I lavori dell'Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana hanno riproposto all'attenzione di tutta la comunità dei credenti una realtà ed un problema.
La realtà, che già si intravedeva da molto tempo, ma risulta palese da quando il Governo della Repubblica è più espressione della rappresentanza politica, consiste nell'essere rimasta la Chiesa l'unico collante della nazione. Il problema consiste nel come adempiere a tale funzione. Prima di cercare una soluzione - adempiendo ad un obbligo morale imposto tanto dalla loro missione quanto dall'essere cittadini leali e preoccupati del bene comune - i vescovi si sono certamente domandati come si è arrivati a questo punto. Non sappiamo che cosa essi pensino al riguardo.
I documenti della Conferenza Episcopale non analizzano la vicenda storica della nazione. Ci affidiamo dunque alle nostre supposizioni, basate su di una antica frequentazione dell'ambiente clericale.
L'Italia liberale si era contrapposta a quella cattolica tanto a causa dell'abbattimento del potere temporale quanto soprattutto perchè lo Stato unitario fu laico, e non certo immune da atteggiamenti anticlericali. La Chiesa esprime una postulazione di principio in base alla quale i rapporti con l'autorità civile devono essere regolati mediante dei concordati, cioè mediante degli atti di diritto internazionale stipulati con la Santa Sede.
La dottrina enunziata da Cavour con il suo famoso motto "libera Chiesa in libero Stato" risulta inaccettabile in quanto la Chiesa non può accontentarsi di un regime di libertà ottriata, che per quanto ampia costituisce pur sempre come tale una concessione unilaterale dello Stato. Da questo punto di vista i Patti Lateranensi segnarono la capitolazione del Regno d'Italia, che rinunziò a regolare mediante le proprie leggi il fenomeno religioso. Gli accordi stipulati nel 1929 da Mussolini e Gasparri possono tuttavia essere viceversa interpretati come una capitolazione della Santa Sede dinanzi alla pretesa dello Stato di privare il papato del suo potere temporale. Il punto di incontro, abbandonate le rispettive postulazioni di principio, consistette nel trasformare il Regno d'Italia in uno Stato confessionale: non tanto in base alla enunciazione contenuta nel primo articolo del Concordato, che attribuisce alla religione cattolica la qualifica di "ufficiale", quanto perchè alla Chiesa veniva attribuita una giurisdizione esclusiva sugli effetti civili del matrimonio. Per quali motivi l'ideale laico del Risorgimento venne smentito e rinnegato nel 1929? Perchè lo Stato che di questo ideale costituiva l'incarnazione era crollato due volte, dapprima a Caporetto e poi nelle piazze del Paese, teatro di una guerra civile tra i fascisti e gli antifascisti. Ambedue, comunque, estranei alla ispirazione liberale. Che non si era dunque riflessa nella coscienza collettiva degli italiani. Tanto meno, però, riuscì a permearla l'ideologia fascista: nè poteva avvenire altrimenti, essendo stata imposta con una violenza peggiore di quella perpetrata dai piemontesi a Porta Pia.
Oggi, però, sono tramontate anche le ideologie ispiratrici del post fascismo. La prima a cadere era stata quella cattolica democratica, avversata dall'ambiente clericale - e particolarmente dalla Curia romana - non meno delle altre, benchè tollerata come male minore rispetto al comunismo. Tanto dopo il ventotto ottobre quanto dopo il venticinque aprile quanto ora, con l'avvento di Draghi in veste di commissario delle istituzioni rappresentative, la Chiesa ha incassato come altrettanti propri successi il collasso dei successivi regimi dominanti lo Stato italiano, rispetto ai quali essa si è sentita comunque estranea.
La Chiesa non si pose tuttavia mai l'obiettivo di farsi carico in prima persona della "res publica". Nei due casi precedenti, la Chiesa si è limitata a preservare l'unità della nazione, salvo passare successivamente all'incasso, che avvenne nell'un caso il 19 febbraio 1929, e nell'altro il 18 aprile 1948. Ora torna a prospettarsi l'occasione storica mancata da Pio IX nel breve arco di tempo intercorso tra la sua elezione nel 1846, salutata con entusiasmo da tutti i patrioti, ed il "quarantotto", quando il moto unitario assunse un indirizzo irreversibilmente anticlericale. Mastai Ferretti non volle ascoltare il consiglio dell'abate Gioberti, che lo esortava a mettersi alla testa del movimento unitario. Il Papa era già entrato nella logica del "tutto o niente": l'unità italiana, in qualsiasi forma venisse realizzata, comportava una contrapposizione all'Austria, e dunque al principio di legittimità. Questo principio, fin dal 1918, non è più incarnato da nessuna potenza temporale, benchè continui ad essere evocato come un fantasma da ogni sorta di tradizionalisti, come de Mattei e Bannon. Come può un fautore dichiarato della laicità dello Stato, quale è Bergoglio, farsi carico del compito di ispirare la nostra "res publica"? Esclusa ogni velleità - da parte del Papa - di un ritorno al confessionalismo, esiste una sola prospettiva, quella che consiste nell'inserire l'Italia nel grande alveo del processo di liberazione dei popoli, che in molte realtà segue una ispirazione religiosa.
Non è in gioco nessuna instaurazione di una teocrazia. Si tratta piuttosto di conformare questo movimento ad un criterio spirituale. Tutto il resto, è rimesso alla fantasia della storia. Ci sono tuttavia tre uomini in grado di adempiere a questa missione: Bergoglio, Parolin e Bassetti. La Chiesa non deve scontare, nella attuale contingenza della videnda nazionale, l'anacronismo culturale e la inadeguatezza personale di Mastai Ferretti. Questa volta, non verrà mancato l'appuntamento della comunità dei credenti con la storia.


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Mario Castellano  4/06/2021
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