Tra quanto sta avvenendo oggi e quanto successe nel 1968 esiste non soltanto una analogia, ma anche una sorta di "fil rouge".
Il Concilio, ed i documenti del magistero papale che lo avevano preceduto e seguito proponevano con forza il tema della giustizia sociale e dei diritti dei popoli. La generazione dei giovani di allora fece propri questi obiettivi.
La "politique politicienne" li aveva dimenticati, o quanto meno dimostrava di non disporre più degli strumenti culturali necessari a perseguirli in modo adeguato. Quando dunque si manifestò un movimento di protesta, esso venne criminalizzato, soprattutto da parte dei comunisti in quanto metteva a nudo l'impreparazione e l'opportunismo del loro partito. Il quale aveva dimenticato come il suo compito dovesse consistere nel capire quanto stava succedendo nella società, tentando di svolgere una mediazione e di discernere tra ciò che era realizzabile e ciò che apparteneva all'utopia. Rifiutando di dialogare con il movimento, tutte le sue rivendicazioni vennero respinte proprio da chi avrebbe potuto servirsene per svolgere in modo più efficace e più creativo il proprio ruolo di oppositore. Fu così che un settore del movimento di protesta finì per criminalizzarsi.
Ora si ripete la stessa situazione. Quanto sta avvenendo nelle piazze di tutta l'Europa occidentale ha le sue radici in una elaborazione compiuta in ambito religioso. La Chiesa si rivela dunque ancora una volta come il soggetto più capace di produrre cultura, e di decifrare i segni dei tempi. I partiti esistenti nel 1968 non furono in grado di realizzare nulla di tutto questo, e si condannarono così a sparire. Il che è puntualmente avvenuto, non appena venute meno le circostanze contingenti da cui essi venivano tenuti in vita. Allora, però, disponevano ancora di un seguito sufficiente per sostenere e giustificare la repressione.
Oggi nessuno, davanti ad una nuova ribellione che sta montando, dimostra di essere in grado di tentare una mediazione, e nemmeno di supportare la reazione dell'apparato dello Stato. Per mediare, occorre infatti capire le ragioni dei rivoltosi, e questo richiede a sua volta di possedere un minimo di cultura politica.
Nel 1968, si rivendicava la giustizia sociale, oggi si ricerca l'affermazione della propria identità. Se allora il sistema politico si limitò a difendere le proprie prerogative, anche oggi esso tenta di preservare i suoi residui privilegi. Se un politico si fosse interposto, tra San Silvestro e Largo Chigi, tra i dimostranti e la polizia antisommossa, avrebbe dimostrato che la nostra classe dirigente ha ancora un ruolo da svolgere. Questa gente è invece rimasta chiusa all'interno dei suoi palazzi, trincerandosi nella convinzione, sbagliata, che il problema fosse soltanto di ordine pubblico. Evidentemente, non si è più in grado di capire che cosa sta succedendo nella società, quali sono i bisogni ed i pensieri della gente. Il sistema non cadrà nè oggi, nè domani, nè dopodomani, ma la sua fine si annunzia ormai come inevitabile.
Post scriptum.
Un autorevole collega de "La Repubblica" ha dichiarato alla televisione che tutti i protestatari di Roma sono degli evasori. E' questo il destino di chi si impegna nelle contese civili: la parte avversa lo addita sempre come un criminale comune, anche se negli eserciti irregolari risulta impossibile impedire l'infiltrazione di questi soggetti.
A proposito di evasione, invitiamo comunque il collega a verificare se la proprietà del suo giornale è in regola con il pagamento dei contributi.