Monsignor Viganò ha inviato ai fedeli una nuova enciclica, in cui traccia un parallelo tra l’elezione di Biden w quella di Bergoglio: frutto entrambe, a suo dire, di altrettanti brogli.
Mentre però quelli – veri o presunti – consumati in America costituiscono l’oggetto di svariati ricorsi, che investono la competenza delle autorità amministrative dei vari stati dell’Unione, nonché soprattutto della giurisdizione federale, fino a giungere alla Corte Suprema, nessuna istanza può valutare la legittimità di quanto decide il conclave. Sul cui svolgimento corrono sempre le voci più svariate.
Nel 1903, i cardinali avevano eletto Papa il loro confratello Rampolla del Tindaro, fautore della conciliazione con lo stato italiano e simpatizzante tanto della Francia quanto delle diverse cause nazionali. Che l’imperatore d’Austria abbia esercitato il diritto di veto, legittimo in base all’ordinamento canonico di quel tempo, è storicamente assodato.
L’ambasciatore della “duplice monarchia” – rompendo la clausura del consesso riunito in Vaticano – fece pervenire ai cardinali una lettera in cui si asseriva che l’elezione di Rampolla costituiva il segnale atteso dagli “slavi dell’Impero” – in maggioranza cattolici – per insorgere contro gli Asburgo. Si trattava di una palese falsità, in quanto i vari movimenti nazionalisti erano ancora allo stato embrionale. Soltanto lo scoppio, e poi il prolungarsi, della “Grande Guerra” li avrebbe fatti gradualmente emergere e rafforzarsi.
Quanto in realtà l’Austria temeva, era la legittimazione dello stato italiano, nonché il suo avvicinamento alla Francia repubblicana: in altre parole, la consacrazione del principio della sovranità popolare, contrapposto a quello di legittimità.
Il pontificato di Pio X si sarebbe caratterizzato per la lotta contro il cosiddetto “modernismo”, ma il vero obiettivo di questa campagna era costituito dalle correnti democratiche e conciliazioniste presenti nel cattolicesimo italiano.
La guerra europea sarebbe diventata inevitabile l’anno successivo a quello del conclave, cioè nel 1904, quando la “entente cordiale” tra la Francia e l’Inghilterra divise definitivamente il continente in due campi contrapposti.
L’Italia rimase formalmente fedele alla “Triplice Alleanza” con l’Austria e la Germania, ma lo scoppio delle ostilità avrebbe reso inevitabile una scelta diversa: lo stato nazionale non poteva schierarsi dalla parte di chi negava il suo stesso fondamento.
Che cosa vi è in comune tra la situazione del 1903 e quella attuale? La necessità per la Chiesa cattolica di schierarsi a sua volta in favore o contro il processo di emancipazione dei popoli. Se nel 1903 il rapporto di forze esistente a livello internazionale condizionò la scelta dei cardinali, centodieci anni dopo esso risultava radicalmente cambiato, per l’esito di due guerre mondiali e del processo di decolonizzazione.
La fazione uscita perdente dal conclave eccepisce però un broglio, nell’intento di delegittimare il Papa. Questo tentativo è stato dapprima esperito da Socci, il quale ha negato la spontaneità della rinunzia di Ratzinger. In seguito, si è affermato che il Papa non poteva più essere considerato tale avendo contraddetto le verità della fede.
Ora Viganò stabilisce più sbrigativamente che qualcuno ha imbrogliato l’elezione. Ciò era già stato affermato nel 1958, quando i cardinali avrebbero scelto Giuseppe Siri. Di questo fatto, però, non ci sono prove. Tanto meno ce ne sono di una manipolazione commessa nel 2013.
Le voci diffuse a Roma in quel tempo parlavano anzi di una maggioranza plebiscitaria in favore di Bergoglio. Ci fu, in verità, la memorabile “gaffe” della nostra Conferenza Episcopale, che mandò in anticipo le sue congratulazioni a Scola. Il cardinale di Milano è certamente una persona per bene, ma che cosa sarebbe successo se il Papa fosse stato accusato di frequentare un pregiudicato come Formigoni? “Quod volumus, libenter credimus”.
Dopo più di un secolo, era giunto finalmente il momento in cui la Chiesa prendeva pienamente atto delle aspirazioni dei popoli. Che devono essere sempre rispettate, non solo quando configgono con il sistema comunista.
Un amico ci comunica che appaiono su “internet” innumerevoli messaggi, di movimenti e singole persone, esortanti alla insurrezione. In molti casi, si dà appuntamento ai seguaci per inscenare delle sommosse. Alcuni di questi testi sono certamente opera di mitomani, altri di provocatori, altri ancora di soggetti che si considerano promotori di una rivoluzione. Che scoppia però a prescindere dall’attività dei gruppuscoli, quando se ne danno le condizioni. Altrimenti, il detonatore senza l’esplosivo produce un botto, che fa rumore. Ma risulta inefficace. Lo stesso amico esprime scetticismo sulla efficacia di simili messaggi, che vengono comunque letti anche dalla questura.
L’ufficio politico di Genova ha fatto irruzione in casa di un tale che aveva usato un linguaggio iperbolico, istigando ad impugnare le armi.
Viganò ci ricorda un personaggio che fece “i soldi grossi” speculando sul nostalgismo di tanti italiani: Edilio Rusconi. Questo signore aveva partecipato alla Resistenza, ma dopo la liberazione ed il referendum istituzionale (che egli denunziava come truccato), si era reso conto di come metà dei nostri connazionali rimpiangessero il fascismo e la monarchia. Si trattava inoltre di persone in genere più facoltose degli antifascisti e dei repubblicani. Rusconi lanciò una serie di pubblicazioni consacrate ad informare su che cosa facessero e dicessero donna Rachele ed Umberto II. Ne derivò un beneficio per il turismo diretto a Cascais ed a Predappio, oltre che per l’editore. Il quale, per mantenere viva l’attenzione dei lettori, doveva continuamente annunziare che la restaurazione era imminente. I suoi clienti, se sono ancora vivi, la stanno ancora aspettando.
Se i tradizionalisti fossero intelligenti, dovrebbero piuttosto ispirarsi ai monarchici borbonici: i quali si riuniscono ogni anno a Gaeta per una rievocazione dell’assedio con le uniformi dell’esercito napoletano, ma soprattutto per un convegno di studi storici, cui è anche dedicato il loro periodico “L’Alfiere”. Una simile attività contribuisce a costituire l’humus di un movimento identitario, destinato a riemergere nella storia come un fiume carsico. Non ne deriverà nessuna restaurazione, che risulta sempre impossibile, e comunque effimera, ma si cementerà la coscienza della identità collettiva, destinata nel lungo periodo a divenire rivendicazione politica fino ad ottenere l’autodeterminazione. In questo modo, anche il nostalgismo può confluire nella grande corrente della storia. Che però viene espressa ora dai personaggi come Bergoglio, Biden e Kamala Harris.
I cultori delle memorie storiche, siano essi fautori di Benedetto XVI, dei Savoia, dei Borboni o degli Asburgo, hanno anch’essi una funzione da svolgere: quella che consiste nel dare testimonianza di un passato comune, non già con lo scopo di dividere i popoli e di attizzare dei conflitti intestini in attesa del momento in cui potranno realizzare nella concordia le loro aspirazioni.