Nel 1967, la guerra detta "dei sei giorni" coincise con la mobilitazione della sinistra occidentale - non soltanto comunista - per la causa del Vietnam.
Nel 1967, la guerra detta "dei sei giorni" coincise con la mobilitazione della sinistra occidentale - non soltanto comunista - per la causa del Vietnam. Il conflitto nel Medio Oriente si collacava in un contesto politico e culturale completamente diverso: non si trattava infatti di un episodio della lotta di liberazione dal colonialismo, bensì del momento culminante dello scontro tra due opposti nazionalismi, quello arabo e quello ebraico. Non a caso l'uomo che aveva mobilitato le masse - non soltanto egiziane - era Nasser, cioè il personaggio che del nazionalismo arabo riassumeva in sè tutte le caratteristiche. Nella sua figura confluivano infatti l'ostilità nei confronti dell'Occidente, insieme con una vaga aspirazione al socialismo: ambedue queste tendenze contribuivano ad orientare la sua politica estera verso l'alleanza con l'Unione Sovietica Nel 1967, la guerra detta "dei sei giorni" coincise con la mobilitazione della sinistra occidentale - non soltanto comunista - per la causa del Vietnam. Il conflitto nel Medio Oriente si collacava in un contesto politico e culturale completamente diverso: non si trattava infatti di un episodio della lotta di liberazione dal colonialismo, bensì del momento culminante dello scontro tra due opposti nazionalismi, quello arabo e quello ebraico. Non a caso l'uomo che aveva mobilitato le masse - non soltanto egiziane - era Nasser, cioè il personaggio che del nazionalismo arabo riassumeva in sè tutte le caratteristiche. Nella sua figura confluivano infatti l'ostilità nei confronti dell'Occidente, insieme con una vaga aspirazione al socialismo: ambedue queste tendenze contribuivano ad orientare la sua politica estera verso l'alleanza con l'Unione Sovietica.
La figura di Nasser è stata paragonata con quella di Fidel Castro. Se Nasser non fu mai comunista, Castro era divenuto tale provenendo da una radice ideologica inserita nel radicalismo latinoamericano, in cui confluiva l'avversione nei riguardi delle dittature con l'aspirazione ad un riscatto sociale del continente. Il giovane rivoluzionario non si sarebbe mai convertito all'ideologia totalitaria comunista, e soprattutto non avrebbe stipulato una alleanza diseguale con i sovietici, se l'amministrazione di Eisenhower non avesse reagito con diffidenza ed ostilità ad alcune misure adottate dal nuovo potere cubano, ed in particolare alla nazionalizzazione di alcuni zuccherifici di proprietà statunitense.
Negli Anni Trenta il presidente del Messico, Lazaro Cardenas, aveva colpito ben più duramente gli interessi nordamericani nazionalizzando l'estrazione del petrolio. Roosevelt comprese però che i buoni rapporti con il vicino del sud, e più in generale con l'America Latina, dovevano essere preservati, rispettandone le scelte. L'atteggiamento di Eisenhower fu invece condizionato dalla guerra fredda, con il risultato di aggravarla, portandola nell'emisfero occidentale. Si può tracciare, a questo riguardo, un parallelo con la nazionalizzazione, da parte di Nasser, del Canale di Suez, una misura inevitabile nell'ambito del processo di decolonizzazione. La reazione della Gran Bretagna e della Francia fu però decisiva nell'orientare Nasser verso l'alleanza con l'Unione Sovietica. Gli Stati Uniti avevano disapprovato e fermato l'intervento francese e inglese, ma in seguito il governo di Washington rifiutò di finanziare la diga di Assuan, la cui costruzione diede alla Russia la possibilità di installare in Egitto i propri "tecnici", tanto civili quanto militari. A questo punto, Nasser cominciò ad essere considerato dalle masse arabe come il campione della causa antimperialista, come avveniva presso quelle dell'America Latina per Fidel Castro.
I "liberi ufficiali" che avevano rovesciato la monarchia del re Faruk avevano visto d'altronde nell'Occidente il proprio nemico, fin da quando si erano impegnati in una sorta di resistenza contro l'occupante britannico, auspicando che l'Egitto venisse liberato ad opera dell'esercito tedesco. Il nazionalismo arabo era d'altronde tutto schierato dalla parte dell'Asse: il Mufti di Gerusalemme, ospite di Hitler a Berlino, reclutò i musulmani bosniaci nelle "SS", e Burghiba - parlando da Radio Bari - invitava i magrebini a sollevarsi contro la Francia. Quando, dopo la guerra, il contraltare dell'Occidente divenne l'Unione Sovietica, i dirigenti del nazionalismo arabo si rivolsero a Mosca in cerca di sostegno. Eppure, nel 1948, l'Unione Sovietica aveva riconosciuto per prima lo Stato di Israele, in funzione antinglese. In seguito, però, l'alleanza della Russia con Nasser divenne tanto stretta che Mosca avallò la pretesa, dichiarata espressamente da Nasser, di distruggere lo Stato ebraico. I comunisti italiani approvarono anch'essi questa posizione, e fu per questo che si scavò un solco, mai più colmato, con la stessa sinistra sionista, all'epoca al governo, come pure con l'ebraismo italiano, malgrado l'appartenenza di tanti suoi esponenti al movimento dei lavoratori, la persecuzione subita ad opera del regime fascista e la partecipazione eroica di tanti israeliti alla Resistenza.
L'errore che i dirigenti comunisti commisero nel 1967, e che non vollero mai correggere in seguito, consistette nell'assimilare i palestinesi con i vari movimenti di liberazione del "Terzo Mondo"; senza tenere conto del fatto che questi soggetti combattevano per la causa della liberazione dei popoli e della autodeterminazione, ma anche gli ebrei avevano costituito il proprio Stato nazionale, del quale si negava però lo stesso diritto all'esistenza. Non si può neanche dimenticare che in quegli stessi anni i regimi comunisti, a cominciare da quello sovietico, scatenavano una campagna antisemita, dissimulata con il pretesto di combattere il sionismo. Gli ebrei chiesero per questo il permesso di emigrare, che venne loro negato dalle autorità comuniste in quanto il loro arrivo avrebbe rafforzato Israele. Neanche da questa ingiustizia i comunisti italiani seppero dissociarsi. Per molti anni, dal 1967 in avanti, si manifestò in favore dei palestinesi, ai quali però non venne mai chiesto di riconoscere il diritto di Israele all'esistenza. In seguito, cominciò a farsi strada l'idea della soluzione dei due Stati: cioè della spartizione, rifiutata dagli arabi fin dal 1948. Quando però Arafat si vide offrire a Camp David tutti i territori occupati nel 1967, rifiutò di firmare la pace. Pur non essendo un islamista, il "leader" palestinese non ebbe il coraggio di opporsi alla pretesa millenaristica di reintegrare tutta la Terra Santa nel cosiddetto "Dar Al Islam".
Tutto quanto è avvenuto da allora in poi è conseguenza del sopravvento della ispirazione religiosa rispetto a quella originaria del nazionalismo, rendendo impossibile una soluzione del contenzioso territoriale fondata sulla ridefinizione dei confini. Se la sinistra italiana non seppe prendere le distanze da Nasser quando pretendeva di "gettare a mare" gli ebrei nel nome di una disciplina ideologica che la portava ad adeguarsi alle direttive di Mosca, oggi essa cade in un errore ancora più grave. I soggetti che si affrontano nella nuova guerra sono da una parte Israele, e dall'altra uno schieramento comprendente Hamas, la jihad islamica, i fratelli musulmani, la Turchia di Erdogan, Hezbollah e l'Iran, che considera la distruzione dello Stato ebraico - già di per sè inaccettabile - come la prima tappa di un processo che dovrebbe condurre - nelle intenzioni dichiarate dei suoi promotori - a rovesciare dapprima i regimi moderati arabi, e quindi ad acquisire la stessa Europa occidentale al "Dar Al Islam".
Non rimane che difendere la nostra identità, senza cadere nell'intolleranza verso chi è diverso, senza accettare che la sua sopravvivenza sia messa in questione.     

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Mario Castellano  24/05/2021
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