Il trasferimento dell’accademia della nostra lingua braccese dalla tradizionale sede del ristorante “Braccioforte” all’edicola dei giornali di Milvia, sita in piazza San Giovanni, pur trattandosi di una misura temporanea, dovuta all’emergenza dell’epidemia, reca con sé diversi significati.
Le sue conseguenze, anche quando verrà ripristinato lo “status quo antes”, sono dunque destinate a rimanere permanenti nella vicenda culturale e civile in cui siamo coinvolti.
In primo luogo, la “leadership” del movimento braccese passa da un uomo ad una donna, da un ristoratore ad una edicolante, da un progressista ad una conservatrice. Il solo tratto comune tra i due personaggi è di ordine fisico, trattandosi in entrambi i casi di soggetti brevilinei. Possiamo dunque iniziare da questo aspetto il nostro “excursus”, per rilevare che le analogie – e a volte le identità – possono rivelare delle profonde differenze.
Winston Churchill inventò il famoso paradosso per cui gli inglesi e gli americani sono due popoli divisi dalla lingua. In apparenza, dovrebbero essere uniti, ma la divisione deriva dalla diversa pronunzia.
Osvaldo Martini, detto “Braccioforte”, come spesso accade nel caso delle persone di bassa statura, cammina eretto e impettito come un granatiere, quasi a cercare una compensazione: anche se non tende alla megalomania, come nel caso più famoso, quello di Napoleone. Milvia, invece, cammina incurvata (non è gibbosa, bensì lordosa, come Giulio Andreotti e Giacomo Leopardi), quasi a voler accentuare, con una postura ispirata alla modestia ed alla umiltà, la sua bassa statura.
Il “linguaggio del corpo” ricorda le “beghine” (in altre parti d’Italia dette “pinzochere”), cioè le pie donne che affollano i banchi delle chiese anche di fuori dell’orario delle funzioni.
A guardarla con più attenzione, l’inclinazione della schiena ricorda piuttosto una nuotatrice, o una tuffatrice, concentrata nel predisporsi al salto nell’acqua. Milvia appare dunque sempre pronta alla “performance”, come una molla che sta per rigettare indietro quanto la comprime.
Nel campo linguistico, tale atteggiamento fa pensare a chi medita una rivalsa nei confronti della ostilità – o quanto meno della estraneità – dell’ambiente. Milvia guarda sempre l’interlocutore di sottecchi, sia pure senza dimostrare avversione o diffidenza. Dà così l’impressione di saperne più degli altri, tenendo però sempre per sé la propria maggiore sapienza. Non le capita infatti mai di correggere l’interlocutore, neanche quando risulta più evidente la differenza tra l’espressione in braccese e quella in italiano.
Come tutte le minoranze, anche noi tendiamo a non esibire la nostra identità e la nostra differenza dagli altri. Se “Braccioforte” se ne fa portatore orgoglioso ed estroverso, Milvia tende viceversa a custodirla nella sua introversione e nella sua riservatezza.
Con questo, siamo arrivati a toccare l’argomento della diversa professione dei due personaggi.
Osvaldo Martini deve proporre ai clienti le sue specialità, invogliandoli a consumarle. Milvia deve invece prendere atto del diverso orientamento ideologico e dei diversi interessi culturali di quanti acquistano i giornali. Mentre l’uno è portato a dichiarare apertamente le proprie convinzioni, l’altra tende a mantenerle riservate. Godendo della sua confidenza, le conosciamo tuttavia molto bene. Anche se nel gruppo di donne che si riuniscono intorno all’edicola, complice la vicinanza del bar, di cui si possono usare i tavolini e le sedie, nonché degustare le consumazioni, sono presenti tutte le opinioni politiche, l’orientamento di Milvia propende nettamente per la conservazione. Ora dovrà conservare anche la nostra lingua. Il che le causa non poche difficoltà. Se infatti la scelta in favore della destra risulta “main stream” nel contesto cittadino (pullulano tra i frequentatori di Piazza San Giovanni i provocatori al soldo dei “bassotti”), la preservazione del braccese, cioè di una identità minoritaria e marginale, considerata con diffidenza dalle autorità, costringe ad andare controcorrente. Ciò risulta tanto più imbarazzante per una donna.
Maria Pellegrina Amoretti, nata proprio vicino all’edicola, fu la prima donna laureata in Italia, Maria Montessori la prima laureata in medicina. Ora mancano soltanto le donne prete, ma la designazione di Milvia come responsabile di una accademia linguistica induce a bene sperare, divenendo ella una sorta di sacerdotessa. Il cui compito consiste nell’insegnare, nell’ammonire, nel correggere e nel confessare: quanti braccesi non hanno il coraggio di dichiararsi!
Una volta, trovandoci in un ufficio pubblico, vedemmo entrare un utente che quasi gridò: “devo pigliare i “nulla osti”!”. Al che gli dicemmo: “ lei frequenta il ristorante Braccioforte”. L’uomo rispose stupito: “come fa a saperlo?”.
Ora la pratica del nostro idioma esce dall’ambiente ristretto, ovattato e quasi clandestino di un ristorante di lusso per affrontare la pubblica piazza. In tempi di epidemia, ciò significa più che mai andare controcorrente. Come lo è ancora, malgrado tutto, affidare delle responsabilità alle donne. Non si dice però “lingua materna?”. Ecco, il compito attribuito a Milvia, e da lei accolto con riluttanza (le donne tendono alla modestia, e le donne liguri più di tutte) riconduce all’atteggiamento protettivo – per l’appunto materno – che si deve assumere nei riguardi di chi sfida a volte la più crudele derisione perché non vuole rinnegare la propria identità: “non sa neanche parlare in italiano!”.
Tra i braccesi sono però presenti tutti ceti sociali e tutti i livelli di istruzione, i lettori di riviste specializzate e quelli dei fotoromanzi. Tutti quanti, però, amici e clienti di Milvia. La nostra lingua ha ancora un futuro.
Osvaldo Martini, privato della sua responsabilità pubblica, può cadere ulteriormente in depressione. Qualcuno, però, lo ha già confortato, dicendogli: “mi credo che te ti debbi scampare!”.
Speriamo che così sia.  

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Mario Castellano  28/11/2020
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