Eugenio Scalfari continua ad intrattenere i lettori con la sua ricerca di Dio. Ci auguriamo, e gli auguriamo, di trovarLo.
Il problema consiste nel fatto che sta procedendo - a nostro modesto avviso - nella direzione sbagliata. Il "fondatore" pensa di trovare la prova dell'esistenza di Dio nelle scienze sperimentali, ed in particolare nella fisica quantistica.
Il Papa, che ha assunto la funzione di suo consigliere spirituale, dovrebbe spiegargli che cosa significhi "credo quia absurdum". Occorre compiere un atto di fede. Questo, però, risulta difficile a Scalfari per due motivi: in primo luogo, egli è condizionato dal suo orgoglio intellettuale; in secondo luogo, sconta l'eredità del positivismo, nel quale - come gran parte della sua generazione - si è formato. "Ci sono più cose tra cielo e terra, Prospero, che in tutta la tua filosofia": Scalfari dovrebbe meditare, attento come è alle vicende della storia, sul perchè gli uomini si mobilitano, insorgono, combattono. Certamente, lo fanno essendo spinti da una idea della giustizia insita nella morale naturale, ma influisce anche su di loro l'ispirazione che proviene dalla trascendenza. Quando il direttore se ne renderà conto, scoprirà la teleologia insita nella storia, e finirà per scoprire anch'egli che nella storia c'è un teofania. A questo punto, avrà trovato nell'interpretazione delle vicende umane quella traccia della esistenza di Dio che ricerca invano nella scienza.
La condizione intellettuale del "fondatore" è analoga a quella in cui si trovano i ministri del nuovo Governo. Si tratta di persone che dimostrano di amare il proprio Paese, di autentici democratici che certamente non vogliono approfittare della sua situazione perseguendo un potere autoritario, di studiosi affermati nelle loro rispettive discipline. Tutto questo, però, non li salva purtroppo dal rischio di fallire. Essi ricordano i "martiri partenopei" del 1799, i quali erano i migliori uomini di cultura della loro generazione. Il tentativo di portare il progresso nel Regno di Napoli fallì perchè essi non seppero comunicare con il popolo. I Borboni si facevano acclamare, gli intellettuali giacobini avrebbero dovuto dialogare, ma questo esige un linguaggio comune, elaborato attraverso la mediazione culturale che in una fase storica molto successiva sarebbe stata svolta dai partiti e dai sindacati. Nei quali, attraverso il rapporto dialettico diretto con la gente comune, da una parte gli ideali si depurano dell'utopia, e dall'altra parte le necessità e le aspirazioni del popolo trovano gli strumenti culturali necessari per realizzarsi.
Ai tecnici di Draghi mancano - non certo per loro colpa - i partiti. L'espressione "forze politiche" rivela qui il suo autentico significato: i partiti danno forza al popolo, in quanto lo uniscono e lo rappresentano. Esiste dunque il rischio di non riuscire a rappresentare un Paese sempre più disperato, che oscilla tra la frammentazione sociale ed un ribellismo sterile in quanto disorganizzato. Le vecchie culture poilitiche si sono esaurite nella corruzione, mentre la cultura dei tecnici non è politica, in quanto stenta ad esprimersi nei programmi e nella presenza sul territorio. In mancanza di tutto questo, si cade da una parte nella velleità dell'astrazione, dall'altra in una rabbia impotente, che può suscitare un ribellismo illegale.
Tale è il rischio che corre il nostro Governo, malgrado la fiducia plebiscitaria conferita a Draghi da un Parlamento il quale ha espresso non tanto un mandato, quanto piuttosto una abdicazione.

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Mario Castellano  25/02/2021
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