"Avvenire" dedica ampi servizi, dal contenuto naturalmente encomiastico, al cardinale Ruini, in occasione del suo novantesimo genetliaco.
Ci uniamo agli auguri formulati in questa fausta ricorrenza all'illustre porporato. Quanto però non condividiamo, e lo diciamo con tutta franchezza, è la completa omissione dei motivi di dissenso rispetto alla gestione, lungamente affidata a Ruini, dell'episcopato italiano.
I redattori di "Avvenire" dovrebbero essere i primi a non tacere su questa fase della storia ecclesiastica italiana, che essi hanno più di tutti sofferto, essendo il loro giornale sottoposto ad una sostanziale censura, da cui sono state mortificate non soltanto la loro libertà di espressione, ma anche le loro capacità professionali. Quando i colleghi del giornale cattolico hanno potuto nuovamente esprimerle, la loro testata ha riconquistato tutta l'influenza ed il prestigio che essa indubbiamente merita. Rimane, però, dell'epoca di Ruini, una sorta di riflesso condizionato, che li induce alla autocensura. Non si spiega diversamente il fatto che le scelte compiute a suo tempo dal cardinale vengano sussunte. Questo non aiuta nè la ricerca della verità, nè il necessario dibattito su come si debbano atteggiare la Chiesa, e con essa tutti i cattolici italiani, in questa fase storica. Eppure, non mancano certamente i motivi per una attenta riflessione. Ne vogliamo indicare in particolare due, reciprocamente collegati.
Nel momento in cui le difficoltà sociali si fanno più acute e drammatiche, il cattolico liberale Mattarella chiama a farsi carico dell'Italia il cattolico liberale Draghi. I partiti di destra, ed in particolare quello di Berlusconi, che Ruini aveva a suo tempo apertamente sostenuto, devono conformarsi con questa scelta, mettendo da parte tutti i motivi di meschina polemica usati a suo tempo contro la parte politica opposta. Alla quale Draghi si dice orgoglioso di appartenere.
Ci domandiamo dunque se valesse la pena di coinvolgere la Chiesa italiana in questa disputa, fino al punto di rompere l'antica amicizia personale che univa Ruini con il professor Prodi, reo di avere vinto due volte le elezioni a capo della coalizione di centro-sinistra. Inoltre, se ci onora il fatto che in un momento tanto difficile un cattolico venga chiamato alla guida della nazione, non possiamo fare a meno di rilevare che si tratta di un cattolico liberale, aperto difensore delle prerogative dello Stato laico, ed in particolare della sua facoltà di regolare i rapporti personali tra i cittadini in difformità dal precetto religioso. Ci domamdiamo per quanto tempo ancora un certo ambiente cattolico farà salti mortali per conciliare quanto è inconciliabile: si riconosce l'unità nazionale, ma si canonizza Pio IX; si ammette la piena libertà di ricerca e di espressione nelle istituzioni accademiche cattoliche (dove - in base a quanto disposto dalla competente Congregazione - un professore ateo può dichiarare dalla cattedra che Dio non esiste), ma si continua a condannare il "modernismo"; si rende omaggio a Ruini, ma ci si affida a Draghi come ultima salvezza dell'Italia.
Non si vuole certamente riaprire una polemica ormai superata. Tanto meno si auspica l'esclusione dalla comunità ecclesiale dei papalini, dei tradizionalisti e dei confessionalisti. Tutti costoro sono infatti dei credenti come noi. Il problema consiste nel non sussumere il passato, ma valutarlo criticamente: senza risentimento, ma anche senza omissioni. In questo modo, si potrà apprezzare il contributo di chi ha convinzioni diverse dalle proprie, e prestargli lealmente la collaborazione necessaria per promuovere il bene comune.