Molti commentatori europei, ed in particolare italiani, si sono stupiti perché una parte notevole degli operai americani ha votato – come era già successo nel 2016 – per Trump.
In realtà, questo fenomeno non risulta affatto nuovo neppure nel nostro Paese. Basti pensare – tanto per fare un esempio – al risultato delle elezioni comunali di Torino.       
Nella nostra città, la federazione del Partito Democratico è intervenuta – inviando appositamente il proprio commercialista di fiducia presso la proprietà dell’ultima fabbrica ancora in funzione – per accelerare la sua chiusura definitiva. C’era la prospettiva di usare l’area per l’ennesima speculazione edilizia, rivelatasi comunque illusoria. Influiva però su questa scelta soprattutto la necessità dei dirigenti di non essere disturbati – nelle proprie manovre di bassa politicheria – dalla rappresentanza dei lavoratori. I quali tendevano naturalmente a non condividerle.       
Il divorzio tra gli operai ed i partiti che un tempo costituivano l’espressione politica del movimento dei lavoratori è dovuta comunque essenzialmente alla fine delle ideologie, ed all’avvento dell’identitarismo. Nel cui nome Trump ha difeso a colpi di dazi di importazione gli interessi della sua industria nazionale, contrastando la concorrenza straniera, ed in particolare quella cinese.       
La sinistra è invece rimasta ferma alla sua originaria fede internazionalista, cui però non faceva assolutamente riscontro un analogo atteggiamento da parte dei dirigenti di Pechino. I quali sono molto più egemonisti dei dirigenti della Germania imperiale, che avevano scatenato la “Grande Guerra”.       
L’internazionalismo si giustifica comunque quando si tratta di difendere la causa della emancipazione dei popoli, non certo quando si traduce nella importazione in Occidente di modelli ideologici totalitari, estranei alla nostra cultura ed alla nostra tradizione. Non alludiamo soltanto alla nefasta influenza esercitata dall’Unione Sovietica sul Partito Comunista Italiano, bensì a fenomeni molto più recenti: i dirigenti del nostro Paese di adozione pretendevano di stabilire che cosa fosse buono per i lavoratori italiani, non solo pretendendo l’allineamento con Mosca nelle scelte di politica internazionale, ma anche il ripudio del pluralismo politico. Non a caso, costoro sostenevano apertamente le Brigate Rosse.       
L’adeguamento ad una simile imposizione avrebbe contraddetto l’adesione ai principi ispiratori della Costituzione, che i comunisti presentavano come il più importante risultato del loro impegno. Non a caso, essa reca la firma di Umberto Terracini. Nessuno, però, dalle Botteghe Oscure, contrastò l’ingerenza esercitata dai loro alleati stranieri. Se essa non riuscì a prevalere, ciò avvenne malgrado i dirigenti comunisti, e non certo per loro merito.       
Al di là di questo, la fine della centralità del lavoro tanto nella ispirazione dei partiti di sinistra quanto nelle loro scelte programmatiche costituisce una conseguenza diretta della fine delle ideologie. Non alludiamo soltanto al marxismo, che ha pagato per essersi affermato nella sua vulgata leninista, a scapito di quella proposta dalla socialdemocrazia. Talmente detestata dai dirigenti comunisti italiani che dopo la caduta del Muro di Berlino hanno saltato a piè pari l’eredità del “rinnegato Kautsky”, e si sono messi “a fare gli americani”. Senza tenere conto del fatto che gli ideali ispiratori degli Stati Uniti risalgono alla rivoluzione inglese del 1648, ancora più estranei alla formazione degli epigoni di Togliatti di quanto lo sia la filosofia idealistica tedesca.       
Le origini storiche del movimento dei lavoratori, specialmente di quello italiano, sono comunque ancora più remote rispetto alla diffusione del marxismo nel nostro Paese, che iniziò ad opera di Antonio Labriola soltanto alla fine dell’Ottocento. Occorre infatti rifarsi alle corporazioni “delle arti e dei mestieri”, che avevano originato la costituzione dei liberi comuni urbani. In esse si veniva ammessi – essendo partecipi dei segreti delle loro tecniche – in base ad una valutazione delle qualità morali di ciascun candidato.       
L’eredità delle corporazioni venne in seguito raccolta dalla libera muratoria detta “operativa”. Quando essa – in seguito alla rivoluzione industriale – fu a sua volta sostituita dalla massoneria “simbolica”. Venne soppiantata nell’azione rivendicativa dai sindacati operai, ed in quella politica dai partiti espressione del movimento dei lavoratori. In cui si mantenne, come eredità della loro origine, il criterio morale: tanto nel reclutamento dei militanti quanto negli scopi, che consistevano nell’affermazione della giustizia sociale.       
In alcune parti d’Italia, la sinistra è egemone in quanto ha trasferito questa ispirazione nella configurazione della società: c’è una continuità tra le corporazioni dei liberi comuni e le cooperative di Camillo Prampolini, come hanno dimostrato ancora i risultati delle ultime elezioni regionali. Altrove, il venir meno della base sociale costituita dalla classe operaia industriale ha segnato la fine della sinistra.       
Si arriva sempre alla stessa conclusione: una parte politica sopravvive quando esprime l’identità collettiva, tanto le sue radici quanto le sue aspirazioni. Altrimenti, i suoi dirigenti finiscono per criminalizzarsi, promuovendo soltanto delle speculazioni. Un esempio viene offerto da Burlando, dedito soltanto a costruire porti turistici. Un altro esempio è quello dei dirigenti comunisti della nostra città, che si occupavano soltanto della importazione di selvaggina.       
Non ci si deve comunque meravigliare per le sconfitte elettorali. Né le si possono evitare “facendo gli americani”.       
Negli Stati Uniti, la Clinton ha perso proprio per avere snobbato gli operai. Biden è riuscito – forse – a vincere perché si è ricordato della loro esistenza.       
Dalle nostre parti, la sinistra ha fatto ben peggio dei democratici americani: li ha eliminati.
 

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Mario Castellano  11/11/2020
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