Il professor Alberto Melloni, intervenendo su "La Repubblica" in merito alla convocazione di un Sinodo della Chiesa italiana, esprime i propri dubbi sull'esito dell'iniziativa.
Il professor Alberto Melloni, intervenendo su "La Repubblica" in merito alla convocazione di un Sinodo della Chiesa italiana, esprime i propri dubbi sull'esito dell'iniziativa. Noi, pur rispettando profondamente l'opinione dell'illustre studioso, non condividiamo - per una volta - il suo pessimismo. Ci pare infatti che Melloni, nell'attesa di conoscere quali risultati produrrà l'iniziativa nel merito, sottovaluti l'importanza del metodo.
La nostra memoria più remota risale alla Chiesa degli Anni Cinquanta, quale potevamo viverla ed osservarla dalla nostra profonda provincia. Si svolgeva - letteralmente - una processione ogni settimana. L'estroversione fisica della comunità dei credenti - o meglio dei praticanti, essendo costretti i dissidenti a privatizzare la propria fede - che usciva dai templi per camminare nelle strade, faceva da contrappunto alla sua introversione ideologica. Ci si perdoni l'impiego di un termine appartenente più al vocabolario politico che a quello religioso. La logica della "ecclesia triunphans", basata da una parte sul successo elettorale della Democrazia Cristiana, e dall'altra parte sulla egemonia clericale instaurata in questo partito, portava ad una continua esibizione dell'influenza esercitata dalla Chiesa sulle masse, esibendo soprattutto l'obbedienza alla persona di Eugenio Pacelli.
Il Concilio avrebbe in seguito dimostrato che la Chiesa poteva anche essere luogo di discussione. E la discussione non avrebbe riguardato soltanto la visione del mondo propria dei cattolici, ma anche - se non soprattutto - la concezione stessa della comunità dei credenti. Quando ci toccò di vivere il Concilio, rimanemmo sorpresi, in quanto non avremmo mai immaginato - venendo da un tempo di esasperazione della disciplina e dalla conseguente mortificazione delle capacità critiche - che la Chiesa sapesse esprimere tante risorse intellettuali, tanta cultura e tanta intelligenza. La Chiesa pacelliana non sarebbe più risorta, ma quanto avvenne a partire dagli Anni Settanta fu una sorta di sua riproduzione in un pullulare di piccole chiese, tanto numerose quanti gli infiniti movimenti ecclesiali, che spuntavano come funghi.
Un nostro amico della diocesi di Ventimiglia, peraltro molto piccola, si prese lo sfizio di contarli, arrivando a quarantadue. Ciascuno di essi non esibiva tanto un proprio carisma specifico - fin qui non ci sarebbe stato nulla di male - quanto piuttosto la pretesa di incarnare la verità della fede.
A questo punto, ci si sarebbe atteso che i vescovi - in qualità di successori degli Apostoli - avessero qualcosa da ridire. Essi, invece, subirono passivamente questa espropriazione della loro competenza in materia di magistero, ed anzi in alcuni casi la assecondarono, essendo essi stessi affiliati all'uno o all'altro "movimento ecclesiale". La situazione che ne risultava era molto strana. Per assicurare una "reductio ad unum" della comunità dei credenti, la si spezzettava, favorendo una sorta di spirito di corpo delle diverse aggregazioni, ciascuna delle quali - salvo poche eccezioni - non si distingueva per l'originalità della propria elaborazione della cultura religiosa, bensì al contrario per lo spirito gregario.
La Chiesa finì quasi per ridursi ad una caotica aggregazione di sette, reciprocamente rivali. Quella che ebbe più fortuna fu la consorteria promossa da Don Giussani, e che espresse la figura di Formigoni, privilegiata su tutte le altre in quanto propugnava in politica l'avvento di uno Stato confessionale, mentre in campo economico estendeva la propria influenza fondando innumerevoli imprese. Mentre si innestava un conflitto con lo Stato laico, e con i cattolici liberali che in esso si riconoscevano, i seguaci del Movimento inseriti nel potere locale lo foraggiavano con gli appalti. Non paghi di ciò, essi elaborarono una teoria giuridica, detta della "sussidiarietà", in base alla quale le funzioni pubbliche potevano essere svolte da soggetti di diritto privato. Il Movimento, non potendo realizzare l'obiettivo di uno Stato confessionale finì per criminalizzarsi. Mentre Scola, entrato Papa in conclave, ne usciva cardinale, Formigoni entrava in prigione.
La convocazione del Sinodo si può paragonare - forse un poco arditamente - a quella degli Stati Generali nella Francia del 1789. Con la differenza che Luigi XVI pretendeva si votasse "per ordini", mentre Bergoglio dispone che si voti "per capita". Il fatto che il Sinodo non venga eletto come un parlamento (non erano d'altronde elettivi neanche gli Stati Generali) impedisce che vi si acceda in base alla appartenenza ai "movimenti ecclesiali". Che continueranno tuttavia ad esistere, con le loro pretese di rappresentare l'ortodossia: il che mette in grave pericolo l'unità della Chiesa. Si sarà comunque chiamati a far parte del Sinodo unicamente in quanto credenti, a prescindere anche dall'essere insigniti o meno del Sacramento dell'Ordine. Questo avviene già nelle Chiese ortodosse, nei cui "santi sinodi" si esprime la "sobornaya", termine slavo che si può tradurre per l'appunto con "sinodalità". La quale non riproduce la rappresentanza politica conferita ai deputati ed ai senatori, ma riflette piuttosto la capacità di definire che cosa sia la Chiesa, e come essa debba rapportarsi con la realtà secolare.
Non dubitiamo che il Sinodo italiano assecondi l'indirizzo del Papa. E' vero che quanti sono inseriti nella azione sociale svolta dalla Chiesa, come anche quanti si dedicano a coltivare le scienze religiose sono ancora minoranza nella Chiesa italiana. La maggioranza dei praticanti appartiene ancora ai vari "movimenti ecclesiali", anche se il rapporto di forze - sotto l'attuale pontificato - è già cambiato.
E' però incontrovertibile che non esiste nessuna alternativa alla concezione della Chiesa schierata dalla parte del movimento di liberazione dei popoli, affermata da Bergoglio. L'alternativa consiste nel rinchiudersi in piccoli gruppi autoreferenziali.
Nel 1789, quando gli "Stati Generali" decisero di votare "per capita" si trasformarono in assemblea costituente. Anche il Concilio venne inteso dalla Curia romana come occasione per ribadire la sua concezione della dottrina. I "Padri" decisero però di metterla in discussione. Il cardinale Ruini non deve preoccuparsi: nessuno gli taglierà la testa, come avvenne per Luigi XVI. Non ci sarà però neanche alcuna Vandea. Che insorse in quanto una parte del popolo francese non accettava la rivoluzione.
Oggi si oppongono alla riforma della Chiesa soltanto delle realtà residuali, che - come sempre avviene in questi casi - rischiano di criminalizzarsi: il che significa, nel caso specifico, uscire dalla comunità dei credenti.

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Mario Castellano  1/06/2021
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