Il Ristorante “Braccioforte”, già “Osteria della Marina” (della quale si conserva gelosamente l’insegna, come venerata reliquia delle sue origini, risalenti al 1892), è sempre stato al centro delle vicende storiche della città di Oneglia, fin da quando era scenario delle concioni del giovane Mussolini, redattore del giornale socialista “La Lima”, la cui sede si trovava anch’essa sotto i portici di Calata Cuneo.
Era dunque fatale che anche la chiusura dei locali pubblici, decretata da Conte, vi avesse delle ripercussioni destinate a rimanere iscritte nei nostri annali.       
Nei giorni scorsi, quale sinistro presagio degli eventi che andavano maturando, il presidente della Unione Commercianti, Enrico Lupi, aveva ordinato una zuppa di pesce, da consumare con i suoi più stretti collaboratori. I quali, simili a coloro che aspettavano la fine del mondo gozzovigliando, si erano ormai disinteressati della sorte degli associati. Il loro comportamento era stato paragonato – sempre rimanendo in ambito marinaro – alla continuazione della musica da parte dell’orchestra di bordo del Titanic. Se in quella circostanza il magnate Guggenheim si era fatto servire del cognac, Lupi aveva viceversa ordinato del “pigato”, consigliato per accompagnare i piatti di pesce. Il titolare era stato incerto – novello Amleto – se ordinare gli ingredienti, provenienti da Savona, ovvero rifiutare la prenotazione, in vista del “lockdown”.       
Con decisione coraggiosa – anzi eroica – la zuppa era stata infine cucinata, e consumata alla faccia di Conte. Durante l’assedio del 1530 da parte delle truppe imperiali, i fiorentini avevano continuato a giocare al calcio “storico”.       
E’ tuttavia giunto infine l’ordine di chiusura. Qui i precedenti illustri si sprecano. Napoleone, prima di imbarcarsi per l’esilio, volle abbracciare i soldati della “vecchia guardia” in occasione degli “addii di Fontainbleau”. I componenti dei reggimenti austriaci, colti dall’armistizio sul Piave, intonarono per l’ultima volta l’inno della “duplice monarchia”, che dice “salvi Dio l’imperator”. Quindi, ripiegarono le bandiere reggimentali con l’aquila bicipite.
Possiamo anche ricordare l’assedio di Gaeta, dove i borbonici cantarono a loro volta “viva Fernando il re”: non c’era stato tempo per modificare il testo dopo l’ascesa al trono di Francesco II.
Gli storici collaboratori albanesi di “Braccioforte”, Fatos, Rina e Socol, hanno voluto a loro volta intonare il proprio inno nazionale, che recita – per l’ignominia dei concorrenti – “ha paura della guerra solo chi è nato traditore, chi è un uomo muore, e muore da eroe”. L’allusione è all’infido Tacca.
“Braccioforte”, lungi dal morire, si era intanto asserragliato nella villa di via Diano Calderina. Quanto all’aiutante bengalese, ignoriamo se sia in grado di eseguire il suo inno nazionale, ma osserva comunque il tutto con scetticismo: l’uomo è un dichiarato islamista radicale, e vede nelle vicende dei “kafir” il segno dell’ira di “Allah” nei nostri riguardi.
Quando tutto sembrava finito con un ultimo brindisi, è giunta notizia di un rinvio della esecuzione. Più che sollievo, c’è stato sconcerto.
Il locale, mancando il pesce, dovrà comunque interrompere il servizio per un giorno.
Sul piano culturale, la sua sopravvivenza permette di continuare l’attività quale centro studi della nostra lingua “braccese”, che altrimenti avrebbe compiuto un altro passo verso l’estinzione. I suoi cultori, passando davanti alla storica sede (vi si entra tradizionalmente da via Des Geneys) gridano ancora con orgoglio “mi scampo!” da non confondere con “i scampi”. Si è comunque trovata “in extremis” una via di scampo.
Su questa omonimia, Sokol è stato bocciato all’esame di “braccese”. L’uomo è notoriamente un asino.  

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Mario Castellano  8/11/2020
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