Le autorità italiane stanno praticando la censura preventiva ...
Le autorità italiane stanno praticando la censura preventiva - che costituisce naturalmente una pratica costituzionalmente illegittima - nei riguardi di ogni informazione o commento sull'epidemia che manifesti qualsiasi dissenso rispetto alla verità ufficiale. Quale sia però questa verità, non è mai stato chiarito, per un motivo molto semplice: qualora la si dichiarasse, verrebbe varcato anche formalmente il confine posto tra l'ideologia di Stato ed il dissenso, di cui in una dittatura dichiarata è vietata la manifestazione. Nelle semidittature, invece, la verità di regime non viene codificata formalmente, però esiste. Di conseguenza, la linea di confine tra il lecito e l'illecito, in materia di informazione e di espressione del pensiero - pur esistendo - non viene formalmente tracciata. Della sua esistenza, ci si accorge dunque solo quando la si supera, e si incorre di conseguenza in una sanzione. Neanche la sanzione, però, è codificata in una norma. Nel nostro caso, essa consiste - per ora - soltanto nella censura, cioè nella possibilità di comunicare quanto è avvenuto, nonchè le proprie opinioni al riguardo.
La legge - in uno Stato di diritto - è però, per sua natura, necessariamente pubblica. Ogni cittadino, infatti, deve sempre sapere con assoluta certezza e precisione che cosa è lecito e che cosa è illecito.
Prima della rivoluzione francese, sotto l'assolutismo, il sovrano poteva emanare norme destinate a rimanere segrete, mediante le cosiddette "lettres de cachet". Chi le violava veniva sanzionato, ma senza subire un processo. Per il semplice motivo che in tale sede le norme di legge avrebbero dovuto essere enunciate, per valutare la responsabilità dell'imputato. Così finì rinchiuso nella Bastiglia - tra gli altri - il marchese De Sade. Il quale aveva effettivamente commesso delle oscenità, ma non esisteva nessuna legge che pubblicamente le sanzionasse, per evitare precisamente che se ne parlasse in un dibattimento.
Anche l'attuale sparizione di articoli e servizi dai mezzi di comunicazione elettronici costituisce una sanzione che in uno Stato di diritto non dovrebbe essere applicata, in quanto chi la subisce non ha commesso un fatto costituente reato, nè contravvenzione amministrativa.
A questo punto, il lettore si domanderà perchè il Governo non propone al potere legislativo una norma che restringa la libertà di informazione per quanto riguarda l'epidemia, o addirittura non la introduca mediante un proprio decreto-legge. Non lo fa semplicemente perchè una simile norma verrebbe cassata dalla Consulta in quanto - come già scritto - costituzionalmente illegittima. In realtà, una norma limitativa della libertà di espressione già esiste, ed è contenuta in un atto di diritto internazionale che - non essendo qualificato come trattato - è stato sottratto al procedimento di ratifica del Parlamento. Si tratta precisamente del "Programma di attuazione del piano di azione per gli anni 2019-2020 sulla cooperazione sanitaria tra Italia e Cina", sottoscritto in data 8 novembre 2019. Tale atto vincola le parti contraenti ad impedire "errati comportamenti ed atteggiamenti non conformi degli operatori sanitari", cioè - in altre parole - la diffusione da parte dei medici di tesi scientifiche che manifestino un dissenso rispetto a quelle ufficiali. Con ciò, risulta limitata - oltre alla libertà di espressione - anche la libertà di ricerca e la libertà accademica.
Nè l'Ordine dei Medici, nè le autorità universitarie hanno però protestato. Curiosamente, chi non è un medico pare escluso dal divieto, la cui applicazione viene però estesa per analogia (?). L'inserimento dell'accordo con la Cina nell'ordinamento giuridico italiano ha avuto luogo - invece che mediante la ratifica parlamentare - con un atto emanato in data 19 marzo 2020 dall'AGCOM e definito "di richiamo per una adeguata e completa copertura informativa". La denominazione richiama sinistramente le direttive del "Minculpop". Già in precedenza, però, il Governo - in data 19 marzo 2020 - aveva stipulato un accordo con Google, Youtube, Facebook Italia e Twitter per "fare emergere notizie affidabili": il Minculpop non si limitava a censurare, ma imponeva ai giornali i contenuti. Anche oggi, Youtube non accetta gli articoli "che diffondono disinformazione, in contraddizione con le informazioni fornite sulla epidemia dalle autorità sanitarie".
Siamo già, dunque, nella dittatura dichiarata, in cui si può diffondere soltanto la verità ufficiale.

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Mario Castellano  31/05/2021
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