Draghi ha incontrato i vescovi italiani, e naturalmente da questo confronto è emersa la concorde volontà di unire la comunità nazionale nella causa comune della lotta contro l'epidemia.
Questo esito era naturalmente scontato, ma ci domandiamo ora quali siano le implicazioni giuridiche e politiche di questo "idem sentire", tanto esibito quanto indubbiamente sincero. Se infatti tale atteggiamento risultasse indotto soltanto dall'attuale stato di necessità, l'Italia perderebbe una grande occasione, forse l'ultima, in cui possiamo ancora stabilire una autentica pace civile.
Ci è capitato più volte di ricordare come la Chiesa abbia preservato due volte l'unità nazionale, prima dopo la disfatta di Caporetto, e poi dopo l'otto settembre, vale a dire quando si era consumato rispettivamente il fallimento tanto dello Stato liberale quanto dello Stato fascista. Non riteniamo certamente che la responsabilità di questi disastri debba essere imputata alla Chiesa. Contribuì tuttavia alla debolezza dello Stato unitario il dissidio con la Santa Sede, e di conseguenza il suo ripudio da parte dei cattolici. Se è vero che essi compirono il proprio dovere di cittadini durante la Prima Guerra Mondiale, è altrettanto vero che la carenza di legittimazione originata dal venti settembre condizionò negativamente le vicende successive dello Stato unitario. Paradossalmente, la lealtà dei cattolici verso lo Stato risultò garantita - essendo stati stipulati nel frattempo i Patti Lateranensi - quando venne intrapresa dal fascismo una guerra completamente ingiusta, impopolare e contraria all'interesse nazionale, mentre questo atteggiamento non era stato sollecitato dalla Chiesa quando il conflitto era sentito come una causa comune degli italiani.
Oggi possiamo contare tanto su di un sentimento concorde della popolazione quanto sull'assenza di un contenzioso giuridico tra le due sponde del Tevere. Tutto bene, dunque? Non necessariamente. I vescovi si sono confrontati con un Presidente del Consiglio credente e praticante in privato, ma anche convinto fautore della laicità dello Stato, convinto assertore della sua facoltà di regolare i rapporti tra i cittadini non necessariamente in conformità con il precetto religioso.
Ci domandiamo dunque se i vescovi, o almeno alcuni di essi, concepiscano un retro pensiero, consistente nell'auspicare che una disfatta della Repubblica, dopo quelle della monarchia e del fascismo, possa portare alla ricostituzione di uno Stato confessionale: cioè al ripristino della situazione precedente alla "breccia di Porta Pia". Qualcosa di simile avvenne nel 1929, quando il Concordato stabilì che la religione cattolica divenisse "ufficiale". Tale esito si ripetè "mutatis mutandis" quando la Santa Sede pretese dalla Democrazia Cristiana - partito divenuto egemone in seguito al ruolo di supplenza dello Stato assunto dalla Chiesa tra il 1943 ed il 1945 - di rinnegare nei fatti il proprio carattere ufficialmente non confessionale per opporsi alla introduzione del divorzio, basandosi anche sulla lettera del Concordato, che rimetteva alla norma canonica la regolazione degli effetti civili del matrimonio.
Speriamo che la storia non si ripeta, anche perchè molti nuovi vescovi, nominati da Bergoglio, sono dei cattolici liberali. E' però anche possibile che anche lo Stato post fascista conosca anch'esso la sua Caporetto, o il suo otto settembre. Possiamo infatti prevedere l'esito politico e sociale della epidemia. Che cosa avverrebbe se la Repubblica dovesse collassare? Prima di ipotizzare la risposta a questa domanda, dobbiamo adoperarci per evitare un esito simile. Ciò significa collaborare lealmente con lo Stato, inteso come la casa comune dei credenti e dei non credenti. La Chiesa non deve dunque approfittare della situazione per mettere in discussione il suo carattere laico.
La comunità dei credenti dovrà accontentarsi di un riconoscimento - peraltro doveroso - del ruolo che essa svolge nel mantenere la coesione del tessuto sociale. Draghi ha incontrato i vescovi poco dopo aver sostituito Arcuri - l'amico di Benotti - con un generale. Gli ufficiali e gli alti prelati hanno in comune l'appartenenza ad una sorta di ordini iniziatici, che si fondano in entrambi i casi sulla virtù e sulla sapienza. Ciò induce, nei momenti difficili, a confidare negli uni e negli altri. Non ne deve però risultare nè una dittatura militare, nè una teocrazia. Le future gerarchie verranno però stabilite in base ai meriti acquisiti da ciascuno nella fase di emergenza. Si sta formando, come avviene in occasione di ogni conflitto, una nuova classe dirigente, che non verrà selezionata secondo i vecchi parametri e le vecchie discriminanti, ma in base a quanto ciascuno sarà capace di fare.



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Mario Castellano  12/03/2021
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