Nel 1782, il Papa Pio VI Baschi - rompendo una consuetudine ormai secolare - intraprese un viaggio fuori dall'Italia, recandosi a Vienna, dove si era aperto un contenzioso con Giuseppe II, detto "l'imperatore sacrestano" ...
Nel 1782, il Papa Pio VI Baschi - rompendo una consuetudine ormai secolare - intraprese un viaggio fuori dall'Italia, recandosi a Vienna, dove si era aperto un contenzioso con Giuseppe II, detto "l'imperatore sacrestano" in quanto aveva regolato anche il numero delle candele che si potevano accendere sull'altare. In realtà, l'Asburgo si dimostrava parsimonioso in quanto doveva pagare il conto.
Il vero oggetto del contendere era costituito dalla sua decisione di riconoscere i diritti civili ai sudditi non cattolici, il che non avveniva in Europa dal tempo dell'editto di Nantes, emanato in Francia da Enrico IV nel 1598. L'imperatore non si lasciò convincere a revocare la sua decisione, ma nel frattempo Vincenzo Monti, il poeta ufficiale della corte pontificia, aveva redatto - con la tipica piaggeria dei cortigiani - l'ode intitolata "Il pellegrinaggio apostolico", adulatoria del Papa.
Ora il suo lontano successore si accinge a compiere un altro viaggio, perseguendo un obiettivo completamente opposto, cioè garantire che i cristiani della Mesopotamia non intendono approfittare della parità di diritti con i loro concittadini per influire sulla cosa pubblica. Il ragionamento sotteso all'azione diplomatica svolta dal Papa è semplice: se i cristiani ed i musulmani sono alleati, gli islamici non devono temere nulla da noi. Nei panni del novello Vincenzo Monti, come intellettuale "allineato", troviamo oggi un uomo di ben diversa radice ideologica, cioè Eugenio Scalfari. Il "fondatore" si è ricordato evidentemente dei quattro "Novissimi", cioè Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso, ben deciso a sottrarsi, sia pure "in extremis", alle fiamme della eterna dannazione. Egli compie dunque per l'occasione un ulteriore passo verso la conversione, redigendo un articolo ricco di riferimenti biblici, che pare uscito dalla penna di suo suocero.
Ricordando che in Mesopotamia, secondo la tradizione, si trova il Giardino Terrestre, il direttore si rifà all'origine dell'umanità, con la creazione di Adamo ed Eva. Egli ammette con ciò che la storia ha il suo principio in Dio; da ciò deriva come conseguenza che essa trova in Dio anche la propria teleologia, la propria meta. Di questo itinerario fu simbolo il viaggio di Abramo da Ur fino alla Terra Promessa. Qui Scalfari, uomo notoriamente poco ferrato in storia sacra, deve avere attinto da qualche inedito del padre di sua moglie, al quale dovette - quando ancora era un giovane imberbe - la propria iniziazione al giornalismo.
Se Bergoglio viene paragonato al Patriarca da cui discendono le tre religioni monoteiste, Scalfari riserva implicitamente a sè il ruolo di uno dei profeti: probabilmente Isaia, il quale scrisse che tutti i monti saranno giudicati da quello di Sion. La cultura laica supera quella cattolica nell'elogio del Papa: se un simile articolo fosse uscito su "Avvenire", si denunzierebbe una nostalgia della situazione anteriore al venti settembre.
Quando Gronchi venne eletto Presidente della Repubblica, ricevendo al Quirinale il vecchio liberale Mario Missiroli, gli disse: "devo fare l'anticlericale"; erano quelli, infatti, i tempi di Gedda e di Pacelli. Oggi questo compito spetta a Draghi, che si accinge a salutare il Papa a Fiumicino.
Probabilmente, toccherà al Presidente del Consiglio constatare, concordemente con Bergoglio, che la Repubblica Italiana è uno Stato laico. Tale è il miglior viatico per una missione "in partibus infidelium", dove i fautori della teocrazia abbondano.
Toccherà proprio a Bergoglio spiegare a costoro quali sono i vantaggi della separazione tra lo Stato e la Religione. Che vale tanto per i musulmani quanto per noi.