Quando si incontra per la prima volta una persona, succede a volte di notare nel suo comportamento dei dettagli che possono rivelare la sua indole e le sue intenzioni.
. L'osservatore esperto ed acuto li annota con cura, in attesa che una conoscenza più approfondita porti a ridimensionarli, oppure li faccia considerare effettivamente significativi.
Letta ha pronunziato un discorso in cui non ha mai pronunziato la parola "sinistra". Il nostro pregiudizio, il nostro riflesso condizionato può farci concludere che per il segretario l'identità romanocentrica risulta prevalente rispetto all'identità ideologica. Non ci sarebbe nessun motivo di meraviglia - tanto meno di scandalo - se il "nipotissimo" si sentisse più simile al "conte zio" che ad un operaio della Fiat o ad un piccolo imprenditore del nord-est. Questo suo atteggiamento fa certamente piacere all'altro Letta, che vede finalmente coronato il sogno da cui è sempre stata ispirata la sua azione politica, quello di vedere i democratici seduti nello stesso Governo con i suoi correligionari berlusconiani.
Questo progetto è stato realizzato dal nipote, sagacemente dislocato "in partibus infidelium". Non è sfuggita a nessuno - tranne agli agiografi de "La Repubblica" - che nel suo discorso abbia attaccato Salvini, ma non Berlusconi, cui la sua famiglia deve gratitudine. L'annacquamento della identità del partito ex comunista serve indubbiamente a consolidare un risultato importante, ma ancora fragile. Non è comunque il caso di fare il processo alle intenzioni del nipote, tanto più considerando che egli si muove nel solco del familismo meridionale: i Letta vengono infatti dall'Abruzzo.
Può valere per il segretario l'equivalente della famosa espressione dell'agnostico Benedetto Croce: "non possiamo non dirci cristiani". Questa radice religiosa era infatti tanto profonda ed estesa che tutti potevano considerarsi suoi frutti. Ciò, però, significava riconoscere che la fede in Cristo era egemone nella nostra cultura. Analogamente, certi valori, propri un tempo della sinistra, sono diventati così generali e diffusi che tutti si riconoscono in essi. Ciò vale soprattutto per l'aspirazione alla giustizia: tutti, infatti, dichiarano di perseguirla. Occorre però chiarire in che modo, e qui la distinzione tra la destra e la sinistra ritorna inevitabilmente in vigore.
Draghi si accinge certamente a realizzare una grande redistribuzione della ricchezza, e tutta quanta la maggioranza dovrà seguirlo - "bongré, malgré" - in questa scelta. Se però la presenterà come una necessità imposta dalla situazione economica, il Presidente del Consiglio si troverà sostanzialmente disarmato davanti ad una destra che lo sosterrà a Palazzo Chigi, a Montecitorio e a Palazzo Madama, ma lo saboterà su tutte le piazze d'Italia. Non rimarrà, a questo punto, a Draghi e Letta, altra scelta che mobilitare la sinistra. Questo, però, risulta molto difficile per chi non osa nemmeno nominarla, come se appartenere alla sinistra fosse una vergogna: quale è certamente per chi frequenta il salotto della contessa Angiolillo.
In questa parte d'Italia, dove la sinistra ha cessato da tempo immemorabile di dare segni di vita, a sostenere il Governo di Draghi rimangono soltanto la prefettura (comunque chiusa al pubblico per l'epidemia) e le forze di polizia. Troppo poco per fronteggiare una prova di forza decisiva per la stessa sopravvivenza della Repubblica.
Letta non ha neanche convocato a Roma i "mille" della "direzione nazionale". E' come se Garibaldi anzichè riunirli sullo scoglio di Quarto, si fosse limitato ad inviare a ciascuno una lettera personale. Se i capi del partito non se la sentono di assumere - per svolgere le loro funzioni - lo stesso rischio cui si espongono quotidianamente non soltanto i professori di medicina, ma anche le cassiere dei supermercati, è vano sperare che i dirigenti democratici si mettano alla testa di una mobilitazione. Qualora invece il viaggio a Roma avesse comportato delle spese eccessive, si sarebbero potuti utilizzare i fondi raccolti con le sue cene da Buzzi, il socio di Carminati. C'è tuttavia ancora chi crede, con fede messianica, che un giorno la sinistra prevarrà, malgrado i suoi dirigenti. Bisogna però vedere comse si realizzerà tale esito storico.
All'inizio della guerra civile spagnola, il generale franchista Millan Astray gridò nell'università di Salamanca: "via la morte!". Miguel De Unamuno gli rispose con la sua famosa frase: "potrete vincere, ma non potrete convincere"; vale la pena di morire soltanto nel nome di ciò per cui vale la pena di vivere.
Purtroppo, però, Draghi e Letta non ci dicono per che cosa dobbiamo vivere, cioè da quale idea dell'Italia essi sono ispirati, al di là della contingenza. I musulmani, che sono - tra gli abitanti del meridione del mondo - quelli collocati davanti a noi, con i quali dobbiamo fare i conti, dicono sempre che amano la morte, mentre noi amiamo la vita. Evidentemente, li anima un ideale nel cui nome sono disposti a perderla.
Nessuno pretende che i componenti della "direzione" democratica agiscano come i volontari dell'islamismo. Essi, però, potrebbero dimostrare lo stesso disprezzo del pericolo che viene esibito dai conducenti degli autobus. Altrimenti, la rivoluzione potrà essere realizzata in casa nostra soltanto da qualche soggetto straniero.
Uno è già tra noi, e per fortuna è anche cristiano. Si chiama Jorge Mario Bergoglio.