Quando il Papa Benedetto XVI si recò a visitare la comunità israelitica di Roma presso il suo “Tempio Maggiore”, ...
rimanemmo impressionati dalla insistenza con cui il Rabbino Capo, dottor Riccardo Samuele Disegni, si riferì al silenzio osservato allorché, nell’ottobre del 1943 venne compiuto dai nazisti il rastrellamento nel ghetto, cui fece seguito la deportazione e lo sterminio di buona parte della comunità ebraica.         
Un possibile motivo di quanto affermato dal dottor Disegni in quella circostanza si può trovare non soltanto nella storia di un evento del passato, origine però di una ferita mai rimarginata, di una ingiustizia irreparabile, e soprattutto del mancato dovere – da parte di ogni autorità spirituale – di denunziare le infrazioni ai principi etici universali e condivisi. Il Rabbino Capo si riferiva anche a quanto avviene attualmente.         
Ogni domenica, in occasione della recita dell’Angelus, ed ogni mercoledì, quando si svolge l’udienza generale, il Papa – rivolgendosi ai fedeli – esprime il punto di vista della Santa Sede sugli eventi dell’attualità internazionale. Quando si tratta di disastri naturali, o di atti terroristici assolutamente ingiustificabili, il Pontefice manifesta il proprio dolore, e nel secondo caso la propria deplorazione.         
Se invece si è in presenza di conflitti, interni o internazionali, risulta ben più arduo formulare i propri sentimenti. Ogni guerra causa dei morti, dei feriti, dei profughi e delle distruzioni, che certamente provocano tristezza e dolore, a prescindere dalla valutazione delle ragioni e dei torti. In certi casi, però, anche l’espressione di questi sentimenti può essere interpretata dall’una o dall’altra parte come prova di parzialità. Tipico, a tale riguardo, è il caso del conflitto del Medio Oriente. Se Israele compie una rappresaglia avendo subito un attacco da parte dei palestinesi – tipico il caso dei bombardamenti su Gaza, con cui si risponde ai lanci di missili – la deplorazione per le vittime civili di parte araba viene interpretata dalle autorità di Gerusalemme come prova di una parzialità, dal loro punto di vista inaccettabile: esse infatti interpretano le azioni delle loro forze armate come misura di autodifesa, che come tale rientra nei diritti di ogni Stato sovrano.         
Supponiamo dunque che il Papa esprima la propria tristezza per le perdite tra i palestinesi che risultano naturalmente inevitabili. Da parte israeliana, ed anzi da parte ebraica, il Pontefice verrà inevitabilmente accusato di usare due pesi e due misure: perché non deplorare le vittime dei razzi? Si può naturalmente discutere sulla proporzionalità della reazione, che a volte viene considerata esagerata tanto dagli esponenti della diaspora quanto da esponenti dello stesso Stato di Israele.         
Risulta dunque difficile tacciare aprioristicamente di antisemitismo quanti si esprimono in questo senso. Tuttavia, se ciò avviene da parte della Santa Sede, gli israeliti possono usare come argomento per respingere ogni critica la memoria di quanto avvenne a Roma nell’ottobre del 1943.         
La Santa Sede ha aperto gli archivi relativi al tempo della guerra, e si può considerare confermato quanto risultava già sostanzialmente assodato, e cioè che non vi fu da parte del Vaticano nessuna espressione di condanna degli atti con cui venne consumato l’Olocausto, né dell’atteggiamento anti ebraico che li aveva ispirati. Mancò anche una indicazione di ordine generale e di carattere vincolante riferita al salvataggio degli ebrei dalla persecuzione. Vi furono naturalmente numerosi casi di credenti e di religiosi che tanto individualmente quanto coinvolgendo le rispettive comunità si dedicarono a quest’opera, ma nessuno lo fece in esecuzione di direttive espresse dal Papa, che non vennero mai emanate.         
Dove l’opera di esplorazione degli archivi può produrre dei risultati interessanti, è nell’esame delle espressioni delle diverse autorità ecclesiastiche in merito all’antisemitismo ed a quella sua manifestazione estrema che fu l’Olocausto. Qui i ricercatori troveranno certamente più di una prova del fatto che in quell’epoca l’antisemitismo, in ambito cattolico, era ben lungi dall’essere superato. Se si potesse riassumere in una frase la posizione della gerarchia, pur variamente modulata, ne risulterebbe che in quel tempo la Chiesa – pur dissociandosi dagli esiti più estremi della persecuzione – mantenne sostanzialmente il proprio pregiudizio avverso all’ebraismo.         
Di qui a giustificare la discriminazione degli israeliti, il passo è breve. Non si dimentichi che quando ancora la guerra era in corso, il gesuita padre Tacchi Venturi intervenne presso il Governo italiano chiedendo che le sciagurate “leggi razziali” venissero in parte mantenute in vigore.         
La revisione dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’ebraismo sarebbe iniziata soltanto con il pontificato di Giovanni XXIII.         
Da tutto ciò, si possono trarre alcune conclusioni riferite all’attualità.         
La prima riguarda il fatto che l’unica garanzia certa dalle persecuzioni consiste nel rapporto di forze. L’Olocausto fu anche reso possibile dalla mancanza di uno Stato disposto a dare rifugio agli ebrei perseguitati. Di qui deriva la necessità di costituire il loro Stato nazionale, con tutto quanto ne consegue per garantire la sua preservazione e la sua sicurezza.         
La seconda conclusione riguarda il sospetto che le critiche rivolte a questo Stato siano causate da un pregiudizio ostile. Questo sospetto può essere però concepito anche per quanto riguarda gli altri Paesi.         
Il Papa ha usato, in un libro-intervista del quale sono uscite alcune anticipazioni, l’espressione “i poveri uiguri”. A Pechino, quanto viene espresso dal Vaticano viene valutato evidentemente in tempo reale: il ministero degli esteri ha subito protestato.         
Soltanto gli israeliti sono stati colpiti dall’Olocausto, che costituisce un evento unico nella storia. Ciò non toglie che anche altri popoli siano stati vittime di ingiustizie, ed i cinesi, umiliati per un secolo dal colonialismo, non fanno certamente eccezione. Ciò spiega perché neanche dal Papa si tolleri la più blanda delle critiche. Bergoglio rischia dunque di essere accusato di nostalgia del colonialismo. Il che, nel suo caso, risulta quanto meno esagerato.         
Quanto più si teme sono tuttavia le ripercussioni sull’accordo riguardante le nomine dei vescovi.         
Nessuna autorità straniera può comunque esprimersi su quanto avviene in un altro Paese senza che vengano invocati dei precedenti storici cui riferirsi per protestare: a noi è capitato, nel Paese di adozione, di sentirci rinfacciare le colpe dell’Impero Romano.         
Non rimane dunque, per difendere i popoli dall’ingiustizia e dalla oppressione, altra tutela che il rapporto di forze. Che risulta però sempre più favorevole a soggetti estranei alla cultura politica occidentale ed alla concezione liberale dello Stato.         
È più che mai attuale la domanda di Stalin: “quante divisioni ha il Papa?”.

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Mario Castellano  28/11/2020
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