sentimento, in quanto tale è il destino di ogni popolo che aspira ad emanciparsi. Ora si aggiunge però a tale convinzione escatologica la percezione della vittoria nella contesa politica in corso, anche se non ne vedremo la conclusione in questa vita. Il momento verrà comunque, ma coinciderà con il disfacimento tanto dello stato spagnolo quanto degli altri stati nazionali dell’Europa occidentale.
La rivolta pacifica della Catalogna costituisce l’equivalente di quanto avvenne in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968 e in Polonia nel 1980. Fu necessario, per tutti, attendere il 1989, quando collassò il cuore stesso dell’impero sovietico. Occorrerà analogamente che avvenga lo stesso per il sistema occidentale.
I sintomi rivelati dagli avvenimenti di Barcellona sono però ugualmente interessanti, ed il loro significato supera tanto i confini della regione quanto quelli dello stato spagnolo. Il governo della Generalità è stato sciolto perché aveva rifiutato di imporre il ritiro di alcuni striscioni inneggianti ai suoi ex dirigenti attualmente detenuti. La decisione è stata adottata dal Tribunale Supremo di Madrid.
Supponiamo che il presidente di Regione commetta un’omissione di atti di ufficio. In questo caso, la magistratura inquirente promuoverà il conseguente procedimento penale. Dopo l’eventuale sentenza di condanna in secondo grado, che diviene esecutiva (anche se rimane la possibilità del ricorso in Cassazione), costui cesserà dalle sue funzioni, purchè – beninteso – gli sia stata erogata la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici. La destituzione del presidente Torra è stata invece disposta nei confronti di una persona che in ogni stato di diritto verrebbe ritenuta in presunzione di innocenza.
I catalani torneranno comunque a votare, eleggeranno un nuovo governo indipendentista, ma le autorità di Madrid troveranno un pretesto per destituirlo, e così via all’infinito.
Qui ritorna la similitudine con la guerra d’Algeria. Qualcuno, in Spagna, dovrebbe rendersi conto che andando avanti in questo modo si finirà nell’alternativa tra l’accettare la perdita della Catalogna o provocare un collasso dello stato. Che in Francia avrebbe assunto le caratteristiche di una guerra civile, mentre in Spagna consisterebbe nel crollo dell’edificio costituzionale costruito faticosamente dopo il franchismo.
Il vecchio re, che certamente è dissoluto nella vita privata, possedeva tuttavia un buon senso di cui si dimostra carente suo figlio: simile in questo allo zio Costantino, al quale l’ossessione anticomunista fece perdere il trono. Juan Carlos usava nei suoi discorsi pubblici l’espressione “confederazion espagnola”. In una confederazione, il potere d’imperio dei soggetti che la compongono risulta tanto originale quanto lo è quello dell’autorità centrale. Ne deriva che tali soggetti hanno la facoltà di distaccarsi.
Occorre, naturalmente, stabilire le relative procedure, ma è proprio qui che si esprime la sagacia dei governanti, i quali devono predisporle per tempo. Altrimenti, la perdita di un pezzo causa la rovina dell’intero edificio.
Nell’immediato, per mettere una pezza alla situazione, basterebbe anche meno: i socialisti ed i comunisti di Madrid potrebbero fare approvare dal Parlamento una legge di interpretazione autentica di quelle vigenti, stabilendo che la asserita dimissione di un atto d’ufficio non comporta la possibilità di destituire le autorità di una Regione. Le diverse classi dirigenti dell’Europa occidentale – non soltanto quella spagnola – hanno però perso completamente la testa, e si dimostrano perfino incapaci di mantenere aperti gli spazi per un negoziato. Che comunque risulta, in prospettiva, inevitabile, e può vertere sostanzialmente su di un solo punto: come accertare la volontà di chi intende esercitare l’autodeterminazione.
Se gli indipendentisti scozzesi avessero vinto il referendum, Londra avrebbe riconosciuto il suo risultato. Parigi ha assunto lo stesso atteggiamento nei riguardi della Nuova Caledonia, dove si ritornerà a votare ogni due anni, fino a quando l’esito sarà favorevole all’indipendenza.
Madrid si preoccupa per quanti risiedono in Catalogna, ma non sono separatisti.
I francesi di Algeria, detti “pieds noirs”, dovettero essere rimpatriati, ma ciò avvenne precisamente perché avevano preso le armi contro gli arabi.
In Catalogna non si è ancora arrivati a questo punto, e dunque si può patteggiare anche la permanenza dei fautori della Spagna quali stranieri residenti, in conformità con la normativa europea. Altrimenti, il loro “status” giuridico verrà regolato unilateralmente, come è avvenuto per i russi rimasti nelle ex repubbliche sovietiche.
Qui, però, la democrazia occidentale dovrebbe dimostrare la sua differenza rispetto alle dittature ideologiche. I governanti spagnoli rimangono invece in ostaggio di quella stessa ideologia del franchismo che negava l’esistenza di altre nazioni nell’ambito dello stato: parlare di “confederazione”, come faceva il vecchio re, significava compiere una revisione rispetto alla vecchia ideologia di Franco. Se infatti la nazione catalana esiste, non le si può negare il diritto di autodeterminarsi. Se invece la nazione catalana non esiste, è un criminale anche chi parla la sua lingua. Che infatti era proibita sotto la dittatura.
Si giunge così ad una conclusione: lo statuto della Generalità, concordato durante la transizione democratica, ed in seguito emendato in base ad un accordo bilaterale, costituiva in prospettiva storica la base per l’esercizio della autodeterminazione. Altrimenti, esso sarebbe stato di fatto revocato. Come sta avvenendo.
Non rimane dunque che la proclamazione unilaterale dell’indipendenza. Che verrà quando lo consentirà il rapporto di forze in Europa occidentale. La cui evoluzione dipende anche da noi.
Siamo, dunque, tutti catalani.