I rapporti di Oneglia con la lontana Cina si perdono in un passato circonfuso di leggenda: al punto che risulta difficile accertare se veramente sono esistiti.
Una studiosa americana ha messo in dubbio che Marco Polo sia stato davvero nel lontano Catai: oltre al risaputo indizio consistente nel fatto che “Il Milione” non parla assolutamente della Grande Muraglia, costei cita a supporto della tesi negazionista la confusione delle memorie del grande Veneziano, segno – a suo dire – del fatto che costui si sarebbe in realtà fermato in India, ove avrebbe raccolto testimonianze di chi in Cina c'era stato per davvero.Una studiosa americana ha messo in dubbio che Marco Polo sia stato davvero nel lontano Catai: oltre al risaputo indizio consistente nel fatto che “Il Milione” non parla assolutamente della Grande Muraglia, costei cita a supporto della tesi negazionista la confusione delle memorie del grande Veneziano, segno – a suo dire – del fatto che costui si sarebbe in realtà fermato in India, ove avrebbe raccolto testimonianze di chi in Cina c'era stato per davvero.
Analogamente, alcuni nostri marinai avevano toccato – a loro dire – i porti del lontano Paese, riportandone memorie pittoresche ma alquanto confuse.
Non meno confuse, comunque, di quelle riguardanti Buenos Aires ed altri scali dell'America Meridionale, dove invece erano certamente approdati.
Rimanendo alle memorie di cui è rimasta una prova certa, nel dopoguerra arrivò la prima ondata di immigrati cinesi in Italia, di cui si diceva facessero base a Bologna e provenissero tutti dallo stesso villaggio.
Costoro erano dediti alla vendita ambulante di cravatte, da cui l'imitazione un poco razzistica del loro incerto italiano: “ Tu dale mille lile, io dale te clavatta”.
L'accessorio dell'abbigliamento veniva comunque venduto a prezzo fisso per tale importo, indubbiamente più economico di quello praticato nei negozi locali.
Il “dumping” accompagnò dunque i Cinesi fin dal loro esordio nel “Bel Paese”.
Quanto all'incapacità di pronunziare la “erre”, si trattava invece di un pregiudizio razzista, annunziatore di ben altre calunnie che avrebbero colpito successivamente i “Vu' Cummprà”, cui si attribuiva il proverbiale: “Compra tappeto, compra tappeto di Marocco”.
Ora l'insediamento degli extracomunitari è divenuto dilagante, e per quanto riguarda per l'appunto i Cinesi si basa sulla attività di barbiere per uomo e parrucchiere per donna: praticata comunque anch'essa in “dumping”.
Il taglio di capelli per dieci Euro ha calmierato il mercato, alimentando però il risentimento dei colleghi locali
Si è dato addirittura un intervento dell'a Benemerita, essendo stata segnalata una apertura del negozio durante il “lock down”.
Tale disavventura non ha tuttavia scalfito la proverbiale tenacia dei discendenti dalla “Stirpe del Drago”: i quali deriverebbero la loro durezza da quella dei denti del leggendario animale, di cui sarebbero discendenti.
Ora i rapporti tra gli immigrati ed i locali si sono rovesciati, al punto che il barbiere cinese ha assunto dei lavoranti indigeni, e frequenta la bottega solo alla domenica: nome che deriva per l'appunto da “dominus”, cioè “padrone.
A Roma, frequentavamo una barberia di via Vicenza, la strada che si diparte da Termini e corre parallela alla Chiesa dei Salesiani.
Con il titolare, romano di origine calabrese, facemmo amicizia in un modo singolare.
La prima volta che capitammo da lui, Bossi aveva appena tentato di installare la Capitale della “Padania” a Monza.
Sentimmo dunque dire, in allusione alla nostra persona: “Ce vonno pijà li Ministeri!”
Dovemmo subito chiarire che eravamo settentrionali, ma non secessionisti.
Il calabro – romanesco, essendo rimasto l'unico titolare italiano di un esercizio nella strada, ormai piena di “call center” e di “kebabbari” extracomunitari, dovette alla fine abbandonare la posizione, trasferendosi in via Nazionale.
Noi, però, continuammo a frequentare la sua ex barberia, acquistata da un africano.
Il quale è addirittura capo degli appartenenti alla sua tribù residenti a Roma, che festeggiano tutti insieme la loro solennità annuale.
La prima volta, il nuovo esercente ci offrì addirittura una birra.
Alla nostra domanda sul motivo di tanta ospitalità, rispose che eravamo il primo cliente bianco.
Osservammo a nostra volta che siamo orgogliosi della nostra famiglia interraziale (ed anche interreligiosa).
Ora anche Imperia è divenuta multiculturale.
Ieri sera, i nostri vicini musulmani, i Fatnasi, provenienti di Kairouan, città sacra della Tunisia, meta di pellegrinaggi e sede di un famoso cimitero, nel quale i Musulmani ambiscono ad essere seppelliti, ci hanno servito lo “Iftar”, cioè la cena che rompe il digiuno del Ramadan.
Più laicamente, i Cinesi della barberia ci hanno richiesto di dedicare loro un articolo.
Adempiamo ben volentieri, in attesa di essere invitati in occasione delle solennità buddiste.
Nei giorni scorsi è venuto a trovarci il capo della comunità induista, il quale però è un italiano convertito, originario della Puglia: cioè della più orientale delle nostre Regioni, tanto che ospita la Fiera detta per l'appunto “del Levante”.
Il due giugno, a Camporosso, verrà piantumato un olivo, simbolo di pace, da parte dgli Israeliti, rappresentati dal Presidente del loro “Concistoire” di Nizza, il Dottor Maurice Niddam, dei Cristiani, rappresentati dal Vescovo di Ventimiglia, Monsignor Antonio Suetta, e dai Musulmani, rappresentati dal Presidente della Comunità Islamica, il Signor Taki.
Saranno anche presenti il Pastore Evangelico di Vallecrosia ed il Parroco Ortodosso di Sanremo.
Quanto alle religioni non “abramitiche”, cioè Induisti e Buddisti, si prospetta - “pro hac vice” - la loro esclusione.
Speriamo ciò non dia luogo ad incidenti diplomatici: l'Ambasciatrice dell'India viene ogni tanto a pregare nel tempio di Altare (“Nomen , omen”).
Cervo, un tempo famosa per la “Chiesa dei Corallini”,è ora sede di un famoso “Imam”, che rivaleggia con il collega di Imperia, Roberto “Hamza” Piccardo.
La geografia religiosa del Ponente è ormai sconvolta, al punto che i tradizionalisti cattolici si sono ritirati nella Chiesa di Oneglia detta “dei Frati”, in quanto temono che la frequentazione da parte dei Peruviani della Collegiata di San Giovanni Battista dia luogo a riti sincretistici.
Mao Tse Tung – ritornando ai Cinesi - diceva: “La situazione è eccellente: c'è una grande confusione sotto il sole”.