Evgenij Primakov è il presidente del centro culturale russo di Roma, che opera di fatto come una ambasciata parallela, procurando alle autorità del suo Paese quei contatti e quei rapporti informali necessari per estenderne l’influenza.
Il ruolo di Primakov è infatti precisamente quello di un “agente di influenza”.
Abbiamo ascoltato con attenzione una sua lunga dichiarazione registrata e diffusa su internet. Benché l’alto funzionario parli perfettamente l’italiano, l’ha rilasciata nella sua lingua, essendo sottotitolata nella nostra. Ciò è segno che ha voluto misurare con la massima attenzione le sue parole, rivelandosi un finissimo diplomatico.
Sarebbe ingiusto e scorretto affermare che il suo discorso suona minaccioso. Certamente Primakov si esprime con franchezza, ma dopo averlo ascoltato possiamo concludere che quanto minaccia l’Europa occidentale, cui egli si rivolge, non sono le intenzioni ostili della Russia – in realtà inesistenti – quanto piuttosto la situazione oggettiva in cui si trova il nostro continente.
Da questa situazione l’alto funzionario prende le mosse per svolgere le sue considerazioni.
La visione della condizione in cui versa l’Occidente è molto pessimistica, ma nelle parole di Primakov non vi è traccia di compiacimento.
Considerando la Russia come parte integrante della civiltà e della cultura europea, quanto ci danneggia non può certamente giovare al suo Paese. I fattori di destabilizzazione che Primakov constata nell’Europa occidentale sono essenzialmente due, uno interno e l’altro esterno.
Quello interno è costituito dalla inadeguatezza delle nostre istituzioni nazionali, al venir meno della loro rappresentatività, che l’epidemia ha certamente evidenziato ed accentuato, ma non certo originato. A ciò si aggiunge la minaccia costituita dall’islamismo. La dichiarazione è stata registrata prima del nuovo attentato di Nizza, ma proprio per questo suona come sinistramente profetica.
Anche la Russia ospita una forte minoranza di musulmani, che – diversamente da quella insediata in Occidente – è storica, risalendo all’invasione tartara. Certamente i tartari sono dei russi di fede islamica. Tuttavia, essendo l’identità nazionale forgiata dal cristianesimo, la convivenza con la maggioranza ortodossa comporta dei problemi.
Primakov vede però nella preservazione dell’identità della Russia il vantaggio che il suo paese può vantare nei nostri confronti. Noi siamo disarmati di fronte alla minaccia esterna precisamente perché – a differenza del suo Paese – non abbiamo saputo difendere e preservare la nostra identità. Di qui deriva la debolezza dell’Europa occidentale, che costituisce l’argomento centrale dell’analisi svolta dal diplomatico.
L’effetto congiunto della crisi sociale ed istituzionale e della possibilità che l’Islam ne approfitti per espandersi in Europa, causa la progressiva destabilizzazione dell’Europa.
A questo punto, l’analisi svolta di Primakov esce dalla considerazione della situazione attuale per proiettarsi da una parte nelle vicende del passato, e dall’altra parte sulle prospettive del futuro.
Vi è in primo luogo il riferimento al fatto che la Russia aveva fermato nel quattordicesimo secolo l’invasione islamica, preservandone l’Occidente, ma vi è anche la constatazione che questa nazione ha soltanto combattuto delle guerre difensive, causate dalla diffusione verso l’Oriente dei fenomeni degenerativi maturati in Occidente: tra i quali Primakov non annovera soltanto il fascismo, ma anche la rivoluzione francese.
Oggi la debolezza che Primakov constata nell’Europa dovrebbe dunque essere considerata dal suo punto di vista con sollievo, in quanto induce ad escludere la possibilità di una nuova aggressione da parte dell’Occidente. Eppure, il diplomatico non sembra tranquillo. In primo luogo, egli constata come fin dal 2014 si sia manifestato un atteggiamento ostile dell’Occidente nei confronti della Russia. La data è quella dell’annessione della Crimea, che ha causato le sanzioni decise dall’Unione Europea. Se la Russia è solida, non dovrebbe comunque temere. In effetti, le sue autorità non temono che questo Paese possa essere a sua volta destabilizzato.
I russi si rammaricano però in quanto un gesto che non può essere posto certamente sullo stesso piano della minaccia islamista ha causato in Occidente un allarme ed una reazione ritenuti del tutto ingiustificati.
Primakov sembra dirci: “perché ci trattate come nemici, e vi preoccupate per quanto avviene sui nostri confini quando dovete fare i conti in casa vostra con una minaccia tanto grave e reale?” Di qui l’auspicio che l’Europa ritrovi la propria identità. Questo le permetterebbe di difendersi, in quanto sarebbe in grado di valutare chi sia il suo vero nemico. Nel frattempo, però, la Russia decide di ridurre progressivamente i propri rapporti commerciali con l’Occidente.
Primakov previene la nostra obiezione: il suo Paese dovrà fare a meno della nostra tecnologia. Il diplomatico risponde che la Russia ne può fare a meno, mentre il danno che ci deriva dalla cessazione della fornitura di materie prime risulta molto maggiore. Se però fino ad ora lo scambio è avvenuto sulla base della convenienza reciproca, malgrado le divergenze politiche, perché interromperlo? Perché risulta troppo rischioso commerciare con un corrispondente in affari che per motivi tanto economici – la crisi indotta dall’epidemia – quanto strategici – il pericolo islamico – può divenire insolvente, ed è dunque poco affidabile.
Chi frequenta le rappresentanze diplomatiche russe, sa che i funzionari “politici” sono stati sostituiti con dei “militari”. La Russia sostiene, in prospettiva strategica, tutti i soggetti identitari attivi in Occidente, partendo dal presupposto che da essi – e non dalle istituzioni degli stati nazionali – dipende la difesa e la stessa sopravvivenza dell’Europa.
A questo riguardo, può risultare interessante la nostra testimonianza personale. Siamo stati testimoni del momento in cui un rappresentante ufficioso ma autorevole delle autorità della Russia ha recato alla Santa Sede la proposta di una iniziativa congiunta tra soggetti cattolici ed ortodossi in difesa della comune identità cristiana. La proposta trovò un “fin de non recevoir” – sia pure espresso con cortesia – sostanzialmente in quanto il Vaticano temeva che una simile iniziativa irritasse i soggetti non cristiani con cui si è rapportata nella sua attività ecumenica: i cinesi, ma soprattutto i musulmani.
Si ripete la situazione del 1939, quando le potenze occidentali respinsero la proposta di Stalin di una alleanza militare contro il nazismo. A questo rifiuto, la Russia rispose con il patto Molotov-Ribbentrop, e l’Occidente rimase esposto alla minaccia del nazismo.
Oggi noi rifiutiamo di unirci con la Russia contro l’islamismo, e dovremo dunque affrontarlo da soli, essendo disarmati non tanto sul piano militare, quanto dal punto di vista spirituale.
La Santa Sede, in particolare, a parte ogni considerazione sull’apporto economico che la Cina può offrire al Vaticano, ha scelto di mantenersi neutrale nel conflitto identitario e religioso in cui è coinvolta l’Europa.
Questo conflitto può essere dunque fermato, o sostenuto – per la parte cristiana – da soggetti non in rapporto con il Vaticano.