L'anniversario dell'unità nazionale costituisce una solennità inventata di sana pianta, dal momento che non esiste nel calendario una data di nascita dello Stato italiano, generato da una gestazione iniziata con l'emanazione dello Statuto albertino e giunta a compimento con la Breccia di Porta Pia.
In questo clima fintamente festivo - essendovi in realtà ben poco di cui rallegrarsi - si inserisce una nota stridente, taciuta "per carità di patria" dai mezzi di informazione.
Le due obbedienze massoniche, Palazzo Giustiniani e Piazza del Gesù, stanno per chiudere bottega, alla stregua della più scalcinata delle trattorie a gestione familiare, non ricevendo più dalla periferia le "capitazioni", cioè le quote corrisposte periodicamente da ciascuno dei "fratelli". Sembrano remoti i tempi in cui il Gran Maestro dei "giustinianei" faceva il grandioso nella sua lussuosa residenza ufficiale del vascello, dove offriva pranzi e cene alle più svariate autorità, forte di un "budget" valutato in due miliardi di lire all'anno. Si spiega bene perchè costui fece modificare gli statuti per prolungare il suo mandato.
La "istituzione", come la chiamano gli affiliati alla "libera muratoria", stava in realtà vivacchiando da molto tempo. In Liguria, si dice di chi versa in questa situazione che "rema e gotta". Dalle nostre parti, c'era un "venerabile maestro" che dapprima aveva proibito in occasione delle tornate l'esecuzione dell'inno nazionale, e poi aveva perfino tentato di rimuovere il tricolore italiano dal tempio. Le "autorità dell'Oriente" gli impedirono di consumare anche questo sfregio ai simboli dell'unità, non già appellandosi al rapporto storico tra la massoneria ed il Risorgimento, bensì facendo burocraticamente appello agli statuti.
Tale iconoclastia si spiega con il fatto che il "venerabile" in questione era - nella sua vita profana - un dirigente della "Lega Nord", e in quei tempi, Bossi invitava a "mettere nel cesso" la nostra bandiera. Nella stessa città, c'era un imprenditore che aveva fondato una loggia personale, iscrivendovi tutti i dipendenti. Le capitazioni erano pagate da lui stesso come "fuori busta", in cambio però di un sostanziale prolungamento dell'orario di lavoro fino alle ore piccole. Essendo l'impresario attivo nel settore dell'edilizia, i suoi impiegati erano doppiamente "muratori".
Analogamente, il "fratello" in conflitto con i simboli della nazione aveva reclutato nella sua "officina" l'intera sezione della "Lega Nord" in cui militava. Erano naturalmente banditi i "terroni", con il risultato che una istituzione sorta per affermare l'uguaglianza praticava sfacciatamente il razzismo. Essendo piena - e praticamente ufficiale l'identificazione della "istituzione" con la destra, non vi erano ammessi gli antifascisti, malgrado la memoria della "affiliazione" decretata da Mussolini, il quale sciolse le logge, fece devastare dagli squadristi i templi massonici e mandò al confino i due "Gran Maestri".
L'ostilità del "duce" nei riguardi della libera muratoria ha anche a che fare con la nostra vicenda familiare. Mussolini aveva già tentato inutilmente di essere iniziato in Romagna, poi - trovandosi nel 1908 ad Oneglia - ritornò alla carica "bussando" alla porta della loggia "Garibaldi", costituita dai veterani delle guerre risorgimentali, di cui era all'epoca "venerabile" il capitano Giuseppe Languasco, nostro bisnonno. Il quale rifiutò l'iniziazione del giovane agitatore socialista, dicendogli chiaramente che non lo reputava "uomo libero e di buoni costumi". Mussolini, infatti, aveva la cattiva abitudine di non onorare i debiti. Un ultimo tentativo di essere iniziato sarebbe fallito l'anno seguente a Trento, presso la massoneria austriaca.
A questo punto, Mussolini giurò di vendicarsi sui "fratelli", che fece espellere dal partito socialista in occasione del congresso di Reggio Emilia del 1912. Ne fece le spese l'onorevole Orazio Raimondo di Sanremo. Più tardi il "duce" si sarebbe ulteriormente vendicato.
Ai giorni nostri, si è consumata una sorta di nemesi storica più completa: i fascisti escludono dalle logge gli antifascisti. Se la "istituzione" rinnega tanto l'unità nazionale quanto l'avversione alle dittature, ci domandiamo che cosa ci stia a fare. Nel meridione, essa svolge la funzione consistente nel coprire con il proprio segreto le complicità mafiose, e proprio a causa della commistione con la criminalità organizzata il duca di Kent, Gran Maestro della massoneria universale, ritirò a suo tempo il suo riconoscimento ai "fratelli" italiani, senza più ripristinarlo.
A parte le disavventure dei "liberi muratori", l'anniversario dell'unità non esce da una dimensione puramente retorica. Non a caso, lo commemora soltanto "La Repubblica", secondo cui Cavour si era reincarnato in Conte.
In Francia, lo "spirito repubblicano" esiste ancora, al punto che il quattordici luglio viene celebrato come una grande festa popolare. Noi non ne abbiamo l'equivalente, anzi vi è addirittura chi commemora pubblicamente tutti coloro che si opposero all'unità, dai "sanfedisti" fino agli insorti nel nome di Francesco II di Borbone, definiti ingiustamente "briganti". A Sari, il sindaco ha premiato un suo concittadino, discendente da colui che uccise l'eroe del Risorgimento Carlo Pisacane. In Lucania, si organizza ogni anno una rievocazione in costume delle battaglie sostenute da Carmine Crocco contro gli invasori piemontesi, cui partecipano migliaia di figuranti. Nel basso Lazio, si svolge la sagra della "cucina dei briganti". E' stata anche costituita l'associazione femminile delle "brigantesse d'Abruzzo". La commemorazione della difesa di Gaeta e di Civitella del Tronto vede accorrere da ogni dove falangi di "neoborbonici".
La Chiesa si accinge a canonizzare, su iniziativa del cardinale Sepe, Francesco II, re di Napoli. Pio IX, d'altronde, è già asceso agli onori degli altari. L'autorità ecclesiastica ritiene evidentemente che Mastai Ferretti abbia manifestato le sue "virtù eroiche" (?!) facendo mettere a morte i patrioti, che la professoressa Pellicciari descrive come mascalzoni nelle sue radioconferenze, trasmesse da padre Fanzaga.
Quale conclusione si può trarre da tutto questo fervore di iniziative, destinato verosimilmente ad accrescersi? Una nazione si fonda essenzialmente sulle sue memorie comuni. Se manca questa base, la nazione - semplicemente - non esiste. La si può inventare, ma per questo occorre realizzare una sintesi tra gli opposti. Alla sintesi si perviene però dopo avere confrontato la tesi e l'antitesi. Che cosa avviene se chi espone l'una viene alle mani con chi sostiene l'altra? In tal caso, non si può fare altro che prendere atto della irriducibilità della discordia. Manca, per l'appunto, la base necessaria per una convivenza. Perfino i "fratelli" massoni si sono dimostrati incapaci di praticare tra di loro la tolleranza.
Quando una loggia cessa di esistere, si dice che viene "demolita". Qui bisogna demolire tutta la "istituzione".     

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Mario Castellano  21/03/2021
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