I giornali hanno dato ampio spazio al “congresso” celebrato dal Movimento “pentastellato”, compiendo un’operazione intellettuale che si sarebbe definita un tempo come “cavare sangue da una rapa”.
“La Repubblica” ha voluto superare gli altri mezzi di informazione, annunziando nientemeno che la nascita di un nuovo “partito”, conseguenza diretta – per l’appunto – della celebrazione del suo “congresso”. E’ come credere che basti essere monchi per diventare la Venere di Milo.
Se però si leggono i resoconti dell’assise, si scopre che i risultati delle votazioni sono rimasti segreti, come pure le decisioni riguardanti gli organi dirigenti e le persone designate per occuparli. Su tutto ciò, naturalmente, si è litigato, ma non si capisce che cosa intendano fare quanti vengono designati a guidare la maggiore forza politica di governo. Qui si arriva al punto che non è stato chiarito, e che non sarà mai chiarito: quale proposta essa formula per il divenire della società italiana. Se non lo si dice, le dispute sulle regole interne rimangono nominalistiche, oppure fanno soltanto da paravento per le beghe personali dei dirigenti.
I vecchi partiti erano strutturati in base alla loro rispettiva ispirazione ideologica, alla loro particolare cultura politica. Il Partito Comunista praticava il cosiddetto “centralismo democratico”, basato sulla regola per cui si poteva discutere e deliberare su di una scelta, ma una volta che la si era adottata, essa diveniva vincolante per tutti. Poiché però era in pratica proibito discutere e votare, questa formula imponeva di obbedire a quanto deciso dai capi. Se non fosse stato così, Berlinguer non avrebbe potuto impedire, dopo le vittorie elettorali del 1975 e del 1976, di praticare l’alternanza nel governo del Paese. Il che avrebbe però comportato il pieno compimento del processo di revisione ideologica, distaccandosi completamente dall’influenza dell’Unione Sovietica. Il marchese sardo non era però disposto né a rompere con Mosca, né a contrapporsi alla Democrazia Cristiana.
Iniziò così un lungo, lento ma inesorabile declino, che ha portato dal trentaquattro per cento fino al misero diciannove collezionato da Zingaretti. Il quale rappresenta il prototipo del dirigente incapace di assumere le proprie responsabilità, portato dalla pratica del “centralismo democratico” a non porre alcuna discriminante, né di carattere, né ideologico, né programmatico, ciò spiega non soltanto la scelta di allearsi con i “pentastellati”, ma anche la completa subordinazione ai seguaci di Grillo.
Il “centralismo democratico” rifletteva comunque una visione della società e dello Stato mutuata dalla ideologia marxista e dal modello leninista. Poiché però la Costituzione, voluta dai comunisti e da essi vantata come una loro storica conquista, disegnava la Repubblica come improntata dal pluralismo proprio della concezione liberaldemocratica, si apriva una contraddizione tra gli obiettivi perseguiti dal partito, definiti come la piena realizzazione della Costituzione, e la sua organizzazione interna. Mentre la sua prassi nel governo locale si ispirava alla socialdemocrazia, le scelte strategiche a livello nazionale venivano rimesse unicamente alla discrezionalità dei dirigenti, in pratica a quella del segretario. Si manteneva tuttavia nella concezione del partito una ispirazione ideologica, per quanto obsoleta.
I democristiani ed i socialisti avevano viceversa ridotto i due partiti alla condizione di confederazioni di correnti. Questa scelta portava da una parte alla paralisi nel processo decisionale, ma dall’altra rifletteva a suo modo l’idea che queste forze politiche avevano della società italiana, caratterizzata dalla frammentazione in corporazioni, tra le quali il governo doveva compiere continue mediazioni, senza però volere né potere realizzare una sintesi.
Se dovessimo valutare quale società i “pentastellati” intendano costituire valutando le regole vigenti nel loro partito, vedremmo che essi la vogliono completamente atomizzata, non tenendo in alcuna considerazione gli interessi espressi dai cosiddetti “corpi intermedi”. Che per i “pentastellati” semplicemente non esistono, o meglio devono essere annientati. Ed infatti l’azione del loro governo mira a distruggerli, come sta avvenendo per i titolari di bar e ristoranti, i professionisti, le “partite IVA” ed i commercianti. A loro volta, gli addetti alla produzione, privi della rete distributiva, sono destinati anch’essi alla disoccupazione.
Rimangono i dipendenti pubblici, gli unici garantiti dal sistema, ma ci si domanda chi pagherà i tributi necessari per corrispondere i loro stipendi.
Nel “socialismo reale” esisteva quanto meno un sistema di distribuzione del minimo indispensabile, di cui però non vi è traccia in Italia. La società atomizzata sarà dunque composta da disperati.
Questo obiettivo, però, dovrebbe essere dichiarato dai “pentastellati”. Che però non parlano, nel loro “congresso”, né di programmi, né di ideologie. Rimane soltanto l’ostilità originaria nei confronti della “politica”, che si potrebbe giustificare se con ciò si intendesse l’avversione per la sua degenerazione clientelare, propria della “Prima Repubblica” e causa della sua corruzione.
I “pentastellati” non si propongono però di riformare il modo di fare politica. Essi voglio piuttosto una società priva di espressione politica, e dunque non si propongono di riformulare il patto sociale che unisce i cittadini, bensì intendono sostituirlo con un governo autoritario che non viene espresso dalla rappresentanza del popolo.
Come aveva ammonito il professor Melloni, la loro cultura politica è tanto autoritaria quanto lo è quella della destra. Tuttavia, con involontaria ironia, costoro si rifanno al “contratto sociale” di Rousseau.
Non ci si deve dunque stupire se il governo Conte reprime non soltanto le diverse espressioni ideologiche, ma anche quelle di ogni interesse collettivo.
“La Repubblica”, tuttavia, applaude “l’avvocato del popolo” (?!), con la stessa convinzione con cui critica il populismo di Trump. Il quale si è comunque proposto di difendere i suoi dazi, alcune categorie di produttori, come i lavoratori industriali e gli agricoltori. I quali lo hanno di nuovo sostenuto.
I “pentastellati” non hanno seguaci tra nessuna categoria sociale, ma intendono rimediare a questa mancanza di consenso semplicemente abolendo il sistema rappresentativo.
Si può dissentire dalle scelte di politica economica di Trump, ma il presidente si è quanto meno sottoposto al giudizio dei cittadini. Conte, invece, non è stato eletto da nessuno, ed i “pentastellati” vorrebbero sostituire il Parlamento con le votazioni a domicilio sui “computer”: quelle stesse votazioni, di cui non si conosce il risultato, che hanno deciso il loro “congresso”. Essi non hanno d’altronde altra scelta, in quanto non esprimono né l’identità nazionale italiana, né alcuna identità locale: in tutte le elezioni regionali sono finiti al terzo posto, e laddove hanno espresso il sindaco non sono mai riusciti a riconfermarlo.
Si dice che manca loro il radicamento sul territorio. Manca piuttosto quel tanto di cultura che serve ad esprimere l’anima di un popolo, l’anima di una città.
Eppure, un tempo l’Italia era il Paese delle “Cento Città”, la terra dei campanili.