Cambia lo stile di chi le redige e le pronunzia, più analitico e più sistematico quello di Monsignor Bagnasco ...
Cambia lo stile di chi le redige e le pronunzia, più analitico e più sistematico quello di Monsignor Bagnasco, più sintetico e a tratti quasi lirico quello di Monsignor Bassetti, ma le relazioni del Presidente della Conferenza Episcopale dinanzi all'assemblea plenaria dei vescovi italiani, tanto più da quando non si ascoltano più le relazioni dei segretari dei grandi partiti nelle sessioni dei rispettivi organi dirigenti, esprimono l'unica documentata ed eloquente rappresentazione della condizione sociale e culturale dell'Italia: la Chiesa, essendo ormai anche formalmente commissariata la sua rappresentanza politica, è rimasta l'unico soggetto che mantiene unita - per quanto è ancora possibile - la nazione.
Abbiamo omesso di riferirci alla condizione spirituale dell'Italia in quanto essa è conseguenza di ciò che avviene "dai tetti in giù", come diceva Monsignor Pellegrino. "Avvenire", riproducendo il discorso di Bassetti, lo ha corredato con i commenti espressi dagli ambienti non religiosi. E' desolante constatare come queste reazioni semplicemente non ci siano, salvo quelle dei sindacalisti. I quali, per effetto della loro tipica deformazione professionale, colgono nelle parole del cardinale soltanto il riferimento alla prevenzione degli infortuni sul lavoro. Nessuno, tra i politicanti, pare in grado di esprimere nè consenso, nè dissenso.
Della relazione del Presidente dei Vescovi, il nostro professore di religione avrebbe detto: "necelta quidem". I nostri dirigenti civili sono infatti degli analfabeti funzionali, anche se scrivono addirittura sui giornali sauditi. Oscar Wilde disse della Camera dei Comuni: "non ha nulla da dire e lo dice". Se i reggitori della "res publica" non capiscono come sta il Paese, dovrebbero almeno ascoltare chi è ancora in grado di spiegarlo, e dunque di indicare i possibili rimedi.
Negli ultimi anni del comunismo, i vescovi dei Paesi dell'Europa orientale esprimevano sulla condizione di queste nazioni delle analisi più pertinenti di quelle che i partiti al potere, ormai completamente sclerotizzati, non sapevano più neanche abbozzare. I comunisti, però, ignoravano le ammonizioni provenienti dalla Chiesa. Questo spiega perchè quei regimi sono caduti, mentre la comunità dei credenti esiste ancora. Ciò avverrà anche da noi.
Quanto condanna la nostra classe dirigente non è tanto il suo distacco dalla realtà, quanto piuttosto l'incapacità di esprimere una cultura. La Chiesa, pur con tutti i suoi limiti, è ancora in grado di farlo. Ciò le conferisce il prestigio che le istituzioni civili hanno perduto, e le permette di attrarre una parte, minoritaria ma significativa, dei nostri giovani. Quelli che sono impegnati tanto nella vita religiosa quanto nell'attività di aiuto sociale. Non esiste, viceversa, un giovane democratico. L'unico che ci è stato presentato, nella nostra città, mostra evidenti sintomi di disordine psichico. Tanto meno si trova un giovane leghista, berlusconiano o "pentastellato". Non esistono in realtà neppure i giovani di "Fratelli d'Italia", pur potendo questo partito lucrare del fatto di costituire l'unica opposizione presente nelle istituzioni rappresentative. Ciò gli permette di raccogliere il consenso di tutti gli scontenti, ma alla parte "destruens" della sua azione politica non corrisponde una parte "construens", precisamente in quanto l'esercizio dell'opposizione, in una democrazia bloccata e commissariata, non porta da nessuna parte.
Non rimane dunque, ai nostri giovani, che la scelta tra il rifugiarsi in altre forme di impegno - e questo è il caso di chi si dedica alla religione - o abbracciare una scelta rivoluzionaria. Questa opzione, però, può condurre ad un atteggiamento velleitario, ovvero ad incorrere nella illegalità, cioè a criminalizzarsi.
Sabato scorso, a Roma, "Casa Pound" ha riempito di circa settemila persone Piazza Santi Apostoli. "La Repubblica", che ormai non manda più i suoi cronisti per la strada, limitandosi a pubblicare le "veline" della Questura, ha asserito che erano centocinquanta. Si trattava comunque di giovani: molto minoritari, naturalmente, ma disposti ancora a mobilitarsi per una causa politica. Il loro movimento si rifà espressamente al fascismo, e questo dovrebbe di per sè indurli a valutarlo criticamente. Si deve però applicare ai suoi aderenti lo stesso metro di valutazione che si usa per tutti quanti aderiscono ad una causa nazionalista: questi giovani non sono identitari perchè sono fascisti, ma sono fascisti perchè sono identitari. Ciò conferma quanto abbiamo scritto tante volte, e cioè che i partiti non sono più in grado di esprimere cultura, e dunque non sono in grado di cogliere lo "zeit geist" dell'Italia, ed anzi del mondo, che tende - per l'appunto - alla affermazione delle identità. Chi si riconosce in quella religiosa, si riunisce intorno alla Chiesa. Chi sceglie quella regionale, milita nel separatismo. Chi ancora si considera italiano, diviene "sovranista". Il sovranismo esibito da Salvini è risultato fasullo, come già il suo paganesimo, il suo eretismo, il suo tradizionalismo.
"Casa Pound" appare dunque ad alcuni giovani come il soggetto politico più coerente. Questo movimento non avrà probabilmente lunga vita, ma rappresenta il brodo di coltura di un nuovo impegno politico. Certi nostri concittadini ci accuseranno ora di filofascismo, e lo faranno nel nome della Resistenza. Chi vi partecipò, reagì giustamente alla perdita dell'indipendenza nazionale. Dopo il 1945, quanti detennero nella nostra città la rappresentanza ufficiale della Resistenza collaborarono con le autorità di un Paese straniero - non certo alleato dell'Italia - e lo fecero nel nome di bassi interessi commerciali. Ciò costituisce l'esatto contrario della difesa e della preservazione dell'indipendenza nazionale.
Nella nostra città, non c'è nessun seguace di "Casa Pound", ma non c'è neanche nessun giovane democratico. Questo, però, anzichè preoccupare i suoi dirigenti, li conforta: nessuno, infatti, "disturba il manovratore".
Cambia lo stile di chi le redige e le pronunzia, più analitico e più sistematico quello di Monsignor Bagnasco, più sintetico e a tratti quasi lirico quello di Monsignor Bassetti, ma le relazioni del Presidente della Conferenza Episcopale dinanzi all'assemblea plenaria dei vescovi italiani, tanto più da quando non si ascoltano più le relazioni dei segretari dei grandi partiti nelle sessioni dei rispettivi organi dirigenti, esprimono l'unica documentata ed eloquente rappresentazione della condizione sociale e culturale dell'Italia: la Chiesa, essendo ormai anche formalmente commissariata la sua rappresentanza politica, è rimasta l'unico soggetto che mantiene unita - per quanto è ancora possibile - la nazione.
Abbiamo omesso di riferirci alla condizione spirituale dell'Italia in quanto essa è conseguenza di ciò che avviene "dai tetti in giù", come diceva Monsignor Pellegrino. "Avvenire", riproducendo il discorso di Bassetti, lo ha corredato con i commenti espressi dagli ambienti non religiosi. E' desolante constatare come queste reazioni semplicemente non ci siano, salvo quelle dei sindacalisti. I quali, per effetto della loro tipica deformazione professionale, colgono nelle parole del cardinale soltanto il riferimento alla prevenzione degli infortuni sul lavoro. Nessuno, tra i politicanti, pare in grado di esprimere nè consenso, nè dissenso.
Della relazione del Presidente dei Vescovi, il nostro professore di religione avrebbe detto: "necelta quidem". I nostri dirigenti civili sono infatti degli analfabeti funzionali, anche se scrivono addirittura sui giornali sauditi. Oscar Wilde disse della Camera dei Comuni: "non ha nulla da dire e lo dice". Se i reggitori della "res publica" non capiscono come sta il Paese, dovrebbero almeno ascoltare chi è ancora in grado di spiegarlo, e dunque di indicare i possibili rimedi.
Negli ultimi anni del comunismo, i vescovi dei Paesi dell'Europa orientale esprimevano sulla condizione di queste nazioni delle analisi più pertinenti di quelle che i partiti al potere, ormai completamente sclerotizzati, non sapevano più neanche abbozzare. I comunisti, però, ignoravano le ammonizioni provenienti dalla Chiesa. Questo spiega perchè quei regimi sono caduti, mentre la comunità dei credenti esiste ancora. Ciò avverrà anche da noi.
Quanto condanna la nostra classe dirigente non è tanto il suo distacco dalla realtà, quanto piuttosto l'incapacità di esprimere una cultura. La Chiesa, pur con tutti i suoi limiti, è ancora in grado di farlo. Ciò le conferisce il prestigio che le istituzioni civili hanno perduto, e le permette di attrarre una parte, minoritaria ma significativa, dei nostri giovani. Quelli che sono impegnati tanto nella vita religiosa quanto nell'attività di aiuto sociale. Non esiste, viceversa, un giovane democratico. L'unico che ci è stato presentato, nella nostra città, mostra evidenti sintomi di disordine psichico. Tanto meno si trova un giovane leghista, berlusconiano o "pentastellato". Non esistono in realtà neppure i giovani di "Fratelli d'Italia", pur potendo questo partito lucrare del fatto di costituire l'unica opposizione presente nelle istituzioni rappresentative. Ciò gli permette di raccogliere il consenso di tutti gli scontenti, ma alla parte "destruens" della sua azione politica non corrisponde una parte "construens", precisamente in quanto l'esercizio dell'opposizione, in una democrazia bloccata e commissariata, non porta da nessuna parte.
Non rimane dunque, ai nostri giovani, che la scelta tra il rifugiarsi in altre forme di impegno - e questo è il caso di chi si dedica alla religione - o abbracciare una scelta rivoluzionaria. Questa opzione, però, può condurre ad un atteggiamento velleitario, ovvero ad incorrere nella illegalità, cioè a criminalizzarsi.
Sabato scorso, a Roma, "Casa Pound" ha riempito di circa settemila persone Piazza Santi Apostoli. "La Repubblica", che ormai non manda più i suoi cronisti per la strada, limitandosi a pubblicare le "veline" della Questura, ha asserito che erano centocinquanta. Si trattava comunque di giovani: molto minoritari, naturalmente, ma disposti ancora a mobilitarsi per una causa politica. Il loro movimento si rifà espressamente al fascismo, e questo dovrebbe di per sè indurli a valutarlo criticamente. Si deve però applicare ai suoi aderenti lo stesso metro di valutazione che si usa per tutti quanti aderiscono ad una causa nazionalista: questi giovani non sono identitari perchè sono fascisti, ma sono fascisti perchè sono identitari. Ciò conferma quanto abbiamo scritto tante volte, e cioè che i partiti non sono più in grado di esprimere cultura, e dunque non sono in grado di cogliere lo "zeit geist" dell'Italia, ed anzi del mondo, che tende - per l'appunto - alla affermazione delle identità. Chi si riconosce in quella religiosa, si riunisce intorno alla Chiesa. Chi sceglie quella regionale, milita nel separatismo. Chi ancora si considera italiano, diviene "sovranista". Il sovranismo esibito da Salvini è risultato fasullo, come già il suo paganesimo, il suo eretismo, il suo tradizionalismo.
"Casa Pound" appare dunque ad alcuni giovani come il soggetto politico più coerente. Questo movimento non avrà probabilmente lunga vita, ma rappresenta il brodo di coltura di un nuovo impegno politico. Certi nostri concittadini ci accuseranno ora di filofascismo, e lo faranno nel nome della Resistenza. Chi vi partecipò, reagì giustamente alla perdita dell'indipendenza nazionale. Dopo il 1945, quanti detennero nella nostra città la rappresentanza ufficiale della Resistenza collaborarono con le autorità di un Paese straniero - non certo alleato dell'Italia - e lo fecero nel nome di bassi interessi commerciali. Ciò costituisce l'esatto contrario della difesa e della preservazione dell'indipendenza nazionale.
Nella nostra città, non c'è nessun seguace di "Casa Pound", ma non c'è neanche nessun giovane democratico. Questo, però, anzichè preoccupare i suoi dirigenti, li conforta: nessuno, infatti, "disturba il manovratore".