"Sopportiamo con rassegnazione il colmo di quei mali che al loro primo apparire ci avevano fatto imbestialire". Con questa sua sentenza, Alessandro Manzoni, commentando la passività con cui i milanesi avevano tollerato il culmine della carestia, dopo che alle sue prime avvisaglie si era dato l'assalto ai forni, esprime una verità valida per ogni tempo e per ogni luogo.
Nei giorni scorsi, ci siamo nuovamente incontrati a Nizza con un personaggio italiano residente in Francia, uomo dal passato burrascoso, ma certamente in possesso - proprio a causa della sua lunga e drammatica esperienza - della lucidità e della preparazione necessarie al fine di valutare l'attuale situazione del nostro Paese. L'uomo è stato incaricato di tracciarne un quadro, acquisendo e confrontando i dati in base ai quali rispondere a due domande: la prima riguarda i sintomi di un eventuale movimento di opposizione in grado non soltanto di rovesciare l'attuale Governo, ma anche di sovvertire le istituzioni. In secondo luogo, qualora la risposta al primo quesito fosse affermativa, se un appoggio offerto da qualche soggetto straniero potrebbe portare ad una disgregazione territoriale dello Stato. Nell'ambito della sua raccolta di informazioni e di valutazioni, il nostro connazionale ha chiesto gentilmente di incontrarci, e dalle lunghe conversazioni che ne sono scaturite è sorto tra noi un rapporto improntato a reciproca stima e correttezza, quasi una amicizia: malgrado che in passato - pur senza mai conoscerci personalmente - ci siamo schierati e abbiamo agito su fronti politici contrapposti. Inutile aggiungere che questi incontri ci hanno fatto piacere, soprattutto in quanto dimostrano che certe ostilità si possono essudare, e comunque non generano alcun pregiudizio, nè sull'uno, nè sull'altro versante.
L'interlocutore è giunto ad una conclusione ben precisa. L'Italia - malgrado si manifestino qua e là alcuni conati eversivi, che si possono paragonare - sempre rifacendosi ai Promessi Sposi - al saccheggio del "forno delle grucce" - rimane sostanzialmente passiva. Se una immagine può illustrare icasticamente l'analisi del nostro interlocutore, è quella della fila dei milanesi (anche qui si ritorna al Manzoni) che fanno la coda per ricevere il "pane dei poveri". Il giornale che la pubblica commenta trattarsi in prevalenza di borghesi. I ceti subalterni, in particolare quelli composti da immigrati di altra origine - possono contare sulle loro rispettive forme di solidarietà collettiva.
Noi non nutriamo nessun risentimento, ma ricordiamo bene l'egoismo sociale e l'agressività dimostrata da certa borghesia italiana ogni volta che si manifestava qualche conato riformistico. Fu così quando una campagna di terrorismo economico causò la fine dell'esperienza del centro-sinistra, e fu così quando gli operai, dopo cinque lustri di compressione salariale, presentarono nel 1969 il conto del loro contributo alla ricostruzione del Paese. Lo stesso berlusconismo, appoggiato dal settore ecclesiastico che faceva capo al cardinale Ruini e fondato sulla pretesa di prorogare la "conventio ad excludendum" ai danni degli ex comunisti dopo la caduta del Muro di Berlino, costituì l'ennesima prova delle corte vedute dei nostri borghesi. Che ora, anzichè trovarsi al culmine della loro parabola storica, scoprono di essere completamente rovinati, presi come in una tenaglia tra l'imminenza di una "patrimoniale" imposta da Draghi per fare quadrare i conti pubblici e l'inesorabile cessazione di tante attività imprenditoriali e professionali. Questa borghesia potrebbe riciclarsi se la sua egemonia trovasse un fondamento nella cultura. Che viene però espressa soltanto dal suo settore liberale, sempre minoritario nel Paese, anche se da esso si deve necessariamente attingere per costituire un ceto di governo. Che ora è guidato precisamente da un grande borghese come Draghi. Il quale può soltanto procedere alla liquidazione del ceto sociale cui egli stesso appartiene.
Ci domadiamo dunque, arrivati a questo punto della nostra vicenda nazionale, se la borghesia italiana sia divenuta realmente "classe generale". Essa certamente ha imposto l'unità nazionale, e poi ha realizzato un certo grado di sviluppo economico, ma non è mai riuscita ad essere tale sul piano politico. Per questo, sarebbe stato necessario costruire un sistema rappresentativo che includesse anche subalterne. Certamente, il massimalismo dei socialisti, e poi la subalternità all'Unione Sovietica dei comunisti, hanno regalato alla destra due argomenti, costituiti dalla "immaturità" della classe operaia, ed in seguito dalla necessità di mantenere l'Italia nell'ambito dell'Occidente. Proprio per questo, però, sarebbe spettato alla rappresentanza politica della borghesia farsi carico di uno sviluppo del Paese che tenesse conto delle aspirazioni alla libertà e alla giustizia. Abbiamo invece avuto prima la repressione imposta dal fascismo, e poi l'immobilismo propiziato dalla destra democristiana.
Nel nome di che cosa la borghesia italiana potrebbe dunque opporsi alle scelte necessariamente collettivistiche di Draghi, che sanzionano la sua rovina economica? Possiamo considerarci fortunati se il Presidente del Consiglio è un convinto democratico, alieno dalle tendenze autoritarie ed illiberali del suo predecessore. Draghi è decisamente il male minore che ci potesse capitare.
Si è detto che Mussolini realizzò quel tanto di socialismo possibile nella situazione di allora, e che De Gasperi mantenne quel tanto di libertà possibile nel suo tempo. Draghi, che conclude la vicenda iniziata con la fine della guerra commissariando il sistema politico della Repubblica, preserverà la democrazia fin dove può essere preservata. Quanto meno, non saremo controllati dalla polizia politica cinese, ristretta per fortuna negli angusti confini dello Stato Città del Vaticano.
Come potrebbe la borghesia italiana insorgere in difesa della libertà e della giustizia se non ha mai creduto in questi valori, e non li ha mai praticati? L'altro suo fallimento consiste nel non avere effettivamente unificato il Paese, controllando il Meridione - sempre ridotto nella condizione di colonia interna - mediante lo stesso ceto di collaborazionisti dei conquistatori piemontesi che è stato di volta in volta liberale, fascista, democristiano, berlusconiano, ed ora si riduce ad aderire al partito della "Lega Nord". Non c'è limite al masochismo.
Oggi l'unica speranza del Meridione, che la crisi economica rende sempre più sottomesso alle mafie, è rappresentato dall'autonomismo radicale proprio di alcuni Presidenti di Regione, dell'uno e dell'altro schieramento. Il che dimostra come non valgano più le vecchie "dicotomie". Ha comunque ragione il nostro interlocutore quando non scorge, guardandosi attorno, nessun sintomo e nessuna speranza di ribellione. Svanita la classe operaia, la borghesia va incontro ad una generale sottoproletarizzazione, che la lascia in preda ad un senso drammatico di frustrazione. C'è chi si uccide, chi si rifugia nella fede religiosa, chi si criminalizza praticando delle millanterie che un tempo fruttavano dei guadagni, ed oggi risultano soltanto patetiche.
Paolo Celi riesce a farsi ricevere dal Papa con la scusa che gli deve consegnare un panettone. Nel tempo del Rinascimento, ci sarebbe voluto un quadro di un grande pittore: segno che anche il Vaticano deve ridurre le sue pretese. Di questo passo, presto basterà una "merendina".
Abbiamo preso in esame, nel nostro precedente articolo, la consorteria di "uomini di potere" immaginari che si riuniscono allo "Star Hotel" di Genova Brignole, scroccando il pranzo al povero Ubaldo Santi. Il quale, a sua volta, si presenta come l'interlocutore genovese di Putin.
Costoro ricordano la borghesia rappresentata nel teatro di Cecov, che non riusciva ad essere "classe generale". Il passato era stato incarnato dalla nobiltà, ed il futuro apparteneva al popolo. In mezzo c'erano soltanto delle velleità, un senso drammatico di vuoto che non poteva essere riempito da nessun autentico ideale, nessuna autentica capacità. Nel nome del passato, non può avvenire nessuna rivoluzione, ma soltanto una effimera restaurazione. La rivoluzione è opera di chi guarda al futuro. Che però appartiene a chi è in grado di esprimere una nuova cultura.
I borghesi italiani non posseggono nè quella necessaria per decifrare il presente, nè quella che serve per costruire il futuro. Manca loro la speranza necessaria per sollevarsi.

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano  01/04/2021
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved